EDM. Eletronic Dance Music. Un nome, anzi una sigla, che farebbe rabbrividire milioni di persone. Oppure saltare e urlare di gioia almeno altrettante.
Una sigla, anzi un genere musicale, con una storia particolare. Brevissima come quella di tutti quei generi musicali che esplodono come bolle di sapone dopo essere entrati a contatto con il dio denaro (vedi Progressive Rock).
Ma se sembra molto facile trovare le radici dell’EDM contemporanea – siamo in zona Giorgio Moroder/Kraftwerk – non è altrettanto semplice trovare la scintilla che ha fatto esplodere il fenomeno mondiale che ha dominato le classifiche dance degli ultimi cinque anni almeno, con tutti gli esorbitanti ritorni economici del caso.

Difficile trovare un nome preciso, un vero iniziatore. L’olandese Tiësto, David Guetta, Laidback Luke, artisti che hanno raccolto i frutti del lavoro di musicisti che prima di loro, e con intenti ben più nobili, avevano intuito il potere e le possibilità dell’elettronica commerciale come The Prodigy, Fatboy Slim, Chemical Brothers.

Forse sarebbe più giusto parlare di un gruppo di artisti, spesso divisi per nazionalità. Ragionando in questo senso è facile individuare due punti di partenza geografici nella Francia di David Guetta e nell’Olanda di Tiësto, quest’ultima vera e propria fucina di meteore elettroniche – Sandro Silva, Quintino, Bassjackers, Alvaro – nate cresciute ed esplose nell’etichetta Musical Freedom, di proprietà dello stesso Tiësto.
Siamo intorno al 2010 e i più astuti manager musicali giù intuivano la nascita di un qualcosa di molto grande. Cominciano a dominare il mercato proprio quelle etichette discografiche che prima delle altre avevano intuito il potenziale milionario che poteva nascondersi dietro brani apparentemente banali. Chiunque si sia minimamente affacciato sul mondo EDM conosce la newyorkese Ultra Records oppure la Astralwerks, che vanta nel suo roster artisti del calibro di deadmau5, Swedish House Mafia e Porter Robinson.

Artisti per la maggior parte “improvvisati” – i cosiddetti bedroom producer – a cui serviva un palco su cui suonare (e guadagnare), che andasse oltre il ristretto spazio di una discoteca ad Ibiza. Ed ecco che dalle ceneri della cultura Rave e dei festival techno, nasce il fattore fondamentale del fenomeno eletronic dance music: i festival di musica elettronica, macchine da soldi che sembrano incarnare tutto ciò che di bello e di brutto c’è nel termine e nella storia dell’EDM.
La lista dei festival sarebbe infinita. Il più famoso di tutti è Tomorrowland che si svolge ogni anno in Belgio. Nel 2005, la prima edizione aveva ospitato novemila persone. Nel 2017, grazie al raddoppiamento per due weekend consecutivi, le presenze sono state trecentosessanta mila.
Da menzionare poi c’è l’Ultra Music Festival, che si svolge, a tappe, in tutto il mondo.
È anche grazie all’enorme portata di queste manifestazioni che un numero ristretto di artisti anche giovanissimi come Avicii o Martin Garrix ha guadagnato (e ancora guadagna) milioni e milioni di dollari.

Col senno di poi è chiaro come ci fosse qualcosa che non andava. Un tale flusso di denaro in così poco tempo non solo non poteva non avere conseguenze sulla qualità musicale, ma sicuramente non poteva essere nato in modo così cristallino come sembrava. L’enorme attenzione generata dagli enormi festival elettronici è stato il primo passo verso la parte discendente di una parabola che proprio in questi ultimi mesi sembra essere arrivata a conclusione.
Diversi magazine e blog musicali, già nel 2015, cominciavano a svelare il meccanismo dei ghost producer, grazie soprattutto ai cinguettii del produttore britannico Mat Zo, che nel giugno del 2015 rivelava una lista di artisti del calibro Tiësto, David Guetta, DVBBS, Dimitri Vegas & Like Mike con affianco il nome dei veri autori dei loro pezzi. Lo “scandalo” non è stato mai confermato, ma in qualche modo si è cercato di giustificare e normalizzare la faccenda. A questo si aggiungono le sempre più pesanti accuse sul fatto che i dj dal vivo vengano pagati per premere un bottone, con varie speculazioni su playlist o set preregistrati. Una critica abbastanza fine a stessa e anche leggermente ipocrita (i Daft Punk in Alive 2007 sul palco facevano poco o nulla).

Insomma, quell’enorme bolla che sembrava destinata ad esplodere da un momento all’altro è definitivamente esplosa. Ovviamente i festival e alcuni degli artisti che dominavano le classifiche fino a qualche anno fa sono ancora vivi e vegeti, ma è evidente come da un annetto a questa parte si sia tornati verso un umanizzazione musicale che in quegli anni, a forza di drop e riff elettronici, era scomparsa a scapito del puro (e la maggior parte delle volte poco sano) sballo.