In sei anni succedono molte cose, c’è chi si laurea, chi diventa una rock star hipster e chi va in giappone. Robin Pecknold, il fondatore dei Fleet Foxes, dopo quel grande Helplessness Blues del 2011, è “scappato dalle montagne” per andare al college a New York, forse leggermente fuori corso, ma con buoni propositi. Intanto il loro batterista ha lasciato definitivamente il gruppo è si cambiato il nome in Father John Misty, registrando tre album con i controcazzi. Skyler Skjelset, l’altro fondatore del gruppo, è invece partito per l’oriente per i suoi progetti solisti.

Con Crack-up, nome preso in prestito da un’opera di Fitzgerald, i Fleet Foxes tornano nei boschi di Seattle indossando meno camice di flanella, ma molto ispirati. Lasciando da parte intellettualismi vari (ed inutili) per “giustificare” un sound che non si distacca molto dai lavori precedenti, l’album funziona benissimo, tra cambi di tempo, odissee sonore e atmosfere folk. Che poi dire folk è un termine troppo vasto nel 2017, il loro è piuttosto un tradizionale cantautorato immerso in foreste scure e silenziose, a tratti inquietanti, ma profumate da un’aria fresca e originale. Robin gioca con la voce, continuando nelle esplorazioni della musica popolare aggiungendovi molto Neil Young e ricche orchestrazioni.

Crack-up da un lato può essere considerato un album complesso tanto che Robin spiega parte dei suoi testi in Genius. Le canzoni stanno meravigliosamente insieme, certo, ma a tratti risultano noiose e ripetitive, e pretendono dei chiarimenti. In Third of May / Ōdaigahara, per esempio, si allude tra i tanti riferimenti a Goya, ma sfido a capirlo senza leggere le note di Pecknold. In ogni caso i testi sono pieni di una poetica matura, incentrata sulla percezione di come l’artista vede il mondo e di come è realmente. La differenza tra lui e l’ex compagno di band Father John Misty, con cui viene spesso paragonato, è proprio l’assenza di quesiti esistenziali che il buon Padre John esplicita nei suoi lavori, a favore di sensazioni, impressioni e sopratutto della connection to other people.

Con più dinamiche e meno pop, i Fleet Foxes hanno realizzato un altro album fuori dal tempo, per viaggiare in una America incontaminata, tra amore, malinconia e sperimentalismi che ci convincono a non etichettare come indie-folk una band molto più complessa.