Dai dolci pendii dell’appennino umbro giunge un suono di ossa rotte. Quel suono è la musica dei Fast Animals and Slow Kids: martellante, distorta, struggente, un po’ indie e un po’ commerciale. Musica di provincia che dal vivo riempie tutto lo spazio sonoro e fisico che gli viene concesso. Musica senza compromessi, mai alla ricerca della soluzione sicura e banale; una delle poche speranze di rinascita artistica per il rock italiano.

I Fast Animals and Slow Kids nascono a Perugia nel 2008 come il tipico gruppo da cazzeggio fra amici, con un nome ispirato a un reality show fittizio apparso nella seconda puntata de “I Griffin”. E questo la dice lunga.
Con i primi pezzi in inglese iniziano a girare i locali di Perugia e dintorni. E proprio lì, per la fortuna di Aimone Romizi e soci, a qualche chilometro di distanza ha casa un’etichetta discografica, che dal cuore dell’Umbria, ha cambiato, almeno una volta, con Fine Before You Came, la storia dell’indie rock italiano.
Nel 2009 la To Lose La Track di Luca Benni stampa l’EP d’esordio dei Fask “Questo è un cioccolatino”.
Un cioccolatino, all’intero della custodia del disco, c’è veramente, ma soprattutto c’è una musica semplice, adolescenziale, molto vicina al punk nostrano. La voce di Aimone è ancora acerba e gli arrangiamenti anche, ma qualcosa d’interessante c’è, basta un orecchio lungimirante per trovarla.

Quell’orecchio è di Andrea Appino, frontman degli Zen Circus, che scova i ragazzi e li porta di corsa a registrare un disco. Nel 2011 esce “Cavalli” (con il sottotitolo “il tuo album da colorare”). Nella musica è molto evidente lo stile dei Zen Circus – vedi la buona “Copernico” – ma la costruzione dei pezzi diventa più ragionata, i suoni più distorti e la voce di Aimone più melodica e consapevole. I Fask iniziano a girare l’Italia e non si fermeranno praticamente mai per i 5 anni seguenti. Il pubblico inizia a innamorarsene e a ogni concerto arrivano nuovi fan. Il gruppo creato per divertimento ha cominciato il suo cammino e sta per diventare qualcosa di più del semplice cazzeggio fra amici.

Nel periodo tra “Cavalli” e “Hybris”, i Fast Animals and Slow Kids devono aver scoperto i “Titus Andronicus”, la band statunitense che ha saputo rinnovare il punk adattandolo al ventunesimo secolo, e devono essersene veramente innamorati. Con “Hybris”, del 2013, la musica dei Fask, per loro stessa ammissione, riprende le trovate melodiche e d’arrangiamento della band capitanata da Patrick Stickles, adattandole alla tradizione a alla lingua italiana. Questo debito è più evidenti in alcuni pezzi (“Dove Sei”, “Fammi Domande”) che in altri (“Treno”, “Maria Antonietta”), allargando lo sguardo è evidente una maggiore ambizione musicale oltre che a una consapevolezza raggiunta in quasi tutti i brani. Ma non c’è tempo da perdere, anche se in realtà di tempo, i Fask, fra le decine di date in giro per l’Italia, non è hanno moltissimo, così nel 2013, registrato sulle rive del lago Trasimeno, arriva un album che prosegue il percorso di maturazione iniziato con “Hybris”.

“Alaska” è un disco freddo, duro, nichilista, in cui si fatica a respirare, c’è solo una stretta apertura che s’affaccia su un mare di tranquillità, come quella della splendida copertina. Il disco impatta con una potenza esorbitante negli ormai troppo piccoli locali in cui suona la band. Locali che a fine concerto hanno le pareti imperlate di sudore e di condensa, dell’energia sprigionata dalla band e accolta dal pubblico sotto forma di movimento. Alcuni pezzi si trasformano, dal vivo, in cori assordanti.

“Ricordatevi di noi fra trent’anni
Che avremo bisogno di voi
Sarete l’orgoglio di tanti
Ma solo un appiglio per noi”
Come reagire al presente

L’atmosfera liberatoria di brani come “Il mare davanti” o “Coperta”, nel disco e dal vivo, è compensata però anche da alcune sezioni più tranquille. Si passa dal fortissimo di “Odio suonare” al pianissimo di “Il vincente”, per la via di mezzo bisognerà aspettare il disco successivo. Prima però c’è bisogno di una pausa.

Con un’ultima leg di tour che si conclude con un sold out all’Alcatraz di Milano, nei primi mesi del 2016 i Fast Animals and Slow Kids si fermano per riposare e per scrivere nuovi brani, ma soprattutto perché così Aimone può davvero andare in Alaska.
Il risultato è il recente “Forse non è la felicità”, un disco che riassume l’avventura del gruppo e che fa compiere un altro passo avanti alla lenta ma inesorabile esperienza sonora dei Fask; un album che evidenzia una grande maturità artistica. I pezzi non sono più troppo forti o troppo lenti, c’è un’evoluzione e una costruzione musicale (“11 giugno”, “Asteroide”) che quasi stupisce, nella sua complessità e originalità.

“Forse non è la felicità” alza l’asticella molto in alto. I Fast Animals and Slow Kids ora hanno delle responsabilità, verso loro stessi, verso il loro pubblico, ma soprattutto verso il rock. Adesso sta a loro sfruttare la popolarità guadagnata per sperimentare una nuova strada, un nuovo percorso dove continuare a far casino, sudare, combattere per la musica e rompersi le ossa, con quel suono che giunge dai dolci pendii dell’appennino umbro.