Il tour di Superbattito lo porterà in giro per tutta l’estate e, nonostante la sua identità sia ormai svelata, il cantautore romano mostra di essere molto più di un’efficace strategia di marketing. Ecco la nostra recensione del suo disco di debutto e l’intervista che l’artista ci ha regalato in esclusiva, solo per Without Musicians.

Gazzelle è di Roma e Superbattito è il suo disco di esordio. Un disco ammiccante e catchy, sexy. Sexy pop.
Questo e poco altro è tutto ciò che sappiamo di Gazzelle all’uscita del suo primo singolo  Quella te, da qui in poi il  suo pubblico non fa che crescere, affascinato dai suoi pezzi almeno quanto dal mistero intorno al personaggio. Il nuovo arrivato in casa Maciste Records infatti non ha avuto né un volto né  un’identità fino all’uscita di questo suo primo lavoro, eccezion fatta per una sua foto convenientemente sfocata e per qualche indiscrezione sui social network.
Tante e tali sono state le discussioni  riguardanti  questa figura anonima ed enigmatica, da aver dato spazio a veri e propri dibattiti su chi fosse realmente l’uomo dietro all’artista. Le voci non fanno che alimentare tanto la sensazione  di attesa per il primo lavoro compiuto, quanto la fortuna stessa di quel poco che si è visto. L’enigma diventa quindi un  ottimo catalizzatore per Gazzelle, destando  ancor più interesse per un lavoro che si presenta già di per sé molto convincente.
Con l’uscita prima di alcuni singoli (ricordiamo fra tutti NMRPM), poi dell’intero Superbattito il 3 Marzo, devono però spegnersi teorie e illazioni sul personaggio, che è costretto ad uscire dall’alone di mistero da cui era avvolto fino a quel momento.

Il disco  non delude un pubblico che ha centellinato per mesi i singoli, arrivando al giorno dell’uscita con aspettative molto alte. Le otto tracce, di cui fanno parte tutto  i singoli usciti anticipatamente,  si presentano in un insieme ricco e compatto, che riesce a trasmettere l’essenziale senza risultare scarno o povero di contenuti.
Nonostante l’organicità di questo lavoro i brani sono fortemente diversificati. Pezzi come Zucchero filato, Démodé e Balena sono , in contrasto con testi mai leggeri o facili, musicalmente molto vivaci e divertenti, non escono più dalla testa e si adattano perfettamente agli aggettivi ammiccante e catchy.
Le sonorità synth  pop e il sound fresco accompagnano l’intero disco, ma diventano solo suggestiva cornice in pezzi molto più emotivamente “sentiti”  e d’impatto.
È il caso di Non sei tu, Quella te e Meltinpot, dove dominano la malinconia e il record di un amore finito, motrice e parte essenziale che permea ogni secondo della otto tracce.
Le medesime tematiche si ritrovano in NMRPM, forse il brano più riuscito e del quale è il merito d’aver fatto scoppiare il caso Gazzelle. È infatti con la sua uscita come singolo che l’artista viene pienamente legittimato a riconosciuto come esordiente molto capace, andando così ad ingrossare le già nutrire fila del cantautorato indie italiano e, in particolare, romano.
NMRPM, oltre ad essere molto apprezzata dal pubblico, è la traccia su cui l’artista è maggiormente in grado di lasciare una forte impronta personale, svelando appieno la sua cifra stilistica e il suo potenziale.
Greta, che va a chiudere l’album, è quasi una sintesi di tutto ciò che contiene, riuscendo ad essere un pezzo cinico  e disincantato sull’amore, ma mantenendo al contempo un suono accattivante e che non rischia di risultare pesante.
“È un disco che un po’ mi mette a nudo e un po’ mi copre. Tipo una coperta corta. Tipo  quando abbraccio il mio cane”, cosi in un’intervista Gazzelle stesso spiega efficacemente il suo legame con Superbattito e non potremmo essere più d’accordo, è questo avvicendarsi di momenti, situazioni e stati d’animo a rendere questi  brani non solo piacevoli, ma in grado di colpire all’ascolto.

Un esordio quindi non solo positivo e che sta riscuotendo successo tanto negli ascolti quanto nelle presenze alle date del tour Superbattito 2017, ma che ci lascia anche una forte curiosità verso i prossimi progetti  che Flavio (questo il nome finalmente svelato), dopo questo ingresso sulle scene così fuori dalla righe,  ha in serbo.

 

Fabio Montorsi

 

Intervista a Gazzelle
– Ciao Flavio, una prima domanda sorge spontanea: come mai hai chiamato l’album Superbattito?
G: è una parola di cui mi sono innamorato appena l’ho scritta. È la giusta sintesi, secondo me, delle varie sensazioni che ci sono nel disco: una forte tachicardia sentimentale, un forte sali e scendi di percezioni e di ricordi.

– Parlaci un po’ del tuo percorso musicale, ho letto in passate interviste che nasce anni fa, come mai hai deciso di debuttare proprio questo anno?
G: sì, nasce da quando sono piccolo. Ho sempre scritto canzoni e sempre le scriverò credo. Non è stata solo una scelta ma anche un incastrarsi di determinate situazioni e la necessità di tirare fuori me stesso dalla routine di una vita che non sentivo mi apparteneva più.

– Alcuni dei suoni e dei testi presenti nei brani a molti risultano molto vicini ad altri cantautori “indie” italiani. Cosa pensi di questi paragoni?
G: beh appartengo ad un genere e quindi è normale avere dei riferimenti con altri artisti e con delle sonorità. Credo sia una cosa normale che succede anche in altri generi (rock, pop, rap, ecc.).Penso che alla gente serve fare dei paragoni per poter incastrare le cose in un ordine specifico, per comprenderle…
Alla fine però se una cosa ti piace l’ascolti, altrimenti no, aldilà dei suoni che ci sono, ma più per quello che ti riesce a trasmettere o meno.

– Il successo che si sta continuando ad affermare della già citata musica indie italiana ti ha in qualche modo incoraggiato a debuttare?
G: penso sia un momento radioso per la musica in generale in Italia e ne sono contento. Era ora che il vento cambiasse un po’.

– Leo Pari, un esponente di punta di quella che qualcuno definisce la “scena romana”, ha curato la supervisione artistica. Come è nata questa collaborazione? Ha influenzato in un qualche modo la tua scrittura o le tue sonorità?
G: ho ascoltato il suo disco, mi è piaciuto molto il suono e volevo collaborare con lui, quindi l’ho contattato e gli ho fatto sentire i pezzi e a quel punto anche lui voleva collaborare con me. Poi da cosa è nata cosa…Ora beviamo insieme spesso la sera al Pigneto. Gli voglio molto bene.

– Quando hai iniziato a lavorare al disco? Raccoglie tutte le tue esperienze o si concentra nell’ultimo periodo?
G: ho iniziato a lavorarci alla fine del 2015. Dentro c’è un sacco di roba, un sacco di vita. Ora non ricordo più quante cose raccoglie o di che periodo siano, non credo neanche sia importante dargli una cronologia. Le mie canzoni escono da immagini che ho nella testa in un preciso momento. Ora per esempio ne ho altre e sto scrivendo cose nuove.

– Nei tuoi brani mi sembra molto presente il tema del ricordo, quasi come se sentissi la necessità di disfarti di certe esperienze. Per te è indispensabile vivere in prima persona le esperienze che poi metti in musica?
G: sì, per me scrivere deriva da esperienze che vivo, se non vivo non scrivo, e viceversa.

Non sei tu apre l’album come a voler far capire all’ascoltatore cosa l’aspetta. Ti sei preoccupato di seguire un “filo logico” o hai scritto i vari brani seguendo l’istinto?
G: ho voluto fortemente mettere Non sei tu in cima al disco perché è la canzone a cui sono più legato. Per il resto delle canzoni più che un filo logico ho seguito un filo emozionale, volevo salire e scendere tipo montagne russe, tipo un SUPERBATTITO 🙂

– Progetti per il futuro?
G: nell’immediato tagliare la barba, più in là fare un sacco di dischi spero.

A cura di Virginia Corsi