E non so da dove cominciare

(Sufjan Stevens, Death With Dignity)

Ad iniziare la propria storia (che si tratti di un romanzo o di un disco, poco importa) ammettendo di non sapere neppure da dove iniziare, di non sapere cosa dire, ci vuole coraggio. E non sto usando la parola “coraggio” in senso ironico: basta guardare un po’ più in là delle parole, per capire che quello che verrà a seguire dev’essere importante. Un cantautore, un narratore che ammette la propria incapacità di raccontare, ci sta dicendo che ciò di cui parlerà è un argomento difficile, ostico, doloroso: sta per mettersi a nudo.

Si parla di famiglia, questa bestia bizzarra a più teste, ognuna delle quali vorrebbe idealmente, a proprio modo, proteggere le altre dal mondo; oppure recidersi dal corpo principale e fuggire, sperando che sia invece il mondo esterno a proteggerla dalla famiglia. Davvero, come si inizia a parlare di qualcosa del genere? Da dove si inizia, quando, con chi? Tolstoj iniziava asserendo con un aforisma generico ed universale, eppure in grado di colpire con dolorosa precisione, che le famiglie felici sono tutte uguali, mentre ogni famiglia infelice è infelice a modo proprio. Troppo vero. Lo statunitense Sufjan Stevens, invece, non ha massime da offrire. Vuole parlare della sua famiglia e non sa da dove iniziare. Un po’ alla Simon & Garfunkel, cerca le risposte nel silenzio. Ma, almeno all’inizio, pare non trovarne, e lo ammette candidamente.

Poi, l’incertezza pian piano viene messa da parte; il modo più facile è trovare un luogo, un ideale, una piccola mappa mentale. I ricordi iniziano ad affiorare come foto in un vecchio album: basta soffiare via la polvere, e le prime immagini saltano agli occhi.

 “Un forte freddo autunnale arrivava rabbioso dalla prateria. Qualcosa di terribile stava per accadere, lo si sentiva nell’aria. Il sole era basso nel cielo, una stella minore, un astro morente. Raffiche su raffiche di entropia. Alberi irrequieti, temperature in diminuzione, l’intera religione settentrionale delle cose era giunta al termine. Neanche un bambino nei giardini. Ombre e luce sulle zoysie ingiallite. Querce rosse e querce di palude e querce bicolori riversavano una pioggia di ghiande sulle case senza ipoteca. Le controfinestre rabbrividivano nelle stanze da letto vuote. E poi il ronzio monotono e singhiozzante di un’asciugabiancheria, la contesa nasale di un soffiatore da giardino, il maturare di mele nostrane in un sacchetto di carta, l’odore della benzina con cui Alfred Lambert aveva ripulito il pennello dopo la verniciatura mattutina del divanetto di vimini.

(Jonathan Franzen, Le correzioni)

Carrie & Lowell si apre per certi versi in un modo affine, e per altri versi agli antipodi, rispetto a Le Correzioni, terzo romanzo di Jonathan Franzen: il primo ci presenta i ricordi quasi fotografici dei luoghi famigliari, introducendoci in modo delicato e timido alla saga familiare di Stevens; il secondo ci si introduce con una descrizione cinematografica, descrivendoci con un magistrale zoom narrativo un’inquadratura discendente, che parte dal cielo e cala sugli alberi e sui giardini, si sofferma sulle case senza violare la loro intimità.

Death With Dignity, prima traccia del disco, ci svela con delicatezza immagini sbiadite dal sole e dalla polvere, da dita che hanno sfiorato le diapositive innumerevoli volte; Le correzioni fa scorrere davanti agli occhi un panorama dai colori vividi e spietati, ci sembra di sentire sulla nostra pelle il freddo di un vento portatore di cambiamenti (qualcosa di terribile).

Entrambe le opere, romanzo e disco, ci trascinano nella storia di famiglie atipiche e disfunzionali.

Le correzioni narra le vicende dei Lambert: il padre Alfred, alle prese con le avvisaglie di una malattia mentale, e i figli Gary, Denise e Chip, il primo depresso, la seconda in conflitto con la propria identità sessuale e il terzo diffamato a causa di atteggiamenti sconvenienti nei confronti di una sua studentessa. E la madre Enid, presa nel proprio disperato tentativo di tenere unita la famiglia, di poter correggere i comportamenti difettosi dei suoi componenti, di salvare la sua tribù. Il pranzo natalizio, il pretesto per riunire la famiglia nella speranza che una sorta di epifania possa finalmente riparare tutto ciò che è andato storto. La casa, naturale nido di conforto e sicurezza, è presentato come un luogo tutt’altro che sereno. Seguendo il filone domestico ottocentesco, Franzen riporta a casa i suoi personaggi, pellegrini stanchi e sfiduciati dai loro viaggi, e li pone di fronte alle loro stesse miserie. Ma, contrariamente a quanto accadeva con Kafka, l’orrore domestico non è qualcosa da subire passivamente: è qualcosa da portare a galla e affrontare, che lo si voglia o meno.

 “[…] puoi restare chiuso in casa, ma anche la casa è un ricettacolo di orrori. Nella letteratura americana, il romanzo di avventura e ricerca è rappresentato da Twain ed Hemingway; quello domestico, dalla Wharton e dalla O’Connor. […] personalmente ho la sensazione di far parte di una di queste trasformazioni generazionali: un passaggio dal modello maschile avventuroso alla Huck Finn, cui in fondo appartiene anche Pynchon, al modello domestico. A un certo punto le avventure ti stancano. E torni a casa. ” [*]

(Dall’intervista con Donald Antrim)

Come Enid, tutti i personaggi sono alle prese con la propria mania di correggere errori e deviazioni, creando, senza rendersene del tutto conto, divari: divari generazionali, sessuali, ideologici. Il motto di Denise, “La prossima volta sarà tutto diverso”, è un inno carico di ironia ed empatia, da parte dello scrittore, all’impossibilità di rimediare a certi errori; a volte, perfino all’impossibilità di provarci.

 “Avrei dovuto saperlo, nulla può essere cambiato. Il passato resta passato, il ponte non porta da nessuna parte. Avrei dovuto scrivere una lettera, spiegare ciò che provo, questo sentimento vuoto.

(Sufjan Stevens, Should Have Known Better)

Il ritorno a casa dei Lambert è metaforico del “ritorno a casa” dello scrittore: più che mai consapevole della situazione letteraria americana, Franzen si impone con Le correzioni una svolta, che segnerà un netto distaccamento dal postmodernismo a favore di uno stile più limpido e conciso, volto a comunicare al lettore con maggiore trasparenza.

E parlando di trasparenza, Carrie & Lowell torna in gioco con dolce prepotenza: il settimo album studio di Stevens si lascia alle spalle tanto l’elettronica psichedelica del precedente The Age of Adz quanto l’eclettismo di Illinois; ogni sovrastruttura è accantonata  a favore di un sound scarno, con arpeggi delicati e tastiere eteree. Il suono è nudo e sincero al pari delle liriche, che svelano un’intimità che sembra sfidarci a distogliere lo sguardo, a cambiare argomento.

 “Controllavi i tuoi messaggi mentre mi masturbavo. Manelich, mi sento così usato

(Sufjan Stevens, All of Me Wants All of You)

La storia dietro Carrie & Lowell parte dal titolo stesso del disco: Carrie  è il nome della madre, che abbandonò il bambino in tenerissima età, e poi morì di cancro nel 2012; la loro relazione fu del tutto particolare, fatta di incontri occasionali e silenzi imbarazzati, in un lasso di tempo non sufficiente a recuperare un rapporto perduto e un perdono forse impossibile.

 “Quando avevo tre, forse quattro anni, lei ci lasciò in quel negozio di cassette

(Sufjan Stevens, I Should Have Known Better)

Lowell, invece, è il patrigno Lowell Brams, nonché futuro cofondatore dell’etichetta discografica Asthmatic Kitty.

 “L’uomo che mi ha insegnato a nuotare non riusciva neanche a pronunciare il mio nome. Come un sacerdote ha bagnato la mia fronte con l’acqua della Comunione, e mi ha chiamato ‘Subaru’.

(Sufjan Stevens, Eugene)

Si sentono echi di Elliot Smith e Bon Iver, di Nick Drake e Simon & Garfunkel; l’intimità dei suoni, la solitudine in cui sono stati composti, sfocia nel lo-fi (pare che alcune tracce siano state registrate con un iPhone nella camera di un motel).

Ne esce il ritratto di un ragazzo che lotta per superare un vuoto mai colmato e al quale ora non c’è rimedio; la perdita della madre è lo spunto poetico per una riflessione universale su tutti i rapporti, su tutte le perdite. La realtà si mescola alla fantasia, immagini solide e tangibili (Sufjan che si masturba, il corpo della madre su un letto d’ospedale) si alternano a metafore e figure mitiche (Perseo e la Medusa, Pegaso, Icaro), in un lungo racconto dai sapori del realismo magico.

Si alternano delicatezza e angoscia, le poche risposte che Sufjan ha trovato (stabilità e relazioni) sono messe in dubbio, e sempre più interrogativi vengono a galla. Passiamo dai ricordi di Death With Dignity alla rassegnazione di Should Have Known Better, dalla nostalgia di Eugene alla morte vista in tutta la sua concretezza di Fourth of July.

 “Il male si è diffuso come una febbre. Sei morta di notte, mia lucciola. Cos’avrei potuto dire per farti sorgere dai morti? Oh, potrei essere il cielo del quattro luglio?

(Sufjan Stevens, Fourth of July)

Arriviamo a The Only Thing, ballata dolcissima in cui Sufjan si ritrova a fare i conti con se stesso: l’idea del suicidio, le cui possibilità sono elencate in modo forse sistematico, forse assorto, come una lista della spesa.

 “L’unica cosa che mi trattiene dal guidare questa macchina (le luci spente, dritto dritto nel canyon, di notte): segni e meraviglie; Perseo allineato al teschio di Medusa; Pegaso avvolto nella luce di tutti noi

(Sufjan Stevens, The Only Thing)

E in mezzo a immagini di morte e bellezza, la costante incertezza sulla direzione da prendere, sulla stessa volontà di prenderla (Mi importa davvero di sopravvivere a questo?), e la domanda struggente: mi chiedo se tu mi abbia mai amato davvero.

La title-track è un insieme di ricordi nitidi e onirici, a volte dolci, che partono dolcemente per tradursi in immagini dure, crudeli: l’ubriachezza della madre, il dolore, le memorie di una vita passata paragonate al cadavere di un cavallo.

L’album si conclude con Blue Bucket of Gold, che prende il suo titolo da una leggenda del folklore americano. La negazione finale dell’amore arriva come un fulmine che porta finalmente chiarezza, illuminando dolorosamente una relazione vissuta alla stregua di un mito ora da sfatare.

Eppure, quella che sembra la fine di una fiaba, ci riporta all’inizio del disco; ci riporta all’album fotografico di Death With Dignity: in mezzo a tutto il dolore, in mezzo a tutto quello che non si può più correggere, c’è pur sempre il perdono.

Ci riporta a Should Have Known Better; e notiamo che una nuova foto è stata aggiunta all’album: la nipote di Sufjan, la figlia di suo fratello.

“La bellezza che lei porta, è un’illuminazione”

Nicola De Zorzi

 

[*] Luca Briasco, “Americana” (Minimum Fax, 2016)