A pensarci seriamente sembra incredibile che non è più di cinque decadi fa che negli avanzatissimi Stati Uniti, così come nel resto del mondo dopo tutto, le persone di colore non potessero usufruire dei più basilari diritti civili, cose come bere da una fontanella, sedersi su una panchina o prendere un autobus.

Intendiamoci, cose già dette e di un peso sociale assolutamente incalcolabile e inaffrontabile in questa sede e, con molta modestia, da chi scrive. Questo primo e rapido spunto di riflessione ci serve se non altro per introdurre una bella storia, come del resto ne sono state raccontate molte negli ultimi due lustri, essendo tale argomento tornato sulla bocca di tutti per ovvie ragioni politiche e sociali, fecondando cinematografia, narrativa e per l’appunto anche musica.

Diritti civili si diceva, quelli che ancora negli anni sessanta la segregazione razziale non garantiva in molti stati americani, specie in quelli del sud, notoriamente più tenaci per quanto riguarda questi temi caldi. È proprio in uno di questi stati che si svolge la nostra storia, ben nota in verità, ma che è bene ricordare oggi.

A cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta Ray Charles è all’apice del successo. Questo gli comporta un’alta richiesta di spettacoli dal vivo per tutto il continente, non fanno eccezione anche i puristi del sud. Ebbene, Charles, “The Genius”, all’epoca non è soltanto uno dei più grandi e munifici talenti musicali, ma anche una delle voci che più tuonano contro il razzismo nei confronti della comunità afroamericana, cosa che lo porta a rifiutare a pugno duro di esibirsi in questi stati, tra i quali anche il suo stato natale, la Georgia. Un epocale rifiuto. L’oltraggio fa montare su tutte le furie le alte cariche istituzionali della Georgia che decidono così di bandirlo a vita dai suoi confini, arrecando all’artista un doloroso smacco, ma non scalfendo la sua determinazione in questa battaglia.

Dovranno passare anni, decenni, prima che, nel 1979, sopiti i conflitti per l’ottenimento di questi diritti, lo Stato della Georgia decida di riammettere Ray Charles e invitarlo, come simbolo di riconciliazione, a cantare davanti a tutta l’Assemblea Generale della Georgia una delle sue esecuzioni più amate, Georgia on My Mind, un brano del ’30 e da lui registrato nel 1960 per l’album The Genius Hits the Road (una delle sue perle discografiche). Nello stesso anno la Georgia adotterà la versione di Ray Charles come canzone ufficiale dello Stato e ancora oggi rimane uno dei suoi brani più suonati. Il brano infatti ha un testo ambivalente che può essere sì dedicato a una donna che porta questo nome, ma anche e soprattutto allo Stato e alla nostalgia che si prova lontano da esso, nel caso di Ray Charles addirittura bandito e rifiutato.

Una piccola curiosità riguarda noi qui nel Bel Paese. Nel 1995 Ray Charles tenne un concerto a Bologna nel quale invitò a duettare su questa canzone la cantante Giorgia, in quanto egli venne a conoscenza che il padre di lei le diede quel nome proprio perché appassionato di “The Genius”, che oggi, 10 giugno, ci manca da ormai dodici anni.Buonanotte.

“No peace I find, just this old sweet song keeps Georgia on My Mind”

 

Andrea Fabbri