Circa 80 miglia separano la nostra meta da Nephi, la prossima fermata.

Si tratta di un piccolo centro di una manciata di abitanti, un freddo di neve, piccole casette ordinate dalle cui finestre viene fuori una luce calda ed indecisa. E un solo locale aperto dove trovare qualcosa di caldo da mettere nello stomaco.
Il calore della stanza ci rigenera, i massicci tavoli di legno scuro e i divanetti sono senz’altro lì da un bel po’, gli occhi di teste animali che dall’alto delle pareti ci scrutano impassibili a me inquietano un po’, ma che saloon western sarebbe senza un alce appeso al muro? Una melensa musica country fa da jingle alla nostra insalatona, non ascoltiamo altro per tutto il tempo. Le cameriere hanno fretta, a conto saldato ci salutano teneramente. Non so perché, ma in questo paesino di montagna che pare dimenticato da Dio la sensazione è piacevole. E’ un po’ come a casa.

Nel corso dell’altra oretta scarsa di I-15, non vediamo molto altro che una manciata di luci di qualche paesino non distante dalla strada. Pare quasi assurdo che un centro così grande possa trovarsi alla fine di un’interstatale così frequentata, eppure è così. Sugar House, il delizioso (manco a farlo apposta) quartiere della zona sud di Salt Lake City accoglie le nostre anime stanche quando ormai s’è fatto buio.

C’ha il suo caratterino, Salt Lake.
Arte ad ogni angolo, simpatiche botteghe che qualcuno definirebbe hipster ed enormi librerie, un certo anticonformismo montanaro nell’aria. In senso più che buono, eh.
Qui, il rapporto uomo-Natura ha permesso che il primo si appropriasse del giusto spazio senza intaccare in modo irrispettoso la seconda. La città non vede traffico asfissiante, e le montagne la marcano stretto. E’ come un abbraccio di neve, in questo periodo dell’anno. Il grande lago salato è una presenza statica ed immortale, starsene sulle sponde a fissare le distese color ghiaccio davanti a sé è un’esperienza unica.
Non un solo angolo di quelle sponde può dirsi al riparo dal vento, eppure non disturba, non permette a nessuno di staccare lo sguardo dall’orizzonte.

Bastano pochi passi, per capire che Salt Lake è una città magica. Di notte, camminare sotto i grattacieli della downtown ti fa sentire piccola, ma al sicuro, e non smetteresti mai. E’ silenziosa in modo surreale. Dopo una lunga salita arrivo nel punto più alto del centro cittadino, sulla Capitol Hill, e da lì la vista è mozzafiato. Non lascerò questa città senza un paio di lacrime, certo che no.

Giorno 7. Questa mattina sa di arrivederci, e di qualche raggio di sole in più. Un ultimo caffè allo Sugar House Coffee ci farà compagnia per metà della mattinata sulla strada, e proverà a dare quella grinta persa nella frenesia dei giorni passati in fiera.

Imbocchiamo la statale. Strette curve ci tuffano nelle montagne rocciose innevate, il sole brilla sul cruscotto e la radio, che pare quasi percepire il sonno che in macchina regna sovrano, lancia questo pezzo.

Dicevamo? Ah sì, rocce.
Montagne di roccia rossa spolverate di neve sbucano fra le immense distese innevate a perdita d’occhio. Ho i brividi ad ogni svolta, e spero di potermeli ricordare ogni volta che rileggerò queste righe. Di tanto in tanto spunta un traliccio della corrente che riporta la presenza dell’uomo in questo paradiso incontaminato.E si va avanti così per miglia. E sarebbe un peccato smettere.Qualche fattoria e cimitero abbandonati ci permettono di sentirci ancora sul pianeta terra.

La piccola Price!Dal pit stop di confine costeggiamo le montagne rocciose in una tre corsie fin troppo comoda per stare qui, in questo punto sperduto dell’America, e senza nemmeno una buca sull’asfalto, chi ci crede?
Dovreste. Riprendiamo la statale, Eddie Vedder ci scorta con la sua Setting Forth verso l’interstate 70.

Interstate 191, passando per Moab.
Rocce, sempre rocce, sempre più rosse e di qualsiasi forma si moltiplicano indicandoci la via. Man mano che la loro presenza s’intensifica, capiamo di non essere molto lontani dalla meta. Un’altra, non più una città.
Su una di queste possenti rocce che si stagliano ai lati della highway c’è una scritta a caratteri cubitali, pare quasi disegnata col gessetto bianco su una lavagna di terra rossa. HOLE IN THE ROCK, ed è proprio un enorme buco nella roccia ad attirare turisti che si fermano incuriositi. Ma noi no, non possiamo fermarci.

Quando finalmente riusciamo ad affacciarci sulla Monument Valley, ad accoglierci c’è soltanto una nebbia fittissima che rende le rocce del diavolo delle entità inquietanti ed affascinanti. Là dove sono ad aspettarci, là hanno sempre aspettato chiunque, alla fine della strada.
Mi viene subito da pensare che quando ci correva Forrest, qua, tutta ‘sta nebbia non c’era. L’unica ‘piazzola’ di sosta che becchiamo ci regala uno scatto da film horror e documentario allo stesso tempo. La fitta nebbia entra in macchina attraverso i finestrini mentre tento di scattare una foto decente.
A valle inoltrata, il tempo è ormai scaduto: il Parco Nazionale è chiuso, e le rocce sono avvolte dal buio e non è possibile vederle. Non torneremo più qui.

Scendo dalla macchina, le cuffie appese al collo con il volume più alto che conoscono, fisso da lontano l’unica cosa che riesco a vedere: la base di quelle rocce possenti che si stagliano come guardiani silenziosi in un deserto scuro.
Ma il silenzio è rotto da una canzone, in loop da ormai quindici minuti.

Martina Petrizzo