Il 7 luglio del 1940 nasceva Richard Starkey, detto Ringo Starr da altri tre amici e tre generazioni di appassionati a causa della sua passione per anelli e ammennicoli.
Più o meno da quando Ringo sta seduto dietro alle pelli si è cristallizzato il luogo comune che, lui, quello fortunato, quello lì per caso, quello che il figlio è più bravo, quello che “il batterista dei Beatles potevo farlo anche io”, quello che li seppellirà tutti sornione, non sia effettivamente stato, a conti fatti, un bravo batterista.
Cosa c’è di vero in questo luogo comune? Tanto, ma verità nulla. Ringo Starr non è mai stato un virtuoso del suo strumento (e grazie al cielo ci vien da sospirare), come se non bastasse non ha nemmeno mai sfoggiato un efficace talento compositivo per quanto riguarda militanza nei Beatles e carriera solista, spesso fumosa del resto. Ringo Starr è stato però un mito, e non solo d’inerzia perché capitato nel più grande gruppo musicale della storia della musica.

Primo mito da sfatare: Ringo Starr in quel gruppo non ci è finito per caso. È anzi noto che gli altri tre celebri componenti l’avessero cercato insistentemente, lui già rinomato batterista in attività, l’unico in grado di eseguire What’d I Say? di Ray Charles senza sbavature, cosa non da poco sul finire degli anni cinquanta quando il batterista pop era ancora professione di ventura (gli Stones dovettero affidare il proprio ritmo in mano a un jazzista, seppur bravo). Inoltre, dal punto di vista puramente tecnico, Ringo è stato un precursore nel modo di suonare la batteria nella musica pop: se oggi ci sembra banale, scontato, insomma facile, è perché lui ha voluto così, prima dei Bonzo, prima dei Moon. E comunque, il giro di tom-tom in A Day in the Life non l’ha saputo replicare più nessuno.

Ringo Starr nell’agiologia dei Beatles non ha avuto solo il ruolo del batterista. Ringo si è reso protagonista di scenette e momenti leggendari. Dalle sue definizioni e gaffes bongiornesche su arte e geografia, alle sue posizioni all’interno del delicato equilibrio tra gli altri tre geni i quali, in quanto tali, erano instabili ed esplosivi. Una figura amica, l’unico che costantemente collaborerà nei progetti solisti dei così detti “Beatles dopo i Beatles”.
È per questo motivo che si voleva che cantasse almeno un brano a disco, sapientemente scritto e arrangiato per le sue corde, anche quella With a Little Help from My Friends nella quale si scusava di non saper cantare e chiedeva l’aiuto dei suoi amici che sulle ultime note, inarrivabili per il suo timbro, arrivavano a sorreggerlo (la potente versione woodstockiana di Joe Cocker ne svirilizzerà la potenza evocativa). Ci sono altri brani che presentano la sua voce, tutti sempre molto simpatici: Octopus’s Garden, Act Naturally e la sempreverde Yellow Submarine. Uno in particolare si addice perfettamente a questa rubrica e meglio non potrebbe calzare, cioè Good Night.
Scritto da John Lennon e pubblicato sull’album bianco di cui ne rappresenta la chiusura, è una ninna nanna dedicata al figlio Julian da parte del padre. L’atmosfera è quella quasi parodistica di un musical holliwoodiano, costruita con immagini semplici ma orchestrazioni complesse (ancora grazie George Martin) e affidata all’interpretazione di Ringo.

Ringo Starr è stato l’uomo giusto al momento giusto, il mattone finale senza al quale il monumento dei Beatles non sarebbe mai sorto.
Conclusa quest’apologia al mito di Richard Starkey non ci resta che augurare a lui tutti un felice compleanno e a voi una serena buona notte. Good Night

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