Questa recensione si apre con una denuncia.

Come è possibile che un disco tanto bello sia stato condannato dalla Warp Records (quoque tu) a una copertina così sfacciatamente brutta? Secondo quale misterioso gusto per la contraddizione legare un album così brillante e spigliato ad un’estetica da generico disco nu-metal brutto dei primi 2000? Perché non impariamo mai niente?

Forse Danny Brown non ce lo meritiamo proprio.

Danny non è un enfant prodige, avrebbe potuto esserlo se i postacci più fumosi di Hamtramck non ce l’avessero tenuto nascosto per tutto questo tempo, eppure eccolo lì: metà Dance Mania, metà Talking Heads, una specie di satiro col chiodo che muore davvero dalla voglia di farvi vedere la sua collezione di dischi.

Se possibile, Atrocity Exhibition, omaggio esplicito ai Joy Division (di cui possiamo gustare una ghiotta campionatura in Goldust), aggiunge ancora qualcosa in più rispetto ai suoi predecessori, con interessanti scorribande nel mondo del prog e della paleo-elettronica. Un lavoro certosino che gl’è costato parecchio ma “You could have a Rolex or you can have a Swatch”.

Quindi preparatevi, this shit blings a lot.

Downward Spiral è la opening track che ci riporta immediatamente in zona XXX, un delirio da astinenza reso ancora più sinistro dallo sbandare continuo del kraut rock dei Guru Guru, in cui il nostro Danny ci ricorda a quanto poco serva il successo quando il tuo pusher non smette di chiamare, una sensazione di isolamento che ritroviamo anche in Rolling Stone, dove fa bello sfoggio di smoothness il rapper belga/sudafricano Petite Noir.

Really Doe è indiscutibilmente la punta di diamante del disco. Il tridente Kendrick – Earl- Ab brilla senza sforzo trasportando un classico territorial pissing in territori sonori alla Captain Murphy ed è anche l’occasione per ubriacarsi del talento fuori dal comune di Ab Soul:

Second grade, took my mama weddin’ ring, took that bitch

To show-and-tell, now I’m married to the game to no avail

Grounded me for like a month, now I’m gettin’ high as fuck

Employer tryna write me up, but now I’m a writer

With ambitions of a rider

 

Mmmh, is that 2Pac I smell?

Sonorità ansiogene con un certo ascendente per il bizzarro anche in Lost che campiona Lena Lim, diva della Singapore degli anni ’60, nella minimalistica Pneumonia, nella twilight zone di When it Rain (un bacione da Delia Derbyshire) e in White Lines che con il synth che non ti aspetti ci ricorda di essere in pieno territorio Heltah Skeltah .

Bizzarro però è anche il torpedone afro funk di Dance in The Water o la splendida Ain’t it Funny, su cui ho già speso belle parole qui, o il torpore terapeutico dei Get Hi. L’estro smisurato di cui Danny Brown non ha mai fatto economia consegna un disco che non conosce nè un qui né un ora. Persino negli spaccati di più umana fragilità, il rapper di Detroit compie la scelta ben precisa (anche rischiosa forse) di non concedere nulla alla contemporaneità, muovendo i propri pensieri in un racconto fatto di non luoghi e non persone, come in una parabola (una parabola molto molto sboccata) senza perdere nulla in termini di potenza evocativa.

Danny Brown apparterrà pure ad una mitologia minore dell’hip hop ma se l’assenza di personalismi lo potrebbe penalizzare nelle classifiche è la padronanza dei suoi mezzi a renderlo sempre riconoscibile e autentico, e all’Atrocity Exhibition, con lui, ci si va volentieri.