Mi pare l’abbia detto Márquez (anche se ho sentito la stessa massima attribuita a Hemingway, Melville, Jessica Fletcher), che lo scrittore dovrebbe scrivere di ciò che conosce. È una cosa abbastanza logica, ma è la ragione, meravigliosamente umana, per cui il grande Sud della O’Connor esce dalla pagina al punto che possiamo sentirne la polvere negli occhi, o per cui Wallace era in grado di comunicare gli stati d’animo indotti dalla depressione e dagli psicofarmaci al punto da farci star male. Ed è anche la ragione per la quale nelle opere di molti scrittori (King e Auster sono i primi nomi che mi vengono in mente), la figura stessa dello scrittore (o di uno scrittore, ad ogni modo) è un elemento costante.

Così ho deciso di prendere in considerazione cinque romanzi attraverso i quali altrettanti autori parlano di quello che è – o che, perlomeno, tendiamo ad imaginare sia –  il fulcro della loro vita: la scrittura. Perché chiunque ami leggere avrà fantasticato almeno una volta su cosa significhi scrivere; e questi romanzi possono portarci a considerare o riconsiderare quest’idea, spiegandoci che l’atto creativo può essere paradiso e può essere inferno (e che le dinamiche editoriali tendono ad essere inferno e basta).

N.B. Ho scelto soltanto opere di narrativa semplicemente perché mi sembravano più divertenti e godibili, rispetto alla saggistica, meno accademiche per chi non volesse andare a studiare lo scrittore nel suo sporco habitat con mezzi, appunto, accademici.

Martin Eden – Jack London, 1908-1909

Ci sono diverse ragioni per leggere Martin Eden. Intanto, è un grande romanzo. Poi, è il grande romanzo con cui si possono finalmente accantonare i pregiudizi sul London-scrittore-del-grande-Nord-e-basta. E ancora, è il grande romanzo con cui ci si può allontanare dai pregiudizi ecc. ecc. perché in questo libro London ha racchiuso una vita intera di esperienze, al punto che potremmo definire Martin Eden un’autobiografia romanzata.

Ed è questa la ragione che ci interessa di più: perché tra queste esperienze spiccano quelle artistiche, estetiche, formative, che hanno portato un ragazzo del popolo, rozzo e ignorante, a diventare uno scrittore di successo. London descrive con il realismo e la passione dell’esperienza personale il desiderio di conoscenza, l’amore per la bellezza, il fervore che spinge una mente a sacrificare le ore di sonno pur di dedicarsi alla creazione di qualcosa. Ma descrive anche le difficoltà che spingono lo scrittore alla fame e alle privazioni, le difficoltà della scalata al successo e, perfino e soprattutto una volta che si è in cima, l’amara disillusione nel capire che certi sogni si tengono in equilibrio sulle fondamenta più sbagliate. In tutto questo Martin riesce, in qualche modo, a mantenersi puro, un eroe classico o un martire in un mondo – perfino quello legato all’arte – che di puro ed eroico sembra avere ben poco.

Dello stesso autore: Pronto soccorso per scrittori esordienti (Minimum Fax)

Avevo promesso che non avrei tirato in ballo i saggi, lo so. Il fatto è che questa raccolta di lettere e articoli può essere considerata un compendio a Martin Eden, nei quali la filosofia artistica di London viene approfondita, ampliata e chiarita.

 

Chiedi alla polvere – John Fante, 1939

A trent’anni di distanza dalla pubblicazione di Martin Eden, John Fante sembra ripercorrere certi temi salienti del capolavoro londoniano: la difficoltà nel creare qualcosa, i costanti dubbi con cui lo scrittore si tortura, le ristrettezze del povero romanziere esordiente.

Ma Arturo Bandini, protagonista di Chiedi alla polvere, è ben diverso dal Martin di London. Se quest’ultimo conserva per tutta l’opera un’integrità che lo eleva al di sopra del mondo in cui vive e che lo porta, fino all’ultimo, a mettere in discussione gli stessi ideali che si è tanto sforzato di raggiungere, Bandini è un personaggio dominato dall’ossessione: non la smania londoniana di raggiungere un ideale quasi metafisico di bellezza; l’ossessione di provare a se stesso e al resto del mondo che vale davvero qualcosa, che è un genio e non uno scrittore da quattro soldi. La vita di Bandini, miserabile, incapace di allontanarsi dalla depravazione se non con con l’inutile e ipocrita pentimento religioso, rappresenta forse una figura più umana del Martin romantico e idealizzato; una figura in cui uno scrittore autoconsapevole, chino sui tasti a tormentarsi sulle sorti della propria opera, potrebbe – dolorosamente – rispecchiarsi di più.

Dello stesso autore: Full of life (Einaudi)

Il vero, unico successo editoriale di Fante in vita ci allontana dalle atmosfere della creazione claustrofobica e dello scrittore-in-bolletta per mettere in gioco qualcos’altro: la crisi creativa in contrapposizione ad una creazione di tipo diverso, la futura nascita di un figlio, e il modo in cui questi due opposti plasmano la vita di una coppia.

 

I detective selvaggi – Roberto Bolaño, 1998

Ci spostiamo leggermente sul tema e non parliamo più di crezione di un romanzo, ma di poesia. I detective selvaggi è una storia – o un insieme di storie – labirintica, corale, ipnotica. È presente il racconto di formazione di un ragazzo che entrerà in contatto con le piccole avanguardie poetiche della Città del Messico degli anni ’70; ma questo racconto si perde nel mare di voci differenti, ognuna desiderosa di dire la sua, sull’odissea di due giovani poeti che vagabondano nel caos del mondo, e della loro ricerca di una poetessa scomparsa; ricerca che può essere intesa come il bisogno di un ideale letterario, artistico, morale, a cui aggrapparsi in un mondo in continuo mutamento.

L’immagine stessa della poesia e la figura stessa del poeta – i poeti ne I detective selvaggi sono quasi tutti giovani disorientati guidati da un obiettivo spesso vago – sembrano essere un cardine malfermo in una società che, se per certi versi è ancorata alle sue tradizione e ad una propria cultura, per altri versi sembra voler rigettare tutto questo; e il rigetto potrebbe essere doloroso e violento. Resta da chiedersi se la gioia tutta infantile della creazione resisterà a questi cambiamenti.

Dello stesso autore: 2666 (Adelphi)

Ultima opera di Bolaño, nonché suo capolavoro, 2666 è un romanzo-mondo le cui cinque parti non sono strettamente intercollegate – per personaggi ed eventi – ma hanno un cuore comune, la cui estetica, riconoscibilissima in Bolaño, riflette la costante ricerca dell’autore di un significato artistico, poetico, esistenziale.

 

Wonder Boys – Michael Chabon, 1995

Tra i migliori autori statunitensi delle ultime generazioni, con Wonder Boys Chabon scrive un romanzo leggero, ironico, anche caustico, su uno scrittore che, lentamente, corre il richio di arenarsi nella sua ambizione di scrivere il capolavoro della sua carriera.

Sullo sfondo di drammi interpersonali, situazioni improbabili e una galleria di personaggi che non stonerebbero in un film dei fratelli Coen, Chabon riflette sull’ambizione del suo personaggio Grady Tripp non come un tentativo di crescita ma, al contrario, come una zavorra che impedisce allo scrittore – e all’uomo – di liberarsi dalle sue fantasie immature ed egolatre. Tra crisi creative ed editori pressanti, tra euforia ed autodisprezzo, solo liberandosi di un progetto più megalomane che grandioso, Grady potrà finalmente lasciarsi alle spalle la sue eterna adolescenza.

Dello stesso autore: Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay (BUR)

In questo romanzo la creazione artistica non si incentra sulla letteratura, ma sul fumetto, che diventa medium simbolico della rivalsa del sogno americano, e riflesso dell’evoluzione culturale Pop dalla fine della prima metà del secolo scorso. Il tutto raccontato con leggerezza e dinamismo sorprendenti in un’epopea postmoderna che rappresenta, ad ora, il miglior romanzo di Chabon.

 

4 3 2 1 – Paul Auster, 2017

Nell’ultimo romanzo di Paul Auster – incentrato sul grande interrogativo “come sarebbe ora la mia vita se…?” – la letteratura, tanto letta quanto “applicata”, ha un ruolo fondamentale. Assieme a certe figure stabili nella vita – quadripartita – del protagonista Ferguson, tutto sembra, in ognuno dei quattro what if che compongono il romanzo, arrivare a stabilizzarsi su un punto-cardine: la scrittura. Che si tratti di narrativa, saggistica o giornalismo, la creazione scritta è uno dei principali centri d’equilibrio con cui Auster sembra trovare una risposta alla domanda di cui sopra: qualunque cosa avessi fatto, qualunque cosa mi fosse capitata, avrei scritto.

Ne consegue che Auster riesce a comunicare con grande efficacia l’amore per il fulcro della sua esistenza, rendendo 4 3 2 1, per certi versi, una meravigliosa apologia delle storie, tutte le storie che potremo mai ascoltare e raccontare.

Dello stesso autore: c’è solo l’imbarazzo della scelta. In quasi ognuno dei suoi romanzi, Auster sembra tenerci molto a far capire che leggere e scrivere gli piace assai. Fate voi.

Nicola De Zorzi