Non c’è volontà di comprendere
e questo corrompe la società
cui riesce più semplice credere
che i buoni son qua e i cattivi là

(Marlene Kuntz, A chi succhia)

È cominciato tutto con un pugno di fotografie.
Il 10 Ottobre 1967, gli ufficiali boliviani, supervisionati da agenti segreti statunitensi, danno in pasto a un manipolo di giornalisti, il corpo senza vita di Ernesto Guevara, “el Che”. Sono tutti curiosi, increduli, lo studiano con attenzione, lo toccano, si guardano fra loro in cerca di conferme che tardano ad arrivare. È lui? Non è lui? Chi è l’uomo disteso su una barella da campo, adagiata sopra al trogolo dei maiali? Gli alzano il capo, perché si veda nelle fotografie che è stato sconfitto. Perché lo scatto racconti quel confine scivoloso in cui muore un uomo e il punto in cui si annienta anche l’idea di questo. Il suo fantasma, la traccia impalpabile del suo passaggio.

Come dice John Berger nel primo capitolo della raccolta di scritti sul tema, Capire una fotografia, «la fotografia del 10 ottobre aveva lo scopo di mettere fine a una leggenda».[1]
Ciò che è stato fatto in quel tugurio maleodorante, enfatizzando più possibile il lato disgustoso, autoptico, dell’operazione,  citando ancora Berger, è semplice e orribile: «trasformare il morto in esempio […] come monito politico». Il messaggio abbastanza chiaro e brutale che si voleva far passare, era tutt’altro che innocuo: ciò che era accaduto al famoso leader della rivoluzione cubana, sarebbe capitato a ogni altro guerrigliero. Nessuno è immortale, meno che mai le idee che lo animano. E la fotografia aveva il compito di dimostrare in modo incontrovertibile, la veridicità di questa minaccia.

Ufficiali dell'esercito boliviano e giornalisti ispezionano il corpo di Che Guevara, ottobre 1967.
Ufficiali dell’esercito boliviano e giornalisti ispezionano il corpo di Che Guevara, ottobre 1967.

Non è la prima volta che si utilizzano immagini di questo tipo per fini politici o propagandistici: pensiamo all’esposizione sulla pubblica piazza, immortalata in una celebre sequenza di scatti (fra il 18 marzo 1871 e il 28 maggio dello stesso anno), dei morti della Comune di Parigi. O l’uso che è stato fatto nel secolo scorso, dell’immagine fotografica prima, e di quella video in un secondo momento, ai fini di esaltare eroicamente questo o quel regime. Eppure l’esposizione di Che Guevara, glaciale e vigliacca, ha spezzato qualcosa. È come se quel giorno la fotografia, avesse perso il suo ultimo scampolo di purezza, diventando scellerata, aprendo le porte al voyeurismo, all’anedonia, diventando presagio del troppo vedere, della cecità bianca nell’epoca della connessione planetaria. Ed è diventata in breve capace di accendere e spegnere, a uso e consumo di chi la produce, ma soprattutto di chi consapevolmente la veicola, determinati interruttori del cervello, spesso a nostra insaputa e in modo decisamente inquietante.

Quest’ultima considerazione è alla base di alcuni “prelievi” di Simon Menner, artista tedesco che usa le fotografie d’archivio, mettendole in dialogo, per portare alla luce questioni di stringente attualità. Lo scorso anno, nell’ambito del Forum NRW di Düsseldorf, ha presentato il grande progetto Terror Complex, dove, utilizzando filmati presi dal web, analizza le strategie di auto-rappresentazione dei gruppi terroristi di matrice islamica. [2] Una costola in particolare, di questo lavoro, dal titolo Role Models (2016), si concentra sulla ricorrenza, palese e indiscutibile, all’interno dei video di propaganda dello Stato Islamico e di altri gruppi terroristici, di modelli occidentali mutuati dai medi, mettendo in risalto una gestualità eroica e retorica, e l’adesione a molti stereotipi hollywoodiani.

Simon Menner, Reporter, Role Models, 2016.
Simon Menner, Reporter, da Role Models, 2016.
Simon Menner, Pyramid, Role Models, 2016.
Simon Menner, Pyramid, da Role Models, 2016.

Formalmente quello che fa Menner è prendere dei “fermo immagine”, in arte contemporanea noti come still da film, trasformarli in fotografie, ritagliarli in modo grossolano e appiccicarli su uno sfondo colorato con tonalità rosse, che possa isolare in modo funzionale, quello che vuole porre sul piedistallo della nostra attenzione. Il tutto viene montato in dittici, dove vengono messi a confronto questi “ready-made“, con analoghe situazioni derivate dalla cultura visiva dei media occidentali. Ad un primo impatto quello che ne viene fuori ci fa sorridere: vedere jihadisti arrampicarsi formando piramidi umane, leziose quasi quanto quelle di un gruppo liceale di cheerleaders, o scoprire la sorprendente prossimità di gesti fra una casalinga che si appresta a mostrarci, durante un cooking show, i passaggi basilari per realizzare una gustosa torta di compleanno e un militante dell’IS che istruisce i papabili foreign fighters su come preparare un’arma chimica homemade, ci induce superficialmente a sminuire la portata del problema. Anche quando incontriamo l’immagine di un “uomo-arsenale” vestito di caricatori da mitragliatrice, come il solitario e psicotico John Rambo, non possiamo evitare di pensare al lavoro dell’artista tedesco come a una parodia.

È addentrandosi nella serie, che questo ricorrere di stereotipi, questo surplus di cliché, pescati dalla mitologia hollywoodiana, dai tormentoni mediatici e dal settore dell’informazione, ci lascia un sapore strano in bocca. Pensiamo al cronista dello Stato Islamico, posto di fianco a un reporter della CNN: fa quasi tenerezza quel cubo posticcio con il simbolo dell’IS fissato con lo scotch alla base del microfono, come segno caratterizzante del mestiere di giornalista, (come fa un bambino quando gioca), se non fosse per un dettaglio che fa nettamente la differenza:  dopo le “interviste”, le persone interrogate vengono bruciate vive. Sembra buffo vederli a cavallo, battaglieri e goffi, mentre corrono alla carica, brandendo spade e vessilli, se non si allargasse sopra di noi la nube nera di un passato cristiano segnato dalle Crociate, iconograficamente sintetizzate nei medesimi gesti. E il soldato che punta il dito nella direzione del nostro sguardo, ricordandoci in maniera grottesca lo Zio Sam che non accetta scuse e ci chiama alle armi per difendere il paese (I Want You), sembrerebbe fin troppo retorico per risultare efficace, se non fosse che quel dito in realtà è puntato oltre le nostre spalle, in direzione di tutte quelle persone cresciute con gli stereotipi occidentali, imperialisti, cinematografici, ma che simpatizzano per il califfato e sono pronti a rispondere, ovunque, in qualsiasi momento, a quella chiamata. Siamo diversi eppure così simili.

Simon Menner, Rambo, da Role Models, 2016.
Simon Menner, Rambo, da Role Models, 2016.
Simon Menner, Bruce Lee, da Role Models, 2017.
Simon Menner, Bruce Lee, da Role Models, 2017.

La serie, con la sua veste artigianale e sintetica, porta sapientemente a galla questa condizione di specchio distorto, un “noi” e “loro” che continuamente si confonde, in cui ci scopriamo colpevoli e paghiamo pegno per Guantanamo e le torture, per la facilità con cui armiamo i nostri figli idioti, per l’incoscienza con cui celebriamo i nostri cecchini. Role Models ci fa toccare con mano l’abisso dell’errore di percezione che ha nutrito le nostre ideologie, la ridicola pretesa di insegnare qualcosa alle altre culture: non esportiamo la democrazia, non esportiamo la pace, ma solo il nostro modo peculiare e ormai diffuso a tappeto, di essere stupidi, miserabili e scellerati. Siamo riusciti solo a insegnare un modo di inquinare culturalmente il mondo, con orpelli e impalcature mentali, che ci stanno drammaticamente tornando indietro sotto forma di innesco per suicidi ideologici.

La percezione, come ribadisce più volte Menner è il campo di battaglia, di questa guerra invisibile, che forse non arriverà mai, ma a qualcuno serve che la sua presenza sia tangibile, che l’arma della paura sia sempre pronta ad esplodere colpi a caso sulla folla. Mentre ci esercitiamo ogni giorno, con diligenza, per sviluppare la memoria del pesce rosso, scordandoci che tutto questo lo abbiamo già visto (nella storia e nel nostro quotidiano) e anzi, spesso ne siamo stati, o ne siamo ancora oggi, complici: il testone poco eroico e molto fallico di Mussolini, esibito ossessivamente in tanti manifesti propagandistici; Ronald Reagan che fa il cowboy alla Casa Bianca provocando l’Unione Sovietica, Trump che sulla stessa scia ideologica risponde alle sollecitazioni di Kim Jong-un  come se fosse una gara sulle dimensioni del pene,  Putin che si preoccupa di imbastire un’elaborata messa in scena a discapito di una tigre siberiana sedata, per dare prova di coraggio e generosità, davanti agli occhi attenti di una troupe televisiva. Cose che farebbero sghignazzare, se non fossero l’anticamera di operazioni calcolate a tavolino per un ritorno d’influenza, in ambiti che il più delle volte ignoriamo.

Simon Menner, Two Rilfes, da Role Models, 2016.
Simon Menner, Two Rilfes, da Role Models, 2016.
Simon Menner, Dog Leash, da Role Models, 2016.
Simon Menner, Dog Leash, da Role Models, 2016.
Simon Menner, Cooking Show, da Role Models, 2016.
Simon Menner, Cooking Show, da Role Models, 2016.

Sul finale di Cave of Forgotten Dreams di Werner Herzog, documentario sulla Grotta Chauvet presso Vallon-Pont-d’Arc (nella regione della Rhône-Alpes in Francia), con i suoi oltre cinquecento metri di pareti, dove fra cristalli e cupole naturali, compaiono numerose pitture rupestri che sono, con molta probabilità, l’esempio più antico di arte preistorica del mondo, il regista, con la sua inconfondibile voce fuori campo, racconta un aneddoto. A soli trentacinque chilometri di distanza dalla Grotta, sul fiume Rodano, si trova una delle più grandi centrali nucleari francesi. L’acqua calda in surplus, usata per far raffreddare i reattori, viene incanalata a un chilometro di distanza dove è stata creata una biosfera tropicale che ha favorito la sopravvivenza e la riproduzione di un’affollata comunità di coccodrilli, cresciuti in apposite serre. Fra questi esemplari, sono nati dei coccodrilli albini. E la riflessione che fa il regista tedesco al riguardo, sembra la chiosa perfetta e, a modo suo, illuminante, per soppesare le riflessioni di Menner:

Da questo ambiente surreale scaturisce un pensiero: in tempi non sospetti, poche decine di migliaia di anni fa, qui c’erano dei ghiacciai spessi 2700 metri. Adesso si sta diffondendo un nuovo clima. Presto questi albini potrebbero ritrovarsi nella Grotta Chauvet. Osservando le pitture che cosa faranno? Nulla è reale, nulla è certo, non è semplice capire se queste creature si stiano trasformando nel loro stesso alter-ego. E poi? Si incontrano? Oppure non è altro che un riflesso immaginario? È possibile che noi, oggi, siamo i coccodrilli che scrutano l’abisso temporale, quando osserviamo le pitture della Grotta Chauvet?
(W. Herzog, Cave Of Forgotten Dreams)

Simon Menner, Uncle Sam, da Role Models, 2016.
Simon Menner, Uncle Sam, da Role Models, 2016.

Alessandro Pagni

[1]John Berger, L’immagine dell’imperialismo in Capire una fotografia, Roma, Contrasto, 2013, pp. 17-31.
[2] Kim Knoppers, Perception is the Battlefield, in Foam #47/2017.