Quando si parla di cultura, scolarizzazione, istruzione e i ruoli sociali che ne conseguono si arriva spesso alla conclusione che la missione primaria dell’istruzione, ovvero quella di assegnare ad ogni individuo eguali possibilità di accedere a qualsiasi mansione a prescindere dalla propria storia personale, si rivela fallimentare. Il processo che avviene è esattamente l’opposto: la scuola monopolizza e discrimina in base ai titoli di studio. Per Ivan Illich è questo l’enorme disequilibrio che genera l’istituzione scolastica, creando di conseguenza una forte confusione fra istruzione e ruolo sociale. Questo assunto è possibile ritrovarlo in una delle opere più importanti di Illich, “Descolarizzare la società“. Pubblicato nel 1971, il testo di Illich si oppone fortemente al sistema dell’istruzione obbligatoria, il quale, secondo l’autore, ormai non può più mantenere le sue promesse. Il libro è una aperta critica alla società statunitense del tempo, quella degli anni ’70, appena uscita dalla “rivoluzione culturale” del ’68, sconfitta, purtroppo, qualche anno dopo forse proprio a causa di una imposizione culturale che in sostanza era, fra l’altro, inattuabile: la scuola obbligatoria eguale per tutti da un punto di vista economico, secondo Illich, è fondamentalmente un sogno impossibile ed inapliccabile. Senza contare poi che l’investimento economico non comporta comunque un aumento dell’istruzione, con tanto di statistiche a dimostrarlo riportate dallo stesso Illich.

La povertà secondo Illich costituisce un enorme handicap nella gara a chi corre più lontano durante il suo percorso d’istruzione, cosicchè un bambino povero di certo non potrà godere degli stessi agi e delle stesse possibilità di un bambino della media borghesia che potrà certamente approfondire il suo percorso culturale anche al di fuori dell’ambiente scolastico (e che novità, direte voi). Ma la parte interessante del discorso di Illich fa presente che un’istruzione finanziata economicamente si trasforma in una enorme barriera fra ricco e povero, costringendo quest’ultimo ad una dipendenza assoluta dal sistema scolastico. La formula proposta è semplice: chi non ce la fa ha perso, chi riesce ad andare avanti avrà sicuramente successo. La scuola in questo modo, secondo Illich, toglie alla classe povera il rispetto per sé stessi, sminuendo del tutto il principio di libertà che l’istituzione scolastica doveva necessariamente avere dalla sua. La scuola così facendo si fa inevitabilmente portavoce del sistema.

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Ivan Illich

“La scolarizzazione è un investimento di capitale, ma anche una forma di controllo sociale, di stratificazione, è la creazione di una società di classe, con un numero sempre maggiore di emarginati quanto più si sale”

La descolarizzazione è un rinnovamento culturale, è una rivoluzione oltre che di erudizione anche percettiva, mentale, che va oltre l’istituzionalizzare anche l’insegnamento. Il testo di Illich genera non poco scetticismo e dubbi sul tema centrale ma sono dello stesso avviso, per quanto riguarda la creazione di una società di classe, Bourdieu e Passeron in “La riproduzione“. In quest’opera i due autori svolgono una analisi estremamente critica nei confronti del sistema d’istruzione che “riprodurrebbe“, come da titolo dell’opera, la struttura sociale esistente e non una libertà ed una indipendenza come invece prefigge nei suoi scopi. Ciò avverrebbe perché l’educazione dona non tanto il sapere in sé, ma un complesso di comportamenti che riguardano il rapporto col sapere. I suddetti comportamenti sarebbero convergenti con quelli di determinati gruppi sociali, che dunque si ritrovano avvantaggiati rispetto ad altri. Così il sistema educativo non seleziona chi ha il sapere, ma chi appartiene ad una certa classe sociale.

Sorgono da qui tanti interrogativi: è possibile insegnare qualcosa a qualcuno senza che ci sia per forza un processo di istituzionalizzazione? (ritornando ad Illich). Il fallimento del proposito egalitario pare più che manifesto e nella corsa allo status pare vincere sempre chi può permettersi di correre più a lungo, di conseguenza si crea una sorta di illusione collettiva che all’aumentare dell’istruzione vi sia un corrisposto positivo in termini di benessere della società. Cosa che del resto è decisamente arbitraria. E allora quanto vale la pena portare ancora avanti un sistema d’istruzione con fondamenta completamente rivolte a reggere un enorme apparato che genera costi enormi, oltre che essere una macchina ideologica che mette in evidenza quanto sia importante il fattore della competizione? Illich, fra l’altro, al tempo lamentava proprio questo: quelle che un tempo erano un luogo di apertura e dibattito (accademie ed università) si sono poi trasformate in vere e proprie fucine volte allo sviluppo delle nazioni. Per lo scrittore viennese gli studenti sono diventati merci, un valore aggiunto per la competività di un paese.

E se dunque l’istituzione scolastica si è trasformata in un luogo dogmatico ed ideologico bisogna assolutamente scindere fra educazione e semplice trasmissione di informazioni, la quale non fa altro che alimentare un sistema ormai messo in discussione da decenni.