“Ti andrebbe di fare una rubrica della buona notte? Una cosa in pillole: poche righe su una canzone o un artista, o una riflessione. Una cosa molto libera.”
Questa è stata la proposta che il direttore di questo portale, Elia, mi ha fatto qualche sera fa, e se queste poche righe ora le state le state leggendo è perché non ho esitato ad accettare.

Ora, la cosa della libertà incondizionata è qualcosa che farebbe leccare i baffi a migliaia di penne, sicuramente molte delle quali più disinvolte della mia, e senza briglie diventa una bella responsabilità, il classico onere/onore.

Ho voluto così prima di tutto liberare l’immaginazione, pensare a quale fosse la cifra stilistica che si volesse perseguire in questa sede. Dunque, metaforicamente, la serata è finita, gli ultimi clienti lasciano il locale, chi più fortunato in una dolce compagnia da protrarre fino all’alba, chi accompagnato solo dall’ultima sigaretta da tirare fino alla cicca, rimangono sul bancone solo file di pinte intrise di schiuma rappresa in attesa di essere pulite dal barman in gilet e maniche rimboccate, un inserviente che di facciata passa un sudicio mocio sul parquet e lui, il pianoman, che molesta gli ultimi tasti di un pianoforte esausto, guaendo la sua disperata poesia che la serata di svago appena trascorsa non avrebbe certo concesso. Questo è a grandi linee lo scenario che nel 1973 descrive ed evoca Tom Waits nel suo disco di debutto, Closing Time, l’orario di chiusura.

È la prima crepuscolare fatica del cantautore di Pomona, quello che sarà il cantore dei sotterranei, del “wrong side”, come lo era letterariamente stato quindici anni prima Jack Kerouac. Il disco si dipana in dodici capitoli soffertissimi che spaziano dal jazz al blues (Virginia Avenue, Midnight Lullaby, Ice Cream Man, lo strumentale Closing Time in chiusura), al country di Old Shoes (& Picture Cards e Rosie, senza trascurare mai la melodia pop nelle ballate più melliflue (Grapefruit Moon, le famosissime I Hope That I Don’t Fall In Love With You e Martha per il piacere di immedesimazione di molti amori inconclusi, la dedica al vecchio bolide Oldsmobile di Ol’ 55). Il tutto è sostenuto da una produzione scarna e una classica formazione pianobar, con un tocco di archi piacioni al momento giusto e la voce di Waits non ancora corrosa dall’eccesso.

È il primo, bellissimo capitolo di una carriera che queste poche righe manchevoli oltraggiano a descrivere.
È il primo capitolo di una rubrica che proverà a darvi una buona notte, al resto pensa, come sempre, la musica.

Now it’s closing time, the music’s fading out
Last call for drinks, I’ll have another stout.

Andrea Fabbri