“If I hadn’t heard rock and roll on the radio, I would have had no idea there was life on this planet. Which would have been devastating to think that everything, everywhere was like it was where I come from. That would have bn profoundly discouraging. Movies didn’t do it for me. TV didn’t do it for me. It was the radio that did it.”

Jenny era una ragazza di cinque anni, un’età intermedia in cui non sei né troppo piccola né troppo grande e il rischio di annoiarsi è un’ipotesi contemplabile se quanto ti sta attorno non riesce a stimolare la tua pur inesauribile fantasia fanciullesca. Non che non venisse da un’agiata situazione familiare, si intende: ben due televisori (cosa che negli anni cinquanta significava tantissimo) e due cadillac, una per genitore. Eppure, per quanto Jeny sentisse l’affetto dei suoi, la comodità della sua vita, l’idea di finire a condurre una vita così semplice, lineare e pulita le dava la convinzione che l’avrebbe portata alla morte, se non fisica, almeno morale. Jenny aveva una radio con cui passare i suoi pomeriggi, apparecchio che, però, puntualmente non trasmetteva nulla di interessante, fin quando una mattina come un’altra decise di sintonizzarsi su una stazione di New York e non riuscì a credere alle sue orecchie.

Cominciò a ballare su quella piacevole musica e improvvisamente si rese conto che la sua vita era appena stata salvata dal rock and roll. Una cura terapeutica la musica rock and roll, dirompente. Puoi perdere anche le gambe, ma non puoi smettere di ballare un rock and roll. Questo tentativo di parafrasi del testo della canzone Rock& Roll dei Velvet Underground, scritta dall’allora ancora leader Lou Reed e pubblicata sul disco del 1970 Loaded, oltre che un futile esercizio di stile, ci può portare a qualche considerazione, molto elementare per la verità. La citazione in apertura, tratta dalle note di copertina del box set Peel Slowly and See, è infatti di Lou Reed stesso a commento del brano e rispecchia quanto il suo personaggi Jenny deve aver provato la prima volta che quella musica le andò al cervello, e come a lei a molti, come a lei a noi.

Ora non ci vogliamo dilungare in retoriche alla Vinyl. Esistono centinaia di opere, libri o film che trattano di questa magia, ma credo che il modo migliore di raccontarlo sia proprio questo, una canzone rock and roll, dal titolo semplice e immediato, così come deve essere quella musica

Allego la versione che preferisco in assoluto di Rock & Roll. Non è forse un caso che, in termini discografici, è anche la parola fine alla mia fase preferita del Lou Reed solista, inaugurata con The Blue Mask nell’82, continuata con Legendary Hearts e il concerto newyorkese di A Night with Lou Reed e chiusa dal Live in Italy (Arena di Verona e Circo Massimo nell’84) da cui appunto la versione in questione è tratta e ultima canzone eseguita. Quattro dischi, due in studio e due dal vivo (in verità del live a New York non è mai stato pubblicato un disco, ma solo un video di un’ora) dove Lou torna dichiaratamente alle origini proto-punk che non per nulla gli avevano già valso la copertina del primo numero di “Punk”, anno di grazia 1976. Perno di quella formazione a quattro elementi era Robert Quine, sottovaluto e personalmente nel genere uno dei migliori di sempre alla chitarra, e una sezione ritmica impeccabile con il basso di Fernando Saunders. Tornando al brano in questione è la solita Rock & Roll di Lou Reed, ma suonata a una velocità atomica con medley di Uptight di Stewie Wonder (minuto 3.45) e ultimi due minuti di fuoco. Per me questo brano ha sempre rappresentato come si sta su un palco, come si fa rock and roll appunto e cosa voglia dire farci i conti tutti i giorni.

Lasciate che anche a voi cambi la vita. Buonanotte.

Andrea Fabbri