Ammetto che devo ancora riprendermi e che tirare fuori da una delle settimane più intense della mia vita delle riflessioni sensate su argomenti molto più grandi di me si è rivelato un compito arduo. Ma quando mi è stato chiesto di raccontare la mia esperienza come volontario al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia (da ora in poi IJF), ho pensato fosse anche una perfetta occasione per cercare di capire com’è messo il giornalismo di questi tempi e come dovrebbe essere il giornalismo del futuro.

Per chi non sapesse di cosa parlo: l’IJF è un evento annuale con centinaia di panel, workshop e dibattiti sparsi per il centro storico di Perugia, dedicati soprattutto ai giornalisti e al mondo del giornalismo. Uno sguardo verso l’interno di qualcosa che per sua natura guarda verso l’esterno, verso la realtà, per raccontarla e definirla. Un movimento introspettivo che ai giornalisti non sempre piace fare.

All’edizione di quest’anno, la dodicesima, che si è svolta dal 10 al 15 aprile, hanno partecipato 710 speakers provenienti da 50 paesi per animare 301 eventi. Da piccolo festival, l’IJF è diventato, soprattutto negli ultimi tempi, un punto di riferimento internazionale per tutto ciò che gira intorno al mondo dell’informazione. I numeri relativi al pubblico non vengono diffusi, ma la partecipazione è sempre alta e quest’anno alle tradizionali lunghe file del weekend si sono aggiunte sale piene già a partire da mercoledì e giovedì, i giorni più tranquilli. Insomma, spazziamo via il primo cliché: il giornalismo non è morto, anzi, sta diventando sempre più inclusivo e partecipato; una trasformazione che però ha un prezzo molto alto.

Il giornalismo, soprattutto quello italiano, è in una profonda fase di transizione causata soprattutto dalle nuove modalità di trasmissione delle informazioni emerse negli ultimi vent’anni. Anche per questo, nella maggior parte dei panel dell’IJF si è parlato dell’incontro/scontro fra giornalismo e nuovi media, in tutte le varie declinazioni. Metodi per combattere la disinformazione, nuovi linguaggi, big data, algoritmi, brand journalism e slow journalism, sfogliando il programma di quest’anno sembra di osservare un enorme calderone da cui verrà fuori, si spera, la formula magica che servirà ai giornalisti del futuro per interpretare e raccontare il mondo nuovo (non quello di Huxley, si spera).

Ma la nuova formula magica deve essere diversa dalla vecchia. Bisogna abbandonare il vecchio modo di raccontare, che ormai non funziona più: quello in cui il giornalista era il detentore della verità e criticare il suo lavoro era molto difficile, anche quando quel lavoro era fortemente influenzato da punti di vista troppo soggettivi o, ancora peggio, da anteposte scelte editoriali. Arianna Ciccone, fondatrice dell’IJF,  in riferimento alle polemiche riguardo l’Amaca di Michele Serra sul bullismo nelle scuole superiori, scrive in un post su Facebook:

“Capisco la nostalgia di alcuni giornalisti quando erano solo loro a decidere come andava raccontato il mondo, quando erano loro a decidere se una lettera di critica e di protesta di un lettore poteva o meno essere pubblicata sul giornale. Oggi i cittadini hanno i loro spazi autonomi, indipendenti dove esprimersi e quando in migliaia esprimono una loro posizione su uno stesso tema quella voce oltre ad essere autonoma e indipendente diventa imponente, tanto da ‘costringere’ l’autore a una replica, a un chiarimento”.

In perfetta coerenza con le parole della fondatrice, l’IJF è sempre andato nella direzione di includere le persone all’interno del dibattito alla ricerca di un nuovo rapporto fra lettori e mondo dell’informazione. Al giornalismo di oggi sembra però mancare ancora il passaggio finale, quello che fa diventare realtà le tante belle parole dette durante i panel: dare più importanza alle notizie locali, combattere la disinformazione attraverso un fact-checking rigoroso, creare un rapporto davvero collaborativo fra testate giornalistiche e social network e fra testate giornalistiche e lettori. Una piccola parte dei temi affrontati a Perugia (trovate tutti i panel su Youtube) che però in questi anni non hanno trovato applicazione pratica, se non in rari e piccoli casi.

Questa trasformazione, quest’ultimo passo, che in realtà è il primo su un nuovo percorso, ancora non c’è stato, perché il cambiamento, più che nei tanti speaker esperti, quelli che in qualche modo ce l’hanno fatta e che hanno già dato il loro contributo, si sta lentamente formando fra le migliaia di persone che ogni anno frequentano l’IJF e soprattutto fra chi muove l’intera macchina: in primis i due fondatori e organizzatori, la stessa Arianna Ciccone e Christopher Potter, poi lo staff dell’IJF, ma soprattutto i volontari, la truppa di 200 ragazze e ragazzi di cui quest’anno ho fatto parte anch’io.

Non è stata la mia prima volta all’IJF, ma la quarta. Alle prime tre ho partecipato come semplice visitatore esterno. Stavolta ho provato a dare il mio contributo dall’interno, per la precisione nel gruppo dei videomaker, che si occupa dei contenuti video da destinare al sito dell’IJF. E quello che ho visto mi fa ben sperare per il giornalismo del domani: centinaia di persone da decine di paesi diversi piene di voglia di fare, che correvano da una parte all’altra di Corso Vannucci nel centro di Perugia per fotografare e filmare tutte le conferenze, intervistare decine di speaker e scrivere una marea di articoli. Centinaia di persone che lavoreranno nel mondo dell’informazione che sono state per cinque giorni a stretto contatto con i professionisti che formano ora il mondo dell’informazione. Una posizione subalterna, certo, quella in cui io chiedo a te, speaker reduce da un panel, il favore di rispondere a qualche domanda per il sito dell’IJF e tu, molto gentilmente, nonostante sia un giornalista, declini; ma tutto sommato la posizione giusta per osservare e valutare. In modo più pomposo: il nuovo giornalismo che cresce guardando e toccando quello che c’è ora, cogliendo gli aspetti positivi e negativi, cosa va e cosa non va.

Quello che succede a Perugia ogni anno è la versione in miniatura di un ideale mondo informato e collegato, in cui si discute e si riflette senza dover necessariamente arrivare alle mani (virtuali e non). Ma la conclusione di questa disordinata riflessione non è: fate spazio ai giovani; semmai fateli lavorare, fategli acquisire competenze più varie possibile. Lasciare spazio in modo forzato non è mai la soluzione giusta; costruirlo, un nuovo spazio, deve essere l’obiettivo da raggiungere. I margini per crearlo ci sono, e anche le occasioni per teorizzarlo.

In questo periodo storico viviamo un cambiamento che rischia di mandare in confusione chi non ha gli strumenti per leggere oltre la magmatica superficie della quotidianità. Saper interpretare e raccontare questa fase non è solo auspicabile, ma necessario. E chi per scelta o per vocazione farà parte del mondo dell’informazione deve sentire questo peso sulle spalle, condividerlo con gli altri per cercare di risolvere il problema. Quello che succede ogni anno a Perugia è un buon punto di partenza, ma bisogna cominciare a camminare.