C’è una parola tedesca che a pronunciarla si annoda la lingua, ma ha la stupefacente capacità di riassumere un concetto vasto e complesso: Gesamtkunstwerk.
In italiano si può tradurre con opera d’arte totale.
Sebbene sia stata utilizzata inizialmente dal filosofo K. E. Trahndorff, è più comunemente associata a Richard Wagner che la inserì all’interno di alcuni saggi cruciali sull’arte teatrale e il dramma, per indicare un approccio creativo che riunisca insieme, facendole dialogare o addirittura fondendole, diverse forme artistiche come la poesia, la drammaturgia, le arti figurative, la musica, la danza e altre tipi di suggestione, per raggiungere una sintesi che le racchiuda tutte e sia specchio dello spirito del tempo che l’ha generato.

Ecco, prendiamo questo concetto, scaviamoci con cura al suo interno una tasca e riempiamola con una farcia di orsetti gommosi intinti nella mescalina. Il risultato assomiglia molto a una band nata e cresciuta a Oklahoma City col nome rovente The Flaming Lips [1]. Quello che hanno fatto Wayne Coyne e compagni per più di trent’anni, è stato edificare, mattone su mattone, una torre di Babele impossibile, improbabile, piena di paradossi come un disegno di Escher, inebriata di acido cromatismo, dove poter vivere per sempre come se ogni giorno, fosse il primo giorno sulla terra.

Fin dall’esordio emblematico, nei primi anno ’80, con Wayne Coyne che ruba da una chiesa alcuni strumenti musicali, mette su con suo fratello una band di garage rock e diventa nel giro di pochi anni, il portavoce di un pop psichedelico progressivamente liberato da limiti e confini, i Flaming Lips sono sempre stati altro rispetto al panorama musicale che li circondava. Perfettamente inseriti e a proprio agio nell’ingranaggio gigantesco dell’industria musicale e nelle logiche di un marketing a dir poco selvaggio; ma al contempo capaci di reinventarsi nei modi più sfacciati, sperimentali e provocatori, lasciandoci intravedere una tana del Bianconiglio dalle profondità vertiginose.
Un’attitudine la loro, che sfonda il muro della performance musicale per approdare a lidi controversi che sembrano strizzare l’occhio, pur sempre con una dose massiccia di ironia e nonsense, al mondo dell’arte contemporanea, alla contaminazione fra forme espressive che vede nel disco, nel videoclip, nell’apparato scenico della dimensione live, i singoli tasselli di un discorso più ampio che potremmo dire, esperienza estetica.

Pop Art per il nuovo millennio
Già nel 1987 la cover art (fronte e retro) di Oh My Gawd!!!, col suo autentico delirio apocalittico, che mescolava insieme stralci di immagini fotografiche ricontestualizzate nello stile del collage, con sapori surrealisti più che vicini a Salvador Dalì, fra entità mostruosamente liquide e richiami a una classicità in progressivo disfacimento, tradiva una passione spiccata per i linguaggi artistici del ‘900.

Flaming Lips, Oh My Gawd!!!, 1987, cover art.

Questo aspetto, con citazioni e influenze diverse, caratterizzerà tutto quello che riguarda il “confezionamento” del prodotto musicale da parte del gruppo: il 2011 resterà rappresentativo, in questo senso, per le soluzioni proposte nella commercializzazione di una serie di EP, che intrecceranno con disinvoltura scelte palesemente furbe e commerciali con una sperimentazione sul lato musicale, fra le più coraggiose.
Pensiamo a Strobo Trip: una specie di proiettore in miniatura, venduto con uno specchio circolare e un corredo di dischi decorati con motivi deliranti, costituivano il kit per mettere in moto una piccola “lanterna magica” per spettacoli lisergici. Il tutto accompagnato da una chiave USB contenente tre pezzi inediti, di cui il centrale, I Found A Star On The Ground, aveva una durata di sei ore e proponeva ogni declinazione possibile in tema di psichedelia musicale.

The Flaming Lips, Strobo Trip, 2011.

Altro esempio è la coppia di EP, Gummy Song Skull e Gummy Song Fetus, prodotti in gomma commestibile: il primo a forma di teschio e l’altro dalle fattezze di feto, con nascosta al loro interno una memoria USB contente alcune nuove canzoni.

The Flaming Lips, Gummy Song Fetus, 2011.

O ancora più clamoroso il 24 Hours Song Skull, EP pubblicato in tiratura limitatissima (molto molto costoso) per Halloween, con dentro un brano assurdo lungo 24 ore, inserito in un hard disk incastonato dentro a un cranio umano prodotto dalla Skulls Unlimited International della loro città natale (una versione ridotta a cinquanta minuti, di questo monumentale delirio dal titolo 7 Skies H3, uscirà come full lenght nel 2014).

The Flaming Lips, 24 Hours Song Skull, 2011.

Un modo di concepire la creazione che guarda alla Pop Art americana di Andy Warhol, Claes Oldenburg e Roy Lichtenstein (le stesse confezioni di questi oggetti da collezione ricordano le famose scatole di detersivo Brillo usate da Warhol nel 1964), interpretandola in chiave moderna, contaminandola con il kitsch sfacciato e giocondo di Jeff Koons. Se ad un certo punto l’arte è diventata commerciale e ci siamo chiesti se i prodotti commerciali, per effetto del ribaltamento, potessero elevarsi, grazie alla pratica del ready-made, allo status di opere d’arte, oggi i Flaming Lips percorrono, mescolando divertiti le carte in tavola, la strada opposta, trasformando percorsi avanguardisti di difficile fruizione (e ancora più difficoltosa mercificazione), in oggetti del desiderio in pasto al feticismo di collezionisti disposti a sborsare migliaia di dollari per entrarne in possesso.

Non è strano, in quest’ottica di consapevolezza e conoscenza delle logiche del mercato artistico che, sempre nel 2011 Wayne Coyne, insieme a Rick Sinnett e Jake Harms, abbia dato vita nella sua adorata città, a un centro culturale e artistico (The Womb), dove è possibile trovare mostre d’arte contemporanea, un negozio di gadgets e spettacoli di musica.

The Womb, Oklahoma City.

Collaborazioni e profanazioni
Anche quando si parla di collaborazioni, la band ha una concezione tutta sua, che non dà mai risultati minimamente scontati.
Si cerca nell’alterità dell’artista che si va a contattare una svolta inattesa, determinata dal bagaglio che si porta appresso, come succede in una jam session, o esattamente l’opposto, si cerca di inglobare dentro alla propria bolla estetica il musicista di turno per utilizzarlo, in modo simpaticamente prevaricante, come uno strumento aggiuntivo da spegnere e accendere, da aggredire o carezzare, a proprio piacimento.

Si va da giochi improvvisati, come quello di I Can Be A Frog che troviamo su Embryonic (2009), dove Wayne Coyne canta una canzone al telefono a Karen O (degli Yeah Yeah Yeahs) che dall’altro capo del filo imita ridendo i versi degli animali nominati dal singer dei Flaming Lips (cosa che la splendida ragazza replicherà con tanto di movimenti, in modo esilarante nel videoclip).

Con The Flaming Lips and Stardeath and White Dwarfs with Henry Rollins and Peaches Doing The Dark Side of the Moon (2010) e With a Little Help From My Fwends (2014), la collaborazione si trasforma in omicidio collettivo rituale dando, insieme a un gruppo marcatamente eterogeneo di esponenti di spicco del panorama musicale, una rilettura tanto folle quanto dissacrante di opere cardine della storia della musica moderna come Dark Side Of The Moon dei Pink Floyd e Sgt. Pepper’s Lonely Heart’s Club Band dei Beatles, con un piglio iconoclasta fantastico a livello concettuale, sebbene non perfettamente riuscito a livello di risultato finale.

Ma l’apice di questo discorso viene certamente toccato con l’operazione Flaming Lips And Heady Fwends (2012).
In occasione del Record Store Day, la band americana rilascia una raccolta di tracce realizzate insieme a nomi come Nick Cave, Bon Iver, Tame Impala, Yoko Ono, Neon Indian, Chris Martin e Erykah Badu: l’opera più che un disco di canzoni somiglia a un racconto corale, dove ogni ospite veste i panni evanescenti di uno spirito narrante. Ma anche in questo caso non ci si ferma alle questioni prettamente musicali, si cerca di dare, come sempre, una chiave di lettura ulteriore, andando a riportare in auge la materialità del disco (in un’epoca dove la musica viaggia da un hard disk a una memoria USB e da questa viene veicolata poi in rete diventando un file compresso che perde ad ogni passaggio di mano pezzi di sé), l’oggetto da tenere in mano, da vivere fisicamente: per rimarcare quest’idea, tenendo alto e fiero lo stile che li contraddistingue, arrivano a concepire un’edizione limitata in vinile trasparente dove scivola e si ritrae un amalgama color porpora che è il risultato di singoli campioni di sangue donati dagli artisti che hanno partecipato al progetto.

The Flaming Lips, Flaming Lips And Heady Fwends, 2012.
Blood Vinyl

Dall’arte performativa all’happening
Fra il 1996 e il 1997 la band intraprende un percorso che mira a rendere l’ascoltatore soggetto attivo della propria fruizione, mettendo in atto una serie di operazioni che dall’arte performativa, passando per il concettuale scivolano fino all’happening, rendendo il proprio pubblico direttamente responsabile e deus ex machina dell’ascolto.
Il primo passaggio è Parking Lot Experiment: presso l’Oklahoma City Mall’s Parking Garage vengono radunate trenta automobili e a ciascun conducente viene data un nastro (da suonare all’unisono) contenente due canzoni, ciascuna scomposta in trenta canali differenti e indipendenti che contenevano la voce, le chitarre, il basso, rumori di fondo e così via. Ogni automobile diventava così a tutti gli effetti una componente di questa “orchestra da underground car park” rendendo l’esperienza insicura e di conseguenza potenzialmente sorprendente (come faceva Franco Vaccari in fotografia con le sue Esposizioni in tempo reale, basate sul rischio di una previsione che poteva essere disattesa e risultare un disastro).

Da questa prima idea nasce il disco Zaireeka (1997) che sarà un’evoluzione del concetto di ascoltatore attivo: si tratta di un box di quattro cd da suonare su altrettanti impianti sincronizzati. Il fatto che questa simultaneità fosse praticamente impossibile e che l’ascoltatore avesse facoltà di gestire a proprio piacimento la riproduzione dei singoli dischi, determinava ogni volta un tipo di ascolto differente e rendeva il possessore del box curatore nel missaggio.

The Flaming Lips, Zaireeka, 1997.

Ultima declinazione di questo percorso sono i Boombox Experiments, dove venivano fatti suonare 40 nastri da 40 Boombox (stereo portatile tipico della cultura Hip-Hop del periodo), coordinati con accelerazioni, pause, riavvolgimenti, rallentamenti dagli stessi Flaming Lips che in veste di direttori d’orchestra, davano indicazioni a un pubblico partecipe, che manovrava direttamente gli impianti.

Il circo Flaming Lips
La dimensione live, forse è quella che più riesce a restituirci questa idea di Gesamtkunstwerk drogata e spassosa.
Dal 2000, il gruppo porta in tour uno spettacolo multimediale, di anno in anno, più ricco e coreografico: effetti visivi, luci colorate, giochi, pupazzi giganti che ballano, elementi gonfiabili che danno vita ad architetture temporanee, laser, palle giganti di gomma, coriandoli e festoni, marchingegni creati ad arte per dare risalto ai singoli brani (come l’unicorno a grandezza naturale spinto dallo staff in mezzo al pubblico, mentre a cavalcioni Wayne Coyne canta There Should Be Unicorns, tratto dall’ultimo lavoro appena pubblicato).

E anche qui, la sorpresa è sempre dietro l’angolo. Coyne e compagni non si accontentano di dare al pubblico uno show mozzafiato, saturo di ogni genere di artificio e trovata. Vengono ogni volta messe in campo scelte che spingono in alto l’asticella, rompendo convenzioni e costumi consueti.
Prendiamo ad esempio i due concerti organizzati il 14 e il 15 giugno 2011, presso l’Hollywood Forever Cemetery di Los Angeles fra le tombe monumentali delle star. Per la sera del 14, in previsione dell’esecuzione completa del disco The Soft Bullettin (1999), viene venduto un altro teschio di gomma (il 2011 è l’anno dei teschi), questa volta al profumo di marijuana, con dentro una USB drive col video della data di New York (dove era stato eseguito l’intero album) e il biglietto per entrare al cimitero in entrambe i giorni. Mentre per la sera del 15 era prevista l’esecuzione di Dark Side Of The Moon.

The Flaming Lips, The Soft Bullettin live at the Hollywood Forever Cemetery, 2011.

Di questa performance si trova online un video bellissimo, con l’esecuzione al tramonto di Do You Realize??, insieme a Edward Sharpe and The Magnetic Zero: l’atmosfera è dolce e stralunata, in bilico fra un senso di comune hippy anni ’70 e una favola timburtoniana.

Oltre all’orgia carnevalesca che li rappresenta nei concerti, c’è anche questo, un lato intimista, esistenziale, che viene tradotto in una forma teatrale sempre e comunque unica. Pensiamo a un altro video, per la release di The Terror, durante la performance della title-track: Wayne Coyne tiene in braccio una bambola che stringe al petto con espressione grave, mentre dal suo corpo partono, come tentacoli, lunghi nastri luminosi che vanno a cercare il pubblico. Wayne culla il giocattolo con fare desolato, mentre una donna si dondola ai suoi piedi riversa su se stessa, piegata sulle ginocchia come se volesse chiudersi in un guscio che non possiede e la musica gli atti, gli sguardi, tutto cresce fino a una catarsi struggente che la vede sciogliersi in un pianto disperato stretta al cantante, sotto un soffitto basso e opprimente.

Possiamo portare mille altri esempi di quanto i Flaming Lips non siano solo una band di ottimo pop.
E che quello che fanno abbia un peso considerevole, seppur gestito sempre con una leggerezza e una spensieratezza invidiabili.
Il modo migliore forse per rendere tutto questo è osservare Wayne mentre dentro un enorme pallone trasparente (che assomiglia alla sfera di cristallo che Bowie, nei panni di Jareth Re dei Goblin, si passa fra le dita nel film Labyrinth), avanzando carponi, come un barboncino scodinzolante, attraversa la sala sopra la testa degli spettatori, per raggiungere una pedana dalla parte opposta del locale, e cantare Space Oddity con l’espressione gioiosa, non del performer, ma del fan che quella canzone la ama con tutto se stesso.
Questa cosa, di divertirsi come un pazzo, la fa da anni.
L’ho visto chiaramente proprio questo lunedì, all’Alcatraz di Milano.
E mentre si muoveva da una parte all’altra del locale sopra al suo pubblico, dava l’impressione di non smettere mai di ridere.
Come se il tempo non contasse.

Alessandro Pagni

 

[1] Per scrivere questo post mi è stata di grande aiuto la pagina sui Flaming Lips curata da Stefano Solventi su SentireAscoltare.