Nella prefazione ad Atti innaturali, pratiche innominabili, la scrittrice statunitense Aimee Bender scrive questo di Donald Barthelme, e nello specifico del suo racconto breve The School:

 “Per me quelle pagine sono state una ventata d’aria fresca: finalmente uno scrittore che aveva una voce personale e ben definita, che diceva la sua su cos’è che rende una storia completa. […] a ogni lettura le immagini diventano più ricche e più profonde, rivelando perle di saggezza sulle esperienze umane in un contesto che sembra del tutto assurdo.

E anche:

 “Qualsiasi cosa sia stato, Barthelme è riuscito, qui negli Stati Uniti, a mettere al mondo una progenie di scrittori eccezionali che hanno elaborato a modo loro la sua potente miscela di astrazione e umorismo.

Poiché è piuttosto facile trovare panegirici su una determinata opera o su un determinato autore nell’introduzione ad un libro dello stesso, si possono anche prendere con le pinze tanti e tali elogi. Poi salta fuori che David Foster Wallace considerava Il pallone di Barthelme “Il primo racconto che mi ha fatto venire voglia di diventare scrittore” (a Wallace, non a chi vi scrive). E allora magari ci concediamo il beneficio del dubbio.

Sostanzialmente, Donald Barthelme può essere considerato il Lou Reed della letteratura contemporanea americana: lo scrittore che in – discretamente – pochi hanno letto, ma che è riuscito, ciononostante, a lasciare un segno indelebile; passato quasi inosservato nel panorama della narrativa breve (rispetto ad altri giganti quali il mai abbastanza compianto Carver), Barthelme è forse uno di quegli scrittori in attesa della giustizia storica del riconoscimento postumo; intendiamoci, è stato insignito del National Book Award (per The slightly irregular fire engine, un libro per bambini), ma deve ancora arrivare il momento, profetizzato da Thomas Pynchon, in cui “ogni libro di Barthelme diventerà un best-seller”.

Nato a Filadelfia nel 1931 e morto a Houston nel 1989; figlio di un architetto appassionato di avanguardie artistiche è stato scrittore, giornalista, editore, direttore di museo e professore. Ha scritto quattro romanzi e un centinaio di racconti, parzialmente pubblicati, recentemente, da Minimum Fax. La sua narrativa è varia, allucinata, acuminata e brillante. Attinge al surrealismo immergendovi una lama di concretezza a volte sconvolgente, colpisce per la sua compattezza senza poter essere definita minimalista (troppa è la varietà dello stile, la volontà di sperimentare, di esplorare), precede il postmodernismo senza soffermarvisi troppo. I racconti di Barthelme tendono a sfidare la narrazione tradizionale, si liberano di concetti quali inizio e fine, snobbano il climax. Inneggiano al finale aperto, comprendono l’importanza della domanda, la domanda giusta, anziché arrogarsi il diritto di offrire risposte.

 “Chi è adatto al matrimonio? Cos’è l’arte dell’amore? Quali disturbi fisici e mentali possono essere ereditari? […] Cos’è la sterilità? Come funzionano gli organi maschili della riproduzione? L’uovo umano è uguale a quello d’uccello? […] Con quale frequenza si deve praticare il coito? Quale durata deve avere? È bene spegnere la luce? È opportuno accompagnarsi con della musica? La nostra cultura è depravata? L’uovo umano è uguale a quello d’uccello?

(D. Barthelme, Storia fotografica della guerra)

Barthelme indaga l’animo umano, lo fa a volte con eleganza, a volte con ferocia, quasi sempre con un’ironia che è molto spesso malinconica; quella che potrebbe sembrare furbizia è definita, sempre dalla Bender, l’arte di “trasformare un involucro di arguzia in un abisso di profondità”. Così, quelli che possono sembrare giochi di parole e immagini semplicemente astuti, facili, diventano la lente di una meticolosa analisi di una società di massa, della coscienza dell’uomo moderno; anche dei media e della loro spazzatura, che più di ogni altra cosa sembrano dare, se analizzati nel modo giusto, il riflesso di ciò che siamo. Questa, in particolare, rappresenta una tendenza paragonata da alcuni critici ad una sorta di letteraria disposofobia per la spazzatura culturale; per altri, tra cui Wallace, ha rappresentato una lezione di cui far tesoro.

 ““Sì, sì,” disse il tecnico-capo, “senza dubbio c’è una certa dose di verità in quello che lei dice, ma noi non possiamo proprio permetterci di perdere la guerra, no? E fermarsi equivale a perdere, no? Se si considera la guerra alla stregua di un processo di gestazione, l’arrestarlo equivale a un aborto, no? Noi non la sappiamo perdere la guerra. Ciò non rientra tra le nostre capacità.”

(D. Barthelme, Relazione)

 

Nicola De Zorzi