A Settembre di quest’anno hanno cominciato a diffondersi notizie circa le condizioni di vita di migliaia di migranti in viaggio dall’Africa Subsahariana verso le coste nordafricane. Queste persone vengono infatti spesso rinchiuse in centri di detenzione che sorgono sul territorio libico: in queste strutture non entra alcun tipo di legge o di supervisione. Gestiti da milizie vicine al governo e da trafficanti di droga ed armi, che hanno capito che anche la segregazione dei migranti potesse essere una fonte di guadagno, i centri di detenzione sono luoghi nei quali le persone vengono custodite in condizioni disumane.

Fino ad un paio di settimane fa le stime sulla presenza di migranti nelle celle di detenzione libiche si attestava intorno a 20mila persone; ad oggi su internet è possibile trovare anche numerose testimonianze, sia di associazioni umanitarie che di sopravvissuti, circa le loro esperienze all’interno di questi luoghi. Si tratta di racconti che parlano di torture, stupri, omicidi commessi per puro divertimento, assenza di ogni tipo di assistenza medica e di spazi vitali e addirittura di compravendita di esseri umani. Delle vere e proprie storie dell’orrore.

Migranti in un centro di detenzione

In mezzo a questo disastro umanitario si gioca a scaricarsi addosso l’un l’altro le responsabilità della faccenda; l’ONU punta il dito verso l’Unione Europea e le sue politiche di gestione dei migranti, in questo modo accusando anche l’Italia. Il governo italiano stato è stato inoltre accusato da testate giornalistiche internazionali autorevoli come il New York Times ed il Washington Post.

Il Ministro Minniti con il generale Haftar

Ad inizio settembre il Ministro dell’Interno italiano Marco Minniti ha incontrato il Generale libico Khalifa Haftar. Haftar è il capo della milizia che controlla una zona orientale della Libia, la Cirenaica, ed afferma di controllare “il 70% del territorio libico”. Il summit, segretissimo, ha avuto come temi centrali ovviamente i flussi migratori e l’impegno militare italiano in Libia.

Da allora il governo italiano si trova al centro delle polemiche, poichè avrebbe firmato un accordo con la Libia; in pratica, l’Italia pagherebbe i trafficanti di esseri umani per ridurre il numero di sbarchi sulle nostre coste. Il numero di arrivi è in effetti calato a 15mila arrivi tra luglio ed agosto 2017, dai 45mila registrati l’anno precedente nello stesso arco di tempo. La teoria delle testate giornalistiche internazionali è che l’Italia abbia tentato una veloce risoluzione al problema senza curarsi degli effetti che questa avrebbe avuto sugli equilibri politici e sociali in Libia nel lungo termine.

Al tempo stesso, anche gli organismi internazionali come la stessa Organizzazione delle Nazioni Unite sono accusati di ipocrisia. A detta di molti, infatti, queste istituzioni erano già consapevoli delle condizioni di vita disumane alle quali sono sottoposti i migranti nei centri di detenzione libici; l’UNHCR (United Nations High Commissioner for Refugees) avrebbe già dallo scorso anno effettuato varie visite di controllo in Libia, sarebbe a dire molto prima che questo fenomeno cavalcasse l’onda mediatica. Ciononostante, la presenza e le azioni dell’ONU in territorio libico o anche solo nell’area del Mediterraneo per cercare, almeno, di prevenire le tantissime morti che avvengono ormai da anni avrebbero a detta di molti lasciato a desiderare.

Migranti durante la traversata del Mar Mediterraneo

Insomma, ci si trova davanti a un vero e proprio “scarica-barile” di responsabilità; lo stesso New York Times, tra le critiche rivolte all’Italia, riconosce comunque che la gestione del problema europeo dei flussi migratori non dovrebbe essere lasciato nelle mani di un solo paese. Questo passarsi l’un l’altro l’onere della questione nordafricana è peraltro scatenato per altro semplicemente dall’improvvisa notiorietà della vicenda, poichè come è stato detto prima non si tratta di novità, ma di fenomeni che sono in atto da tempo e dei quali presumibilmente si aveva già conoscenza. Questa ritrovata notorietà è dovuta probabilmente a nuove testimonianze che parlano per l’appunto di compravendita di esseri umani, ma anche questa è una pratica in utilizzo già da un po’.

La questione sembra quindi spinosa e non di facile risoluzione, ma senza dubbio richiede azioni tempestive e la partecipazione della collettività internazionale, perchè è chiaro che i singoli governi non possano fare granchè. Ci si augura quindi che in tempi brevi la Comunità Internazionale possa ideare un piano per migliorare le condizioni di migliaia e migliaia di persone che, durante il loro viaggio alla ricerca di una vita migliore, incontrano violenza e morte.