Librerie, pubblicità, recensioni, scaffali di amici: L’arminuta era ovunque. Era impossibile non provare una certa curiosità nei confronti del libro di Donatella Di Pietrantonio e non provare a leggerlo.

Inutile dire che, qui, dall’altro lato dello schermo, siamo rimasti piacevolmente sconvolti.

©silenziostoleggendo

Complice anche il fatto di non essere un libro prolisso, questo romanzo viene divorato con una media di tre giorni: capitoli brevi, essenziali, intensi e di quella rara specie che alla fine dici “Aspetta, devo sapere cosa succede dopo”. Il titolo, poi, è metà del libro: l’arminuta, che molti si ostinano a leggere inconsciamente l’arminAuta, è una parola del dialetto abruzzese, vuol dire: La ritornata. Nonostante l’origine vernacolare del termine, la parola “arminuta” ha un che di esotico, che spinge sul bottone della curiosità di chi passa davanti al libro.

La trama è semplice. Una ragazzina alle porte dell’adolescenza viene riconsegnata dalla sua famiglia borghese, alla sua famiglia biologica, povera e ignorante, per circostanze che verranno svelate solo alla fine della storia. Da qui ci saranno tutta una serie di vicissitudini che porteranno la protagonista, l’arminuta, a relazionarsi con il nuovo mondo in cui viene “gettata” e a scoprirne i pregi e i difetti.

La verità è che da una trama apparentemente così semplice, può scaturire un’esperienza ricca e meravigliosa.

In un’epoca in cui ci si è dimenticati di cosa voglia dire la bellezza della semplicità e della non-retorica, Donatella Di Pietra ntonio ci fa riscoprire il lessico famigliare delle cose. Nel suo libro infatti, la famiglia originaria dell’arminuta parla solo in lingua vernacolare, una lingua in cui non sono presenti termini per i sentimenti, che invece vengono riversati sugli oggetti: pochi, a volte rubati, nascosti, umili, ma con un significato profondo e mai scontato.

I personaggi sono teatrali nella loro genuinità: Adriana, per esempio, la sorella minore dell’arminuta, fa in qualche modo parte di una parte epica del romanzo; è una virago forte e resistente che combatte al fianco dell’arminuta, mentre La Madre è una dea povera che non spreca occasione nel tormentarla e sta a guardare tutto ciò che accade, spesso standosene in disparte senza intercedere troppo.

Altro argomento interessante del libro è la sua bipolarità: da un lato la borghesia, dall’altro il proletariato, un conflitto antico che rispecchia abbastanza verosimilmente la situazione nei piccoli borghi abruzzesi tra gli anni Sessanta e Ottanta che, infine, sembra voler puntare il dito contro le ipocrisie che spesso sono alla base della mentalità piccolo-borghese.Un libro semplice, ma pieno di spunti di riflessione, per chi sa coglierli.

Talmente affascinati da questo romanzo, abbiamo voluto porre qualche domanda alla gentilissima quanto talentuosa Donatella Di Pietrantonio:

-Si è mai sentita arminuta? Se sì, in quale circostanza?

Sì, invevitabilmente. Proprio perché questa sorta di spaesamento, che si prova nel tornare in un luogo, o in una situazione, o in una relazione che non vogliamo, è un destino comune.
Mi è capitato varie volte. Un esempio potrebbe essere quando avevo dieci anni e la mia famiglia si è trasferita e io sono andata a scuola in un paese più grande rispetto al precedente e quindi ho avuto questo senso di stranimento.

-Secondo lei come mai gli abruzzesi hanno amato tanto questo romanzo, oltre al fatto di essere ambientato nella loro terra?

Perché probabilmente tutti i lettori si sono potuti ritrovare in qualcosa, hanno potuto ritrovare delle parti di sè. Quello che ho potuto riscontrare nelle presentazioni del libro è proprio questo: ognuno si ritrova in un tema, in un vissuto particolare, per esempio quello dell’abbandono, che è un vissuto universale e non è necessario aver sperimentato situazioni drammatiche come quelle dell’arminuta per sapere di cosa si tratta

-La lotta che c’è tra borghesia e proletariato all’interno del libro sembra infine risolversi a favore della parte umile: la povertà è più concreta dell’abbondanza? Cioè: se l’arminuta avesse avuto un percorso diverso, sarebbe cresciuta meglio nella borghesia o nell’umiltà della tradizione?

Chiaramente non bisogna generalizzare, dalla storia che racconto non si possono stabilire delle regole generali. Nel caso della mia storia sì, lei è figlia di entrambi questi mondi e alla fine scopre che questa sua famiglia originaria, così povera e numerosa è più autentica di quella in cui è cresciuta: quella in cui viveva in questo equilibrio solo apparente, un equilibrio piccolo-borghese che si rivela molto falso e basato su ipocrisie. Nel romanzo c’è quasi una rivincita della famiglia biologica, ma è in questa singola storia, non si può generalizzare.

-Nel romanzo la povertà e la borghesia vivono a pochi chilometri di distanza l’una dall’altra, nella sua terra, oggi, vede ancora questa situazione?

Io credo che tutto sia sempre mescolato e compattato e si possono trovare ovunque, anche nelle situazioni che ci sembrano migliori, delle sacche di povertà. Anche nelle situazioni di agiatezza, nei luoghi più sviluppati e più ricchi è facile trovare, girando l’angolo, la persona che cerca nel cassonetto in cerca di cibo.

-Se potesse associare al libro un piatto tipico abruzzese (anche più di uno), quale sarebbe?

Nel libro vengono citati gli arrosticini, che sono un po’ il simbolo dell’Abruzzo. Anzi, visto che non viene nominato nessun luogo nel romanzo questo è proprio il tratto che consente di identificare i luoghi anche al di fuori della nostra regione. Nelle presentazioni mi chiedono spesso questo: non nomina luoghi, ma sta parlando dell’Abruzzo dato che cita gli arrosticini! Ma ci sono anche altri piatti che vengono citati.

 

In sostanza, quando si gira l’ultima pagina del libro, ci si rende conto di essere tutti un po’ arminuti. Tutti torniamo da qualcosa, qualcuno, o un luogo. Per tutti arriva il momento in cui ci si rende conto della linea sottile che sta tra l’essere realmente appartenenti a qualcosa e il non esserlo, tra il momento in cui tutto sembra vero e il momento della rivelazione della verità, a volte amara, a volte no.

Se vi trovate per le mani L’arminuta, prendetelo, e leggetelo: potreste trovarvi dentro un pezzo di voi che non sapevate potesse essere incluso nel prezzo.