È difficile recensire quest’ultimo disco di Brian Eno. Le ragioni principali sono due. La prima (e la più ovvia): Brian Eno è uno di quegli artisti che hanno fatto la storia della musica contemporanea, arrivato all’età di 68 anni può permettersi di fare ciò che vuole senza preoccuparsi minimamente di critica o vendite. Questo rende ogni recensione non inutile, ma per lo meno ridondante. La seconda, meno ovvia e più legata ai metodi compositivi di “Reflection”, la scopriremo dopo, per evitare di appesantire quest’introduzione. Ma cercando di mettere da parte queste difficoltà, proviamo per un attimo a parlare di questo disco come di qualunque altro.

Il primo dato oggettivo da rilevare è il ritorno del musicista inglese all’ambient, un genere che lo stesso Eno definì qualche hanno fa “tanto ignorabile quanto interessante”. E se lo dice uno che partendo dalla “Musique d’ameublement” di Satie, passando per la musica concreta di Cage e grazie a una fortuita coincidenza tra un incidente stradale e il volume troppo basso dello stereo che aveva nella sua stanza di ospedale, nel 1974 la musica ambient l’ha, senza troppi giri di parole, creata, allora c’è da fidarsi.
Di tempo da “Music for Airports” ne è passato, Brian Eno ha esplorato gran parte dei generi musicali definiti dall’uomo (forse gli manca il metal). Ma dopo gli ultimi esperimenti di rock sintentico con il frontman degli Underworld Karl Hyde, già da “The Ship”, il suo penultimo e dimenticabile lavoro, Eno è tornato ad atmosfere più rilassate.

My original intention with Ambient music was to make endless music, music that would be there as long as you wanted it to be. I wanted also that this music would unfold differently all the time – ‘like sitting by a river’: it’s always the same river, but it’s always changing.

“Reflection” è un composto da un solo brano lungo 54 minuti. Fin dalle prime battute, il riconoscibilissimo sound di Eno avvolge il nostro apparato uditivo: forme sinusoidali rimbalzano fra pareti immaginarie in un gioco di riflessi quasi ipnotico, senza soluzione di continuità: un organismo in continua evoluzione proprio sotto i nostri occhi. Non dobbiamo mai dare retta alla diceria per cui la musica ambient è tutta uguale e che non ci vuole nulla per comporla; i primi minuti di “Reflection” ne sono la prova. In un modo inspiegabile Eno ci immerge dentro questa melma densa e priva d’ossigeno, priva di sbocchi verso l’esterno, senza alcuna possibilità di riprendere fiato. La musica cambia in continuazione, non esistono divisioni, nessun momento in cui staccare la puntina dal giradischi o mettere in pausa. I suoni sembra provenire tutti dalla medesima matrice, a riprova che non serve una grande varietà sonora per creare una grande varietà compositiva. Ma sorge qualche dubbio, perché quello che si sviluppa durante i 54 minuti è un paesaggio che sembra mosso da una mano fredda e poco umana. Forse c’è qualche segreto ancora da scoprire.

Pieces like this have another name: they’re GENERATIVE. By that I mean they make themselves.

Qui entra in gioco un fattore fondamentale, che sposta ogni scambio di idee fuori dal campo della musica intesa come materiale (anche se materiale non è) per farlo approdare in lidi più astratti, al limite del filosofico. “Reflection” non è un album prodotto da una mano umana, ma generato automaticamente da un software composto da algoritmi e formule matematiche create dallo stesso Eno, che modificando gli elementi iniziali, piantando i semi nel terreno, si è messo lì seduto nel suo studio ad aspettare, ascoltare e ritagliare il risultato. Un risultato infinito perché stiamo parlando di un sistema che può creare musica all’infinito.

Tecnicamente parlando il discorso è meno complesso di quello che sembra, è tutto un gioco di uscite ed entrate in un mixer digitale incrociato con dei lunghissimi ritardi nella riproduzioni delle tracce “riflesse”. Filosoficamente parlando il discorso è ben più ampio. Quando parliamo di musica generativa stiamo parlando (con poco margine d’errore) della musica del futuro. L’artista non creerà un disco inteso come compilation di canzoni, ma un software capace di sviluppare musica sempre diversa proveniente però dalla stessa matrice. Lo stesso “Reflection” è disponibile per dispositivi Apple come app che riproduce all’infinito una versione sempre diversa del disco. Il disco fisico, cd o vinile che sia, è una sezione di 54 minuti presa da questo interminabile fiume di musica.

Reflection is so called because I find it makes me think back. It makes me think things over.

Eno è stato uno dei primi a teorizzare la musica generativa, creata inizialmente anche da altri artisti, come Steve Reich, tramite la messa in loop di nastri analogici (siamo alle fine degli anni ’60), ma negli ultimi anni uno dei gruppi in prima linea in questo campo sono gli Autechre, che creano le loro cosiddette Patch sul software Max/MSP. I loro live sembra diversi e “improvvisati” sono un esempio di quanto velocemente si stia evolvendo la musica generativa.

Ma dopo tutto ciò, cosa ne è quindi di “Reflection”? Come va valutato un album che porta all’estremo lo sperimentalismo musicale, che annulla quasi la mano dell’artista?
Noi possiamo limitarci a discutere di quello che alla fine è l’unica cosa realmente importante. La musica. E la musica di “Reflection”, le atmosfere che crea, questa marea che si espande e si restringe in cui perdersi e ritrovarsi è unica, ma anche fredda, caotica e robotica, un perfetto riflesso del mondo che ci circonda.

Perhaps you can divide artists into two categories: farmers and cowboys. The farmers settle a piece of land and cultivate it carefully, finding more and more value in it. The cowboys look for new places and are excited by the sheer fact of discovery, and the freedom of being somewhere that not many people have been before. I used to think I was temperamentally more cowboy than farmer… but the fact that the series to which this piece belongs has been running now for over 4 decades makes me think that there’s quite a big bit of farmer in me.