Negli ultimi anni quando ci accingiamo a dibattere di democrazia spesso caschiamo in dibattiti interessanti, altre volte richiamiamo il passato in ballo ricordando quanto la partecipazione di tutte le fasce sociali fosse più ampia, altre volte ancora qualche osservatore più attento mette in risalto le falle ormai evidenti di un sistema che si accinge a diventare sempre più, per usare un eufemismo, “oligarghico”. Dibattere sulla democrazia spesso diventa complicato, fra chi vorrebbe tornare ai fasti del passato e all’entusiasmo della partecipazione massima alla vita politica e chi, talvolta, si lascia prendere da deliri volti essenzialmente a derive autoritariste e che di democratico hanno solo qualche trascurabile dato residuale. Colin Crouch a proposito di tutto questo discorso nel 2003 ha pubblicato “Postdemocrazia” , una delle analisi storico-politiche più lucide dell’ultimo decennio, dove l’autore ci mette di fronte all’ascesa e al declino della democrazia partendo dagli anni ’80 fino ai giorni nostri.

La tesi di “Postdemocrazia” di Crouch si divive in tre fasi storiche: la fase predemocratica, in cui deboli o quasi assenti sono i processi democratici, la fase democratica, in cui la partecipazione politica raggiunse i massimi storici in tutti i paesi d’Occidente e infine la fase della postdemocrazia (termine coniato, fra l’altro, proprio dallo stesso Crouch) in cui le forme della democrazia sono state mantenute ma la politica inesorabilmente sta lasciando sempre più spazio alle oligarghie finanziarie che attraverso il loro potere economico spostano consensi e influenzano le decisioni politiche più importanti. Analizzando a come si è arrivati alla fase postdemocratica Crouch mette in evidenza i due modelli di democrazia che hanno rivaleggiato negli ultimi vent’anni: democrazia liberale e democrazia nel senso più stretto del termine. La democrazia liberale insiste sulla partecipazione elettorale come attività prevalente per la massa lasciando un largo margine di libertà alle attività delle lobby (con possibilità assai più ampie di coinvolgimento soprattutto a quelle economiche) e incoraggia forme di governo che evitano interferenze con l’economia capitalista: si tratta di un modello elitario poco interessato al più ampio coinvolgimento della cittadinanza o al ruolo di organizzazioni estranee all’ambito economico. Crouch invididua nell’accontentarsi di queste richieste minime l’affermarsi della postdemocrazia, e nella sua opera a proposito scrive:

“Anche se le elezioni continuano a svolgersi e condizionare i governi, il dibattito elettorale è uno spettacolo saldamente controllato, condotto da gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione e si esercita su un numero ristretto di questioni selezionate da questi gruppi, la massa dei cittadini svolge un ruolo passivo, acquiescente, persino apatico, limitandosi a reagire ai segnali che riceve e la politica viene decisa in privato dall’interazione tra i governi eletti e le élite che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici”

La fase democratica più risonante vissuta dalla società occidentale è cominciata verso la metà del XX secolo, in seguito alla fine della seconda guerra mondiale, quando le democrazie (statunitense e scandinave su tutte) si fecero portatrici di un enorme entusiasmo nei confronti della partecipazione politica. Per la prima volta, dopo mezzo secolo passato fra gli enormi grattacapi economico-sociali delle due grandi guerre, la politica ricominciò a farsi portatrice di valori sani e volti ai reali interessi della società. Con una economia di stampo prettamente keynesiano-fordista i paesi producevano ricchezza e posti di lavoro (gli stessi che contribuivano alla costruzione di un welfare solido), e le grandi imprese erano subordinate all’autorità degli stati che avevano ancora il grande potere di limitare gli interessi economici delle aziende. Era un patto tacito, le imprese producevano e gli stati in cambio della sopravvivenza del capitalismo accettavano le condizioni della grande industria fordista. Il capitalismo divenne per la prima volta l’espressione del benessere della società. Crouch nel suo libro difatti afferma:

“La salute generale dell’economia veniva vista in relazione alla prosperità della massa dei salariati” 

Rivoluzione iraniana, 1978-79

Già negli anni Settanta però la fase postdemocratica cominciò a palesarsi, quando le due crisi petrolifere seguite alla crisi del Kippur e alla rivoluzione islamica in Iran misero a repentaglio la capacità di gestire l’inflazione e la disoccupazione e, allo stesso tempo, la nascita dell’economia dei servizi e il declino dell’industria manifatturiera come fonte di occupazione erano destinati a mettere in crisi il ruolo dei lavoratori manuali nel sostenere il ciclo di produzione/consumo e la democrazia di massa. Arrivati agli anni ’80 i mercati si sono man mano spostati verso la Borsa e la loro deregolarizzazione sconvolse completamente il modo di concepire l’economia: dal consumo di massa si passò agli investimenti, e l’economia dei servizi esplose come mai prima di allora. Arrivati agli anni 2000 Crouch afferma che siamo nel pieno della fase postdemocratica, e il primo fra tutti gli elementi a farcelo intuire è la sopravvivenza di tutte le componenti formali della democrazia che però laddove sopravvive grazie alle organizzazioni che fanno leva sull’attività politica, rimane svuotata della sua essenza dal momento in cui non è più l’elettorato ad essere coinvolto ma direttamente i governi. Il welfare, che era uno dei baluardi principali delle democrazie fino alla metà degli anni ’70 è stato lentamente smantellato, fino a ridursi a non essere più un diritto universale ma solo una spesa destinata alle fasce più povere, le stesse che hanno battuto ritirata sulla partecipazione politica e che si ritrovano quasi nella stessa posizione della fase predemocratica. L’immagine più ricorrente della politica che hanno quest’ultimi è quella del partito che tenta di vendere il proprio programma elettorale come un prodotto anzichè fare i reali interessi delle classi meno abbienti.

Colin Crouch

Dopo aver delineato i tratti fondamentali del concetto di postdemocrazia e descritto l’evoluzione storica della società democratica e della sua degenerazione, Crouch dedica una profonda critica all’azienda moderna, sottolineando il ruolo chiave che il superamento del fordismo ha avuto nell’imporsi del modello della postdemocrazia.

“La capacità di decostruzione è la forma più estrema assunta dal predominio dell’azienda nella società contemporanea”

“L’azienda contemporanea archetipica è proprietà di una costellazione sempre mutevole di azionisti che si scambiano le loro quote via computer, fa uso di una miriade di forme di lavoro per evitare di assumerli da dipendenti”

L’azienda non ha più un luogo di produzione, e nel momento in cui tutto può essere esternalizzato la produzione viene deterritorializzata, e con i grossi capitali finanziari che muovono le economie interne dei paesi, l’azienda può minacciare i governi di fuggire all’estero laddove questi non rispondessero alle loro esigenze, da qui una sempre maggiore deregulation nel mondo del lavoro o un regime fiscale accomodante; questo fa sì che le tendenze democratiche e redistributive vengano sempre più relegate ai margini.  Una conseguenza diretta di questo fenomeno è che il servizio pubblico venga appaltato alle aziende più grandi, legittimate come migliori dal mercato dall’ideologia liberale. Crouch a proposito dice:

“Il potere che essi già detengono all’interno delle loro aziende si trasforma in un potere politico più esteso”

La fine XX secolo e l’esplosione dell’automazione, ha visto un irreversibile declino in termini numerici in sorte alla classe operaia, mentre non esiste in seno alle altre classi sociali una vera e propria autocoscienza e oggi queste vengono incoraggiate a salire con deferenza la scala gerarchica stabilita dalle élite industriali invece che a cercare strumenti di miglioramento dello stato sociale; il rapporto delle classi politiche con queste categorie sociali si conforma pienamente al modello della postdemocrazia:

“è nei loro confronti che la manipolazione politica è usata più spesso, quel gruppo rimane infatti in larga misura passivo e manca di autonomia politica”

Inghilterra, anni ’80

Il fallimento dei modelli anticapitalistici ed il restringimento della base sociale tradizionale dei partiti progressisti ha costretto questi ultimi, pur di sopravvivere, ad un cambiamento e per descriverne la natura Crouch prende ad esempio il New Labour del Regno Unito: nei primi anni Ottanta la classe operaia subì sconfitte particolarmente drammatiche ed è fallito ogni tentativo di spostarsi a sinistra, considerato che stava crollando la tradizionale base della politica di sinistra; è emersa dunque una nuova classe dirigente intenzionata ad abbandonare la sua base, a dissociarsi dai sindacati e dalla sinistra in senso stretto (lasciando ben poco spazio al partito in termini di interessi sociali specifici) e intenzionata a trasformare il New Labour in un partito per tutti, un partito pronto per la postdemocrazia.

Colin Crouch poi nelle sue conclusioni si sforza a cercare le possibili soluzioni ad un fenomeno ad oggi ormai irreversibile. Come contrastare le élite economiche quando la loro diffusione sul mercato è così capillare? Crouch individua una possibile soluzione nel mantenere lo spirito intraprendente della crescita economica e del capitalismo senza però interferire nelle democrazie e nelle politiche interne dei paesi, dunque evitando che i grandi dirigenti esercitino poteri incompatibili con quelli governativi. Agire nei partiti, fondamentali per evitare le tendenze antiegualitarie verso la postdemocrazia, ma allo stesso tempo lavorare dall’esterno, appoggiando o costituendo gruppi che fanno pressione su di esso, così da evitare che restino radicati nel mondo postdemocratico delle lobby. Ma su tutte probabilmente la vera soluzione è partire dal basso, ricostruire una nuova idea di mondo e reindirizzare il malcontento di tutte le fasce, combattendo per quelli che sono diritti che hanno visto decenni di lotte prima di essere stati concessi.