La metamorfosi in oro è forse l’aspetto che colpisce di più, quando si parla di alchimia. È uno dei concetti cardine legati alla pietra filosofale, e quello che fa maggiormente gola. La trasformazione in oro dei cosiddetti metalli vili. Questa proprietà, naturalmente, ha finito per sporcare il concetto stesso di alchimia; non che ci sia da stupirsi a riguardo: questa disciplina è nata in un periodo in cui la scienza era confusa con la magia, ed ignoranza e povertà regnavano sovrane. Cosa si poteva desiderare di più di possedere un po’ d’oro?

 “Non sei che merda. Puoi cambiare te stesso in oro.

(Alejandro Jodorowsky, La montagna sacra)

Questa è la risposta del regista messicano Alejandro Jodorowsky. In uno spazio mistico, spoglio e asettico, silenzioso, un uomo senza volto pratica una cerimonia di purificazione nei confronti di due ragazze. Dopo pochi minuti, la scena è diametralmente opposta. Un ladro, senza nome ma simile nell’aspetto a Gesù Cristo per come lo rappresenta l’iconografia cristiana, cammina in un mondo primitivo e caotico; assieme a lui assistiamo a scene di violenza e sudiciume, e  con lui siamo invitati ad intraprendere un percorso spirituale: ci arrampichiamo sulla torre che ospita il laboratorio dell’Alchimista.

Il rito d’iniziazione del ladro prevede la distruzione del proprio ego, l’abbandono del proprio passato: quando l’Alchimista trasforma in oro gli escrementi dell’uomo, questi deve capire che oro è ciò che egli stesso può essere, non possedere.

L’alchimia è, dopotutto, trasformazione. L’errore è limitarla al piano materiale.

Voi avete mai conosciuto un alchimista? Lasciando da parte scienza ed esoterismo, parliamo di alchimista come plasmatore di anime: non necessariamente un guru, una guida spirituale esperta: va bene anche una persona che agisce da guida in modo inconsapevole.

Ho spesso pensato di dividere queste persone in due gruppi: alchimisti in positivo e alchimisti in negativo.

Un alchimista in positivo è, va da sé, qualcuno che esercita un’influenza positiva su chi gli capita a tiro. Uno che, per dirla un po’ terra-terra, trasforma tutto ciò che tocca in oro. Esempio cinematografico, che è più facile: Forrest Gump. Dai, non venite a dirmi di no. Un uomo che, custode di una purezza interiore talmente grande da sfiorare la parodia, sembra riuscire in tutto, diventando un eroe di guerra (senza neppure sapere cosa sia una guerra), titolare di un’impresa di successo, socio azionario della Apple… oltre, naturalmente, a cambiare le vite degli altri. Non credo serva chiedervi se vi ricordate quella scena in cui parte per un pellegrinaggio in corsa lungo gli Stati Uniti e la gente vede in lui una specie di profeta.

Per quanto riguarda l’alchimista in negativo, partirei ancora da un esempio legato alla cultura pop. Bojack Horseman. Sì, potrà sembrare sciocco, ma non uscitevene conil classico discorso “ma dai, è un cartone animato”. Pensateci. Qui si tratta di un uomo (e un cavallo) che, dominato dai propri demoni interiori, riesce a rovinare quanto di più prezioso e puro vi sia in lui e negli altri; e quelle poche volte che riesce a creare – e ad essere – oro, finirà inevitabilmente, lo sappiamo noi che assistiamo come lo sa lui, per farlo marcire, finrà per invertire il processo e  trasformarlo in merda.

Mi piace pensare che anche nel mondo musicale le cose funzionino così. C’è chi prende qualcosa di buono e lo fa imiputridire (pensate voi a qualsiasi artista mediocre vi possa venire in mente), e chi invece crea qualcosa di prezioso.

Se dovessi pensare ad una Pietra Filosofale della musica, direi senza dubbio: The Velvet Underground & Nico. A prescindere dal valore del disco in sé, indiscutibile eppure discutibilissimo, TVU&N si merita questo titolo per il merito di aver formato intere generazioni di musicisti (non credo sia necessario ribadire quella fin troppo celebre affermazione attribuita a  Brian Eno, vero?).

Se invece dovessi pensare ad un Alchimista (ma forse anche Pietra Filosofale incarnata), il nome sarebbe uno: David Bowie.

Anche se l’alchimia di Bowie, a mio avviso, agisce in senso contrario a quella del capolavoro di Reed e soci: per quanto la sua opera sia stata senz’alcun dubbio essenziale fonte d’ispirazione per molti, vedo Bowie soprattutto alchimista di se stesso: vedo in Bowie l’essenza stessa della trasformazione, dell’elevazione; del mutamento in oro, seguito da una caduta, e una nuova reincarnazione, e così via.

Inizia con l’anonimato: David Bowie, il primo album, coglie l’artista di Brixton impreparato, ancora immaturo. Ci vorranno circa due anni perché Space Oddity (l’album, ma soprattutto la title track) gli permettano, per la prima volta, di osservarci tutti dallo spazio, di vedere il mondo con occhi diversi.

 “Qui è Maggiore Tom a torre di controllo. Sto uscendo dal portello, e fluttuo in un modo tutto speciale… e le stelle sembrano così diverse, oggi.

(David Bowie, Space Oddity)

Nel successivo The Man Who Sold The World, l’immagine di Bowie muterà ancora, tramutandolo in profeta distopico, a volte perfino superumano, cantore di epoche fiabesche e terribili. Il passato e il presente sembrano scontrarsi: a farla da padrone sono i simboli.

 “Dove le coscienze erano unite in un pensiero collettivo, bizzarri poteri venivano tramandati dai mistici. Non c’erano dolore, o gioia, o potere troppo grandi, forze colossali artigliavano il fato, lì dove tritoni dagli occhi tristi giacevano nel loro sonno

(David Bowie, The Supermen)

La cupezza di certe atmosfere rimanda a quella che l’artista adotterà pochi anni dopo nel suo album Diamond Dogs: già la copertina, che mostra un Bowie animalizzato ( in netta contrapposizione con il cantante raffigurato in una dionisiaca e languida posa in The Man Who Sold The World) prelude alle arie a volte grottesche del disco.

Il dualismo tra le vesti più  giocose del cantante e quelle più controverse è implicito nell’artista metà uomo e metà animale; allo stesso modo in cui Jodorowsky alterna immagini di rara bellezza a momenti di grande violenza; lo spettatore/ascoltatore, confuso e scioccato, potrà confrontarsi con realtà apparentemente inconciliabili, ed allargare le proprie prospettive.

 “Mi piace la violenza. Amo la violenza. Non posso sopportare quelle persone insofferenti che non vogliono vedere il male.”

(Alejandro Jodorowsky)

Sarà dopo  Hunky Dory e il sodalizio con l’estetica glam, che Bowie abbraccerà la paradossale filosofia di indossare, come unico abito, la veste del trasformista.

 “E i giorni mi galleggiano davanti agli occhi, ma sembrano tutti uguali. E questi bambini a cui sputi addosso mentre provano a cambiare il loro mondo sono immuni ai tuoi consigli; sono consapevoli di ciò a cui vanno incontro.

(David Bowie, Changes)

Passerà un altro anno, e  Bowie attuerà la trasformazione/incarnazione più eclatante. In The Rise and Fall of Ziggy Stardust and The Spiders From Mars, la sua odissea lo porterà a creare il proprio alter ego definitivo: Ziggy Stardust, l’uomo caduto dalle stelle.

 “Abbandonate ciò che odiate, ciò che desiderate. Voi conoscete il nulla: è l’unica realtà.

(Alejandro Jodorowsky, La montagna sacra)

E qui l’alchimista interpretato da Jodorowsky sembrerebbe incontrare il più grande dissidio con l’alchimista londinese: un uomo che faceva l’amore col proprio ego, fino a rimanere risucchiato nella sua stessa mente. Ma è davvero così? Perché dietro la facciata plastica di David/Ziggy si nasconde una satira feroce volta alle lusinghe del consumismo moderno, allo star-system, ai miti imbellettati del palcoscenico. La figura dello starman è giullare e martire, messia dell’ illusoria era lunare, invasore dello spazio, profeta. Ancora una volta, alchimista per i cuori e le orecchie della gente.

Ancora una volta pronto a ricordarci quello che si cela sotto la finzione. Senza misticismi, forse, senza magia, Bowie non ha intrapreso un percorso d’introspezione troppo diverso da quello di un apprendista alchimista. Forse non si è trattato tanto di indossare abiti, quanto di spogliarsi di quelli che aveva indossato fino a poco tempo prima, per mostrare il nucleo stesso della sua persona. Apparentemente troppo sgargiante perché lo si possa ritenere autentico, non artefatto… oppure, proprio in virtù della sua eccentricità, troppo strano per non essere vero.

In fondo anche concetti simili, dopo un po’, dopo aver sfilacciato la realtà nel suo stesso tessuto, disco dopo disco, lasciano il tempo che trovano.

 

“Questa è la vita reale? No: questo è un film! Zoom indietro…”

 

Nicola De Zorzi