Nel complesso museale del Santa Maria della Scala a Siena, fino al 10 settembre, è possibile visitare una selezione di fotografie tratte dalla serie Room Stories, di Cristina Coral. [1] Conoscevo le opere di quest’artista solo in modo approssimativo, mi ero imbattuto in qualche suo scatto navigando sul web, ma non avevo ancora avuto l’occasione di visitare una sua mostra e soprattutto di riflettere sul suo linguaggio.
La piccola ma intrigante personale, allestita in uno spazio intimo dell’antico Ospedale senese, particolarmente funzionale alle suggestioni evocate dalla fotografa, ha stimolato la mia curiosità, portandomi ad approfondire la sua concezione del medium e a cercare un comune denominatore dentro ai suoi numerosi lavori.

©Cristina Coral, Dalla serie Room Stories
©Cristina Coral

Cristina Coral dal 2012 fa fotografie (sicuramente già da prima, ma da quella data ha scelto la fotocamera come forma di espressione), e sembra che prima ancora di aver capito tecnicamente come farle, abbia individuato, con esattezza quasi matematica, quali fossero le “sue” fotografie, le priorità del suo sguardo, quale perimetro o steccato delimitasse l’area dentro a cui avrebbe studiato e imbrigliato le sue visioni. Quello che, a conti fatti, perdura e persiste (per ciascuno doverosamente differente) dopo esserci liberati di tutto ciò che è superfluo.
La sintesi sincera di quello che siamo, di quello che ci rappresenta e che in lei risulta chiarissima, tanto che le sue serie, prese come un unico grande insieme, si diramano in un labirinto di spunti, dove una singola immagine può ritornare in più contesti e risultare funzionale, capace di dire ogni volta qualcosa di diverso.
Tre aspetti mi sembra che costituiscano le fondamenta della fotografia della Coral.
Tre sedimenti diversi, che combinati fra loro diventano una poetica, uno stile, un luogo della mente indagato con coerenza e ostinazione, perfettamente riconoscibile.
Cosa rimane, quando gli scatti di Cristina abbandonano qualsiasi impalcatura o corazza?

©Cristina Coral, Dalla serie Alternative Perspective
©Cristina Coral
©Cristina Coral, dalla serie Alternative Perspective
©Cristina Coral

Resta lo spazio, enorme o claustrofobico, labirintico o funzionale, in ogni caso da “provare”, da sperimentare, visto con gli occhi del bambino, che ha come unico strumento di misurazione il proprio corpo.
Non un approccio ancestrale, sciamanico alla Francesca Woodman (che ha saturato, sempre a Siena, con il suo sguardo, ambienti attigui in anni passati), non un riversare nella dimensione reale la propria banlieue interiore: il suo scandagliare l’ambiente, attraverso modelle distanti e malleabili, non viene dallo stomaco, dagli spasmi delle viscere, è una cosa raffinata e mentale, un gioco per gli altri, dove gli spazi sembrano tanto carichi di trascorsi, da evocare ciascuno, il proprio lare (ora annoiato, ora pietrificato), che occupa le suppellettili vintage con la mobilità ambigua dello spettro.

©Cristina Coral, dalla serie Inside/Outside
©Cristina Coral
©Cristina Coral
©Cristina Coral

Resta la luce, che si impone nelle stanze per sottrazione, moderata da un pennello speciale che toglie, invece di aggiungere, che porta via lame di penombra, precise come fendenti, mettendo in evidenza dettagli, accompagnando con tocco morbido ma vivido, abbozzi di pensieri.
Una luce che assomiglia al silenzio, o a un dialogo fuori sincrono, a un tempo rallentato, slabbrato come un elastico che ha perso la sua specificità.
La presenza umana, attraverso il lento digradare delle ombre, si fonde con una trapunta, si appiattisce contro una carta da parati, si lascia inglobare dentro stucchi rovinati e, progressivamente inerme, si annulla.

©Cristina Coral
©Cristina Coral
©Cristina Coral
©Cristina Coral

E poi resta la negazione, come fosse un atto naturale.
La negazione dello sguardo, il rifiuto del gesto, l’eclissi del senso.
Tutto si colloca in un indefinito passato che regala il pretesto di un vestire elegante, per dare sollievo all’occhio, squisitamente rétro e piacevolmente cinematografico.
Locations e personaggi per storie sospese, lette non nel loro dipanarsi, ma nella loro misteriosa e monolitica immobilità. Quella porta non verrà mai aperta. L’attesa davanti a una sedia vuota sembrerà un enigma senza soluzione. Quel corpo nascosto fra le braccia, resterà un guscio chiuso, acerbo: ripiegato su se stesso, contemplerà i mesi e i giorni, senza cambiare mai, senza mostrarsi mai in quanto volto, in quanto vita pulsante, in quanto persona.
E quel vago rimirare fuori, altrove, resterà uguale a se stesso, per sempre.

©Cristina Coral
©Cristina Coral

Alessandro Pagni

 

[1] Tutte le immagini del post provengono dal sito ufficiale di Cristina Coral: www.cristinacoral.it