Cronache dalla nuova musica transumanista.

“Il processo di sottrazione dell’uomo al dato naturale e alterazione del pre‐esistente raggiungono il loro punto più articolato. Attraverso il medium tecnologico l’uomo sembra realizzare, senza margini residui, un destino che lo vede emergere come eccezione alla natura nella natura. Un’apparente eccezione che già Charles Darwin, per altro, nello scritto sull’Origine dell’uomo del 1871, aveva, in qualche modo, messo a fuoco. Che cosa sostiene Darwin in questo scritto? Che gli istinti sociali dell’uomo, una volta selezionati e stabilizzati, unitamente ad altri fattori, hanno consentito l’emergere della cultura. Quest’ultima, scavando un solco sempre più profondo con il dato naturale avrebbe favorito la progressiva stabilizzazione di effetti antiselezionistici. In altri termini, attraverso l’evoluzione culturale, il Sapiens si sarebbe progressivamente sottratto al dato naturale fino ad arrivare, con gli ultimi sviluppi delle scienze biotecnologiche e la possibilità di manipolazione diretta del Dna, a completare la parabola che porta dall’evoluzione naturale all’evoluzione autoguidata e dalla selezione naturale alla selezione artificiale quale unico volano di cambiamento.”

Tratto da un articolo uscito su Scienza e Filosofia.

Fatta questa premessa, possiamo forse inoltrarci in una delle questioni più spinose e complesse che la filosofia e la scienza hanno dovuto affrontare in questi ultimi anni. Parliamo del movimento transumanista, l’ultima utopia che sta solleticando l’immaginario di non pochi intellettuali, filosofi e filantropi del nostro tempo. Pare essere nata una nebulosa di artisti che ragiona su dinamiche e morfogenesi totalmente nuove: musica che sopravvive in una dimensione inscindibile dall’antropologia, dal lato visuale, che indaga campi del sapere che coinvolgono la musica come espressione ultima, gancio concettuale rispetto al tutto sondato. Si parte da un punto, l’iperrealismo, come nuovo centro focale, come punto politico, come dichiarazione sull’ora. Il tutto immerso in un ambiente digitale, configuratosi come nuova realtà, con un afflato non così diverso e distante, per intenti e finalità, dall’orizzonte dei riferimenti della sociologia urbana che da Chicago, a partire dal primo Novecento, guardava al mondo. n questo scenario si collocano alla perfezione il duo berlinese Amnesia Scanner, che con sperimentazioni elettroniche ultra liquide, gommose, spastiche, a volte nevrotiche mettono in mostra una cibernetica che diventa musica, come se quest’ultima fosse costituita da tante protesi. Come fosse un cyborg, la destrutturazione è completa, affacciandosi fin dal primo momento nel catalogo post-rave, post-club, e post-umano appunto.

Risultati immagini per Amnesia Scanner & Bill Kouligas LEXACHAST
Frame tratto da LEXACHAST

Uscito ad inizio 2016, “LEXACHAST” è un “lavoro multimediale” degli Amnesia Scanner con Bill Kouligas, che comprende una parte audio e una visuale curata da Harm van den Dorpel, e si svolge attraverso internet, e non è fruibile in altri formati o piattaforme convenzionali. Per ascoltarlo/vederlo bisogna interfacciarsi con l’apposito sito. Il pezzo scorre mentre un flusso di immagini sempre diverse si accavalla continuamente su sé stesso, costringendoci a creare connessioni a caso e subliminali tra le informazioni che riceviamo. “LEXACHAST” spinge le ricerche decostruttive e ricombinanti di artisti come Arca a un nuovo livello di consapevolezza e complessità estetica, in un azzardo “compositivo” che impatta scorie e detriti sonici in un impasto dall’afflato sinfonico, dotato di una sinistra, quanto mirabile, logica interna. “LEXACHAST” getta luce su un mondo di soffocante frenesia, dominato da sinistre presenze metalliche, una sorta di universo post-umano, destinato esclusivamente alla sua implosione.

Nello scenario post-internet si colloca anche Toxe, giovane artista svedese con all’attivo un EP di cinque brani. Ipertrofico, tra spazializzazioni squilibrate, nel cuore delle paranoie digitali si nasconde un fare ancestrale, quasi un richiamo ad un passato lontano. Gli antipodi che si fondono insieme, come ad inquadrare una sorta di mondo ormai giunto al termine della storia. Qualcuno voleva insegnarci che quest’ultima, appunto, fosse ormai terminata, qualcun’altro si sta preoccupando di narrarla con martellate sonore pregne di elucubrazioni concettuali. E si sa, gli artisti hi-tech sono cervellotici e pieni di voglia di tirare fuori al mondo tutte le paure nascoste in ogni angolo delle nostra quotidianità.

Mash-up senza né capo né coda fatto di assalti all’arma bianca e inquietanti stasi, e tutta una amalgama di suoni rave, hip hop beat cubisti, spade e lamiere, oscuritàal seguito. Ricordandoci che tocchi thrilling messi un po’ a prezzemolo in tutta la tracklist sono da ricongiungere tanto alla vena più torbida del dubstep quanto agli abissi del grime londinese più urbano ed analogico , qui abbiamo gli ingredienti di uno studiato caos bellico. “PHOENIXXX” dei WWWINGS parla attraverso i rifiuti della cultura popolare composti di sbuffi urbani e industrie che vengono smantellate per fare posto al nulla, di elettronica moderna ma già obsoleta nello stesso momento in cui l’hai ascoltata, raccontando la storia del post-cortina di ferro e delle post-ideologie e cosa ancor più importante, rappresenta la rinascita della musica slava in un periodo in cui le macerie dell’ex impero sovietico sono tornate al centro dell’attenzione.

In generale, questi artisti prendono in mano una narrazione che ha il fine di raccontare un’umanità in preda ai deliri, al caos e alla destrutturazione di ideologie che si trasformano in pericolosi giochi. Il transumanesimo pone le basi per un nuovo mondo, emancipndosi totalmente dalle vecchie concezioni, immaginando una società che abbatta completamente i processi di selezione. La specie che si democratizza e si libera da qualsiasi flagello discriminatorio, però sotto profili ancora del tutto oscuri da delineare.