I found myself wandering in the middle of the desert and, for the first time, I was not lost.

Ho visto il deserto per la prima volta due settimane fa. L’ho rivisto per giorni interi, e a questo punto non dovrebbe sembrarmi poi tanto strano. Come a qualsiasi cosa, dopo un po’ ci si abitua anche al deserto, no? Ma non è il nostro caso.
Non di questo deserto.

Ci addentriamo a Joshua Tree passando il gigantesco cartello che segna l’ingresso al parco nazionale, per una lunga – si vede, sarà lunga – e stretta stradina sovrastata da minacciosi nuvoloni neri. Il parco si presenta come una distesa di piante abbandonate lì a seccare, scure come le nuvole sono anche le rocce che spuntano nel bel mezzo del deserto. Man mano che l’asfalto caldo scorre sotto i nostri pneumatici, il paesaggio cambia: qualche piantina, la terra più rossa, le rocce prendono colore. Il cielo cambia, le nuvole fanno spazio al blu, compaiono piccoli alberelli che sembrano nati da poche ore. Sono migliaia e migliaia, i nostri occhi non ne vedono la fine.

Contro di noi solo qualche macchina, punti di campeggio sparsi, qualche pullmino Volkswagen parcheggiato accanto alle red rocks, una toilette arrangiata con una lunga fila davanti. Le prime Yucca. Gli alberi di Joshua. Gli alberi degli U2, nella mia lingua. Siamo nel cuore della valle delle Yucca, siamo circondati. Adesso le macchine parcheggiate lungo la strada sono tante, e nello stereo, un solo album.

Fermiamoci qui.

Gli altri s’avviano su alte rocce tagliate a strati come per accogliere i passi di gente avventurosa, io vago fra quegli strani alberi sentinelle silenziose della valle per una buona mezz’ora, vengo intrappolata dalle spine di un cactus che probabilmente non ha capito che non ho tempo da perdere ora, giro e giro e giro senza pace perché non ci credo, che mi trovo qui per davvero.

Dopo la foto numero 113, mi scelgo una roccia e mi ci siedo su. Annuso il vento, chiudo gli occhi e mi scordo di tutto. Le cose che ero prima di partire, quelle che mi sono lasciata alle spalle, non le sento più. Ma sento questa valle immensa respirare e, per la prima volta in vita mia, non mi sento persa.

“Mi svegliai che il sole stava diventando rosso; e quello fu l’unico preciso istante delle mia vita, il più assurdo, in cui io dimenticai chi ero – lontano da casa, stanco e stordito per il viaggio, in una povera stanza d’albergo che non avevo mai visto […] – e guardai il soffitto alto e screpolato e davvero non riuscii a ricordare chi ero per almeno quindici assurdi secondi. Non avevo paura; ero semplicemente qualcun altro, uno sconosciuto, e tutta la mia vita era una vita stregata, la vita di un fantasma. Ero a metà strada fra una costa e l’altra dell’America, al confine tra l’Est della mia giovinezza e il West del mio futuro, e forse è per questo che accadde proprio lì e in quel momento, in quello strano pomeriggio rosso.”

Jack Kerouac, On The Road

San Diego accoglie come una mamma premurosa, un resort a cinque stelle ed un’oasi di pace, tutti assieme. La gente non ha fretta, qui. Le autostrade si assomigliano e si inerpicano fra quartiere e quartiere, e in due minuti e mezzo sei dall’altra parte della città. Senza sforzo, pieno di meraviglia. Perché non passa un chilometro, in questa cittadina, senza che becchi uno spicchio di mare all’orizzonte, un tramonto mozzafiato, la marina piena di gente.

Mission Beach vede il mare e l’orizzonte fondersi in una gamma di colori che dall’arancio arriva al blu notte, dei colori così riflettersi nella sabbia a specchio accarezzata dalle onde con tutta la calma possibile io non li avevo mai visti, giuro, mai. Il vento pareva aggressivo ma era tutto regolare, saremmo rimasti lì per sempre. A sentire l’oceano che fa il suono di un coro di balene che sembrano inferocite, ma vogliono solo abbracciarti.

La notte di San Diego è fatta per camminare. Sotto i grattacieli manco tanto alti della downtown, in mezzo alla strada che vede una macchina ogni tanto, di locale in locale su Market Street, zeppa di giovani che non prendono pace eppure sembrano portarne in quantità, alcuni angoli bui fanno da culla ai barboni. La notte è fatta di questo, anche, ma dura troppo poco, e intorno alle tre salutiamo il Barley Mash per tornare nella casetta sulle University Heights che ci siamo scelti, pronti a riempire una valigia mai vuota, nella notte, ancora.

Le strade della California non conoscono pace, appena la luce del sole le illumina tornano a riempirsi di scatoloni a quattro ruote che giocano freneticamente a flipper fra un città e l’altra. Abbiamo un cd tutto per noi, homemade come si dice da queste parti, per questa tratta che aspettavo di percorrere da una vita. Con tutta la calma del mondo, col sorriso di una bimba che stringe il biglietto d’oro fra le mani e già si immagina a Disneyland. Stiamo andando a Los Angeles.

La California è un pezzo di carta sbruciacchiato dal sole su cui è scritto il numero di telefono della persona che ti farà felice. Certe volte, può capitare che si chiami San Clemente. Ci fermiamo a pranzo in questo molo spettacolare, fra i gabbiani attenti a fissare chiunque e i surfisti che, sotto un cielo lunatico, aspettano l’onda giusta poco più in là della riva.

La costa. La sabbia che brilla, la spuma delle onde, la magia.

Non capisci dov’è che è iniziata, dove finirà neppure, probabilmente c’è sempre stata ed andrà a sfumare in dissolvenza a mezza battuta, per ricominciare da qualche altra parte. Come questo pezzo qua.

 

 

Big Empty risuona dalle casse del minivan mentre usciamo dalla highway, le luci della downtown di Los Angeles ci indicano la direzione impressionandoci un po’. A K-Roq devono proprio piacere, i Pilots, perché adesso parte Plush ed arriverà anche Interstate Love Song. “Conversations kill” e manco a farlo apposta ce ne stiamo fra il silenzio assoluto e un WOW collettivo. E’ bellissima.

La notte ad Hollywood è un sogno cinematografico, i chilometri di stelle fanno fatica a contarsi e la gente le calpesta come fosse la cosa più naturale del mondo. Girare da queste parti col buio della sera è quasi innaturale, la città sembra addormentata ed è spettacolare vista dall’osservatorio. Un silenzio surreale regna dal punto più alto da cui osservare le luci losangeline, come avessero stregato tutti e nessuno aspettasse altro che questo.

The City of Angels ti lascia senza fiato.

Ci rimettiamo in macchina qualche ora dopo, con le occhiaie di chi ha dormito poco e l’entusiasmo di chi non è cresciuto abbastanza. Sulla strada per gli Studios, fra schiere di altissime palme ormai inseparabili compagne di viaggio in strada, il nostro sguardo va a caccia delle gigantesche lettere bianche che svettano sulle Hollywood Hills: trovarle è fin troppo facile, non c’è gusto.

Il Sunset Boulevard è una strada magnetica. Un turbinio di luci accecanti e frenetiche si alterna a quelle mobili e morbide che vedono e le macchine sfrecciare senza sosta ora dopo ora. Le insegne dei negozi di musica, dei locali notturni, del Whisky a Go Go e del Roxy da cui vien fuori una musica da Dio. Mentre aspetto al solito, lento semaforo, uno show di Ryan Adams sul tabellone dell’Amoeba Music mi blocca per un attimo ma non posso entrare, devo andare avanti e allora la chitarra di Robby Krieger continua a scandire il tempo di questa passeggiata. Non c’è altra colonna sonora che vorrei ed è quella che ho sempre sognato per scene come questa. Avevo 15 anni e i Doors erano appena entrati nella mia vita sfondando qualsiasi porta della percezione in una ragazzina che non sapeva cosa ci fosse di tanto speciale in quegli anni ’60. Dieci anni dopo, mi trovo a naso in su sotto le luci del Sunset Strip dimentica di qualsiasi cosa mi sia lasciata alle spalle. La via scorre dentro un’aria tiepida, i raggi del sole scompaiono dietro le palme colorando tutto con pennellate di un rosa magnifico e io sono felice. La vedo cambiare volto man mano che il sole va giù, cala la notte e si veste di un fascino totalmente diverso. Prima di abbandonarla per imboccare la Hollywood, resto a guardarla un altro po’. Uscendo dal Guitar Center scossa da un incontro inaspettato, calpesto le orme di B.B. King, Chuck Berry, Herbie Hancock, Joe Cocker, Leland Sklaar, Johnny Cash. Fisso le macchine scorrere lente prima che il semaforo le freghi un’altra volta, in lontananza vedo altri neon che sembrano essere lì da una vita. Se potessi, metterei questa precisa sensazione in loop proprio come sto facendo con questa canzone.