Il primo pensiero che arriva dopo aver ascoltato You Won’t Get What You Want è che i Daughters abbiano fatto qualcosa di davvero grande e importante. Uno di quei dischi che creano il vuoto intorno, che colpiscono chiunque, che toccano elementi universali, superano i confini dei generi musicali e forse anche quelli dei gusti personale. Uno di quei dischi che ci porta altrove, ammesso che si sia disposti, almeno in questo caso, a intraprendere un viaggio nelle viscere, verso l’inferno: spogli di ogni difesa, alla mercé di forze distruttive e senza nessuna garanzia di ritorno.

I Daughters invece tornano dopo 8 anni di hiatus trasformando i loro brani noise rock dal ritmo violento e veloce in un disco di 50 minuti che manda tutto in mille pezzi sotto i colpi incessante di un rock industriale orrorifico, dove tutto è crudelmente distorto, dove tutto è nero, ansiogeno, senza via di uscita. Dove tutto è musicalmente splendido. Con una produzione cristallina che sfrutta al massimo le potenzialità del missaggio digitale, il trio costruisce immensi muri di suono da buttare giù, incendiare e ricostruire da capo. Enormi prigioni, sonore e metaforiche, di cui essere carcerieri e carcerati.

This city is an empty glass
Words do nothing
No one sleeps

“City Song”, brano d’apertura, è questo. Gli strumenti sono compressi, digitalmente imprigionati, ognuno al proprio posto, nella propria cella, ma la porta non è abbastanza forte: colpi sempre più forti la spezzano liberando una valanga di frequenze che trova campo libero in “Long Road No Turns”. C’è la No Wave newyorkese, ma su scala titanica; c’è Glenn Branca e gli Swans, ma più concentrati; ci sono le continue e incessanti mazzate in testa di basso e batteria. I 7 minuti di “Satan in the wait”, un’eternità per la discografia dei Daughters, sono tutti basati su differenza e ripetizione: un lungo crescendo marziale interrotto occasionalmente da due accordi che lanciano sprazzi di luce nel buio pesto.

Their bodies are open
Their channels are open
This world is opening up
Up, up, up

Con “The Flammable Man” e “The Lords Song” il disco accelera ancora di più, riavvicinandosi agli esordi della band statunitense. È una doppietta al cardiopalma, come cadere da un burrone, rimbalzare fra le rocce, risalire e ricominciare. Il ritmo indiavolato non lascia respiro, neanche alla voce di Alexis Marshall, che cerca di sovrastare il caos, sonoro e metaforico, cantando testi nichilisti e impersonando un’anima tormentata, paranoica, anch’essa a un passo dal burrone e anch’essa imprigionata da qualcosa, protagonista di un impianto narrativo splendido quanto terribile, quasi da concept album.

Is something burning here, or is it me?

“Less Sex” e “Daughter” sono una necessaria boccata d’aria, ma di un etere tossico, malsano. Basta una scintilla e tutto può prendere fuoco: l’andamento galleggiante e i suoni ovattati si infiammano in un attimo, solo in modo leggermente più controllato. Melodie più distese, comunque poco illuminate, che riportano ai Nine Inch Nails, cercano di emergere, ma di fronte a loro si pone un muro insormontabile.

Dietro questo muro ci sono solidi arrangiamenti e tanta disciplina musicale. I Daughters costruiscono You Won’t Get What You Want su una palette di suoni che compatta tutte le tracce del disco. Ma è una gamma sonora snaturata, che schizza in tutte le direzioni: chitarre distorte, dissonanti, taglienti, che scheggiano con i loro riff nevrotici le  incontenibili sezioni ritmiche guidate dalla batteria di Jon Syverson, che riempie ogni spazio che gli viene concesso, su cui si poggiano le solide linee dell’incontrollabile basso sapientemente controllato da Samuel Walker.

He notices that it’s darker now than it used to be
It’s darker now at this hour, than it was last week
Within or beyond himself
A voice more primal, is urging him
To go, run, to go, run
To go, run, to go, run

La parte finale del viaggio è aperta da “Ocean Song”, un altro brano da 7 minuti dall’andamento complesso, che narra di una fuga da qualcosa di inesplicabile, che funge quasi da recap del disco e che si chiude su una lunga coda noise. Una chiusura perfetta, se non fosse che i Daughters hanno ancora un’altra cartuccia da sparare, quella più distruttiva di tutte. “Guest House” arriva quando ormai sembra impossibile superare il dispiegamento di forze sonore e disperazione dei passati 40 minuti. E invece arriva la botta finale, in cui tutti gli strumenti, voce compresa, sembrano sfogare le ultime energie rimaste per abbattere un’altra porta, questa volta per entrare all’interno di qualcosa.

I have come from the distance
Where you can’t see
It is there, believe me
Now let me in
Let me in
Let me in

Paradossale affermarlo in chiusura di una recensione, ma You Won’t Get What You Want è un disco che lascia senza parole. Anche se proprio nelle parole di quel titolo c’è già tutto. Nel mondo in cui viviamo nessuno otterrà mai quello che vuole. Una sentenza che imprigiona tutti. Eppure dietro un progetto tanto cupo, negli intenti narrativi e musicali, c’è un lato luminoso. Quello che viene acceso quando si ascolta un disco che appare subito come necessario nell’attualità da cui emerge, un disco che reagisce a un intorpidimento musicale scatenando quell’energia che il rock sembrava aver perso, un disco grande e importante.