George Michael (nome d’arte di Georgios Kyriacos Panayiotou) era una pop star che sarebbe potuta rimanere “intrappolata” negli anni Ottanta. Ma il complesso contesto entro cui questo artista trovava il proprio spazio era in un movimento evolutivo, uno spostamento di cui lo stesso Michael ha fortemente giovato: una nuova comprensione e presentazione di se stessi nel caotico decennio di esplosione del fenomeno MTV, l’avanzata della consapevolezza e della “forza politica” degli omosessuali, la rinnovata funzione della pop star in una cultura sempre più alimentata da celebrità. Tutto questo – e molto altro, farina del suo preziosissimo sacco – ha rappresentato il carburante aggiuntivo per la scattante carriera di Michael contribuendo a consolidarlo come un’icona.

Fu con la formazione della band Wham! che George Michael e il suo amico di scuola Andrew Ridgeley – il duo che ha sfornato la prima “magi-cassetta” che li ha letteralmente fatti sbancare –  pubblicarono il primo album Fantastic nel ‘83. I pregiudizi sulla musica che piaceva alle ragazze (“fatta ad hoc per affascinare”), su quella musica cantata e ballata sullo schermo da chi sembrava nato per farlo, perfetto per il pubblico, telegenico al punto da riscuotere grande successo al primo sguardo, non fanno che provocare l’uscita di fioccanti recensioni negative e giudizi spietati in un primo momento.

Ma ad alcuni attenti osservatori non era sfuggito il giovane talento dal visino angelico. Siamo sempre nel 1983 e usciva “Wham Rap! ”, brano potente e già pronto a rivaleggiare con la concorrenza. Fu proprio nella gloriosa trasmissione della Radio BBC 1, dove un certo John Peel proseguiva la sua sfavillante serie di sessions in studio con artisti di altissimo livello, che dopo l’uscita della hit aggressiva “Young Guns (Go For It)” il popolare presentatore radio ha ammonito i critici dicendo in difesa degli Wham!: “La prima persona a scrivere o dire cose del tipo – non avreste dovuto suonare quello o avreste dovuto suonare punk britannico – sarà trasformato in un rospo”. L’umorismo pungente all’inglese forse non scandalizza più di tanto ma per quel momento storico, per Michael e compagni, era davvero gran cosa.

Con l’album Make It Big del 1984 gli Wham! raggiunsero grandiosi traguardi di pubblico e di classifica, dapprima con la scoppiettante “Wake Me Up before I go-go” monopolizzando di fatto MTV e scatenando una corsa all’acquisto della leggendaria CHOOSE LIFE t-shirt, e successivamente con “Careless Whisper”, la ballata dall’inconfondibile melodia di sax che mette in luce un lato inedito di Michael, quello di un romanticismo individuale e inconsciamente profetico. Dopo l’uscita di diversi singoli fino al 1986, il duo fondatore si separò dando libero sfogo alla carriera solista di George, estro incontenibile dentro la scatola Wham. Un divorzio avvenuto non prima di aver pubblicato una canzone, un testamento e una maledizione: “Last Christmas”.

I fan sono scossi per quello che sembrava essere un “peccato” per la grande musica di successo che la band avrebbe potuto ancora produrre, però vengono come rincuorati dalla notizia che George Michael proseguirà la sua carriera, stavolta ricercando un pubblico meno incollato a MTV e certamente più particolare. Il suo debutto da solista con Faith non è affatto un tuffo nel dimenticatoio (nella terra dei “rimasti soli col proprio disco in mano”). Si dimostra ancora personaggio d’altissimo contenuto artistico – a livello totale – nella propria ostentata sessualità e nella padronanza dello strumento vocale su di un tappeto di classe come l’ R&B.

La carriera di Michael si arricchisce di momenti di tributo ad altri artisti, prova del suo profondo rispetto per l’arte del pop. Per citare alcune sue versioni andiamo dalla sua dolce “What a fool believes” dei Doobie Brothers, alla strepitosa “I knew you were waiting” in duetto con la mitica Aretha Franklin, alla maestosa “Somebody To Love” dei Queen, dai quali si vociferava fosse stato contattato per sostituire Freddie Mercury (altro nome d’arte) dal ‘92, il cantautore da poco scomparso; passiamo poi per “In Need Love Of Love Today” di Stevie Wonder con il cuore in mano durante l’esecuzione a fianco della leggenda e ricordiamo “Don’t let the sun go down on me” con Elton John che ha commosso centinaia di migliaia – se non milioni, considerando il collegamento TV per il Live Aid – di persone davanti quella coppia di artisti immensi, oltre che grandi amici.

Nel corso della propria vita George Michael fa parlare di sé sotto tanti aspetti: dall’impegno sociale contro la lotta alla carestia in Etiopia, con il progetto Band Aid, al coming out a cui fu costretto nel 1998, incastrato da un poliziotto in borghese che gli fece proposte sessuali in un bagno di un parco pubblico a Beverly Hills. Una dichiarazione tardiva criticata da molti perché scambiata per una paura di perdere consenso, di perdere pubblico. Una scelta criticata dallo stesso Elton John.

Michael, però non rimarrà indelebile per le questioni collegate alla sua omosessualità apparentemente nascosta, o per i problemi di droga e alcol che hanno più volte afflitto l’artista – anche in conseguenza di un periodo di depressione dovuto alla morte del compagno Anselmo Feleppa – ma per aver venduto oltre 100 milioni di dischi, imponendosi come uno dei colossi del pop mondiale. Il suo sincero rispetto per il pop non solo come una forma d’arte nel panorama musicale, ma come un modo per riunire le persone – i cuori – insieme, ha prodotto canzoni che sono cantate certamente in coro, ma anche piante o utilizzate da sfondo per morbide atmosfere di romanticismo. Le persone staranno cantando ancora quelle canzoni in quei momenti di emotività e di intimità quando saranno passati tanti anni dalla prematura scomparsa di George Michael avvenuta proprio a Natale dello scorso anno. Amaramente, stupefacente.