Fra stragi emotive e masochismo.

Il segno che talvolta lasciano le ferite pare bisogna curarlo con il dolore stesso, o quanto meno dando una espressione al malessere, un nome, una forma, seppur scomposta, disturbante o fastidiosa. La ricerca della cura sembra tramutarsi in forme di masochismo, di voyeurismo in cui si gode delle sfortune e delle sofferenze. Come presentarsi di proposito sul luogo di una strage osservando inerme la carneficina. Stragi e carneficine che possono assumere diverse sfumature, a volte “materiali”, altre emotive.

“Ecco la mia voce e le mie viscere: sentitevi liberi di giudicare. È come la corrida: state guardando della violenza emozionale per piacere”.

Così è come Arca ha presentato il suo ultimo disco, sparando in faccia senza alcun pudore la sua voglia di rappresentare il dolore in una opera dai tratti sublimi e repellenti allo stesso tempo. Il racconto di una sofferenza celata, che volge un attimo lo sguardo al passato, che parte dalle vicende personali di Alejandro Ghersi fino a raggiungere un respiro più ampio, sempre condito da suoni astratti e dissacranti, accompagnati questa volta da un cantato spagnolo melodrammatico che mette in risalto la separazione netta dal passato artistico del producer venezuelano. Se i suoi primi dischi (Mutant e Xen) sono stati dei lavori completamente nuovi ma a tratti con una direzione decisamente poco limpida fatta di glitch sonori sparati in ogni direzione, con l’album omonimo, Arca trova una strada che a tutti gli effetti candida il Nostro ad una svolta artistica che pare non trovare precedenti. Influenzato dalla sua madrina Bjork, e dal suo ultimo capolavoro di qualche anno fa (Vulnicura), dove l’artista islandese prese a schiaffi la sua e la nostra emotività con il racconto della sua “cura”, Arca prende sé stesso e si serve sul piatto, liberandosi dalle trame fredde e affilate dei dischi precedenti e volgendo verso suoni più caldi, sentiti, viscerali, pulendo via tutto lo stato confusionale di cui pareva essere affetto, i disturbi dettati da un acceleraziosmo culturale impellente e scendendo finalmente a patti con il mondo.

Risultati immagini per reverie arca video immagini
“Reverie”

Il patto è semplice: Arca è il matador sconfitto, nell’arena dell’amore violento e viscerale, in una corrida finita in tragedia, e noi siamo lì in preda ad un dissidio che ci dice di non guardare ma che allo stesso tempo ci preme ad assistere a quello spettacolo scomodo e masochistico. In “Piel”, pezzo che apre il disco, Arca pronuncia “Quitame la piel de ayer” , che sta per “Toglimi la pelle di ieri”, una strofa dissacrante che rappresenta quello che Arca voleva sin dal primo momento ritrarre, il nuovo inizio, la fine della corsa affannata nelle ombre. Ghersi, che finalmente è scoperto alla luce, è brutale, terrificante, e si rende tale contornadosi di archi e synth che accentuano l’efferatezza dei suoi sentimenti fino a quell’istante celati. Arca è sentimentale, forse morboso e inquietante. La voce di Arca è apparsa su quasi tutte le sue pubblicazioni anche straziata e modificata, ma questo nuovo album rappresenta la prima istanza in cui ha scelto di renderla protagonista sotto forma di un cantato diretto, un atto che descrive in termini terrificanti:

“Ecco la mia voce e tutte le mie interiora: sentitevi liberi di giudicarli

Come già prima accennato, i testi sono tutti in lingua spagnola rafforzando così in maniera decisa tutta la melodrammaticità imposta dall’inizio alla fine al disco, accentuando la passionalità e la pulsione autodistruttiva che accompagna questo racconto fatto di angoscia, dolore e di un supplizio che quando pare stia per lasciarti andare ti riprende di nuovo nel suo vortice. Arca trascina il pubblico della corrida nella sua intimità, nelle sue paure e nelle sue debolezze. La sua arrendevolezza è palese, un dolce abbandono che in “Desafìo” viene accompagnato dalle parole:

 

“Ámame y átame y dególlome

Búscame y penétrame y devórame”

“Amami, legami e tagliami la gola

Cercami, penetrami e divorami.”

 

Desafìo esplora l’abisso che ruggisce dentro, conscio di scoppiare dalle interiora in una sofferenza che è cataclisma delle emozioni umane, pestifere e spesso dolorose racchiudendo mille risonanze di rivolgimenti cosmici nei quali la musica diventa una “gestione delle meraviglie” per espiare tutte le colpe.

La prima scena del video di “Reverie”, ha come protagonista la manica strappata della giacca cerimoniale di un matador, a rammentare lo spettacolo forte ed intermente emozionale della sua personale “corrida” a cui Arca vuole farci assistere. La manica è lacerata, quasi completamente staccata. Il video si apre con un primo piano della manica, mentre degli inquietanti archi di synth si piegano attorno a una parte vocale senza parole; poco ala volta si rivela che il matador è Arca stesso e quando il brano raggiunge il suo climax, cacofonico e disorientante, scopriamo che Arca è attaccato a un’approssimazione metallica delle gambe di un toro, su cui balla come fossero tacchi, e grida terrorizzato non appena un corno di metallo gli emerge dal bacino. Arca si spalma il suo sangue suo corpo in un gesto al contempo sensuale e preso dal panico. Apparentemente, si è appena reso conto che è sia autore che soggetto del proprio dolore.

Come spiega Arca, il personaggio che interpreta è “una parodia della transazione tra artista e ascoltatore, di come si spinga in un profondo scomodo e doloroso, verso l’auto-mutilazione”. Tutto ciò spalanca i tendaggi di una sorta di sogno/incubo a occhi aperti. Eccessivo e melodrammatico ma al tempo stesso delicato e febbrilmente intimista. C’è chi riderà di scherno e chi si struggerà d’amore. Le reazioni innescate da chi si mette a nudo, specie come in questo caso, con una potenza tormentosa come quella di Arca.