Brian Eno, 70 anni il prossimo 15 maggio, sembra più instancabile che mai. Dal ritorno all’ambient nel 2012 con Lux, il genio inglese, che ha plasmato almeno una decina dei capolavori musicali del secolo scorso, sembra aver iniziato una nuova vita, con ben 6 album pubblicati negli ultimi 3 anni. Avevamo iniziato il 2017 con Reflection, un manifesto ambient sulla musica generativa, e poco prima di chiudere l’anno è arrivato un altro disco registrato e prodotto in collaborazione con il pianista Tom Rogerson, già membro dei Three Trapped Tigers.

Era difficile intuire cosa sarebbe venuto fuori dall’accoppiata fra un virtuoso del pianoforte e un virtuoso dell’elettronica. Se poi ci aggiungiamo anche PianoBar, una tecnologia sviluppata da Don Buchla e Robert Moog, che permette di trasformare un pianoforte acustico in un device midi, la faccenda diventa davvero complessa. Eppure il risultato, Finding Shore, colpisce per la semplicità e la relativa immediatezza, che fanno del disco una piccola perla passata inosservata nel marasma generale di fine anno.

Le 13 tracce del disco sono slegate fra loro. In 49 minuti non c’è il minimo segno di costruzione di un percorso. I brani sono quasi messi alla rinfusa, ma sembrano comunque uniti da un qualcosa di più profondo del ritmo e della tonalità musicale. Il connubio fra analogico e musicale, impreziosito dal mixaggio di Eno, sembra dare a Finding Shore un’aura di fondo che unisce in modo sotterraneo tutte le anime del disco.

Ce ne accorgiamo fin da subito con i primi tre brani: “Idea of Order at Kyson Point” ondeggia fra morbidi suoni elettronici e piani e percussioni acustiche; “Motion in Field” aumenta il battito con un intreccio più digitale, acuto e ruvido; in “On-ness” invece c’è solo il pianoforte sulla scena. Tutte e tre si scontrano con la sincopata “March Away”, in cui è facile ritrovare il pianoforte preparato di John Cage o le sperimentazioni dell’Aphex Twin di “Computer Controlled Acoustic Instruments Pt2”. Ma tutto rimane in qualche modo coerente.

Questo vagare fra trovate musicali, ritmi, intensità e stati d’animo è il vero leitmotiv del disco: la ricerca continua di un approdofinding shore, appunto – che ritroviamo anche nella parte centrale, fra le dissonanti note acute di Rogerson divorate da una marea elettronica in “Eastern Stack”, le rarefatte panoramiche drone di “Minor Rift” e la breve e veloce “Red Slip”, con queste ultime due che sembrano uscite da un disco di Tim Hecker.

Ma c’è anche il minimalismo di Erik Satie: in “Quoit Blue” le frequenze di chissà quale sintetizzatore sembrano inseguire quelle generate dai tasti del pianoforte in una corsa che finisce per diventare un duetto, che continua nella seguente “Marsh Chorus” e poi va a spegnersi verso il vuoto siderale. Nello scontro/incontro fra i suoni di Eno e quelli di Rogerson, che si ripropone in ogni pezzo del puzzle, ogni volta sembra qualcuno possa prevalere, almeno fino al contrattacco dell’altra fazione, che ribalta i rapporti di forza. Così, verso la conclusione del disco, in “Chain Home” a imporsi sembra essere un confuso rumore elettronico, che però lascia spazio di nuovo al pianoforte in “Rest”, che chiude il disco lasciando ancora tutto in bilico.

Meno sperimentale delle aspettative, Finding Shore è un dialogo fra due mondi apparentemente lontani, fra due musicisti diversi, anche dal punto generazionale, ma accomunati da una visione musicale profonda e lontana dall’esteriorità. Tom Rogerson è riuscito a riportare l’instancabile e sperimentale Brian Eno degli ultimi tempi di nuovo verso una forma musicale più umana. L’alchimia tra i due è evidente, anche se rimane ancora visibile qualche imprecisione e qualche accenno di acerbità. Dobbiamo solo sperare che il progetto non si fermi qui e continui a navigare verso altre rive inesplorate.