Tutti conosciamo benissimo il logo “Parental Advisory” che vediamo stampato sulle copertine di molti dischi e che comparve ufficialmente per la prima volta sull’album Banned in the USA di Luke & The 2 Live Crew e da allora è diventato uno degli argomenti più discussi della storia della musica.
Questo “avviso” nacque dal desiderio di “proteggere” le orecchie più giovani dai testi di artisti come Ice-T, N.W.A. e molti altri, soprattutto tra gli esponenti del neonato Gangsta Rap.

La domanda da allora è rimasta la stessa: è giusto censurare il linguaggio e i contenuti di un artista? Se sì, quali e come?
Se da un certo punto di vista determinati contenuti non sono effettivamente adatti a tutti, dall’altro non è corretto limitare l’espressione artistica di chi questi contenuti li crea, scaricandogli addosso tutte le colpe. Certo, negli anni si sono verificati moltissimi casi di comportamenti violenti “ispirati” da un certo tipo di testi (solitamente i capri espiatori preferiti sono Hip Hop e Metal), ma fino a che punto l’influenza musicale può deviare il comportamento di un individuo? Insomma, stiamo parlando di musicisti, non di leader di sette religiose!

Lo stesso Eminem, spesso e volentieri al centro di queste polemiche, alle accuse di aver istigato al suicidio con il video di The Way I Am, risponde in Who Knew ritorcendo le accuse contro i genitori che lasciano i propri figli davanti alla televisione senza mai tenerli d’occhio o insegnare loro cosa è giusto e cosa è sbagliato.

Data la natura estremamente controversa dell’argomento ci tengo a specificare che quella che segue è la mia opinione in quanto autore dell’articolo e non necessariamente riflette quella del resto della redazione.

La diatriba riguardante la censura del linguaggio è relativamente semplice e, a mio avviso, ridicola. Banalmente: perché censurare la parola “cazzo” e non la parola “pene” quando entrambe hanno lo stesso significato? Cosa rende una sequenza di lettere più volgare di un’altra? La differenza vera e propria la fa il contesto più che il termine.

Ben più articolato è il discorso sulla censura dei contenuti e, per quanto concerne quest’ultima, troviamo argomenti validi da entrambi i lati (anche se, chiaramente, mi trovo più in accordo con uno schieramento rispetto all’altro).

Capisco il timore che alcuni argomenti possano influenzare una mente giovane e fragile, portandola a commettere atti di violenza, tuttavia per esperienza personale posso garantire che, pur ascoltando questa musica da quando avevo 12 anni, non ho mai fatto del male a nessuno.
Questo non significa che certe paure siano infondate, tutt’altro; ma bisogna anche riflettere sul fatto che noi abbiamo una responsabilità nei confronti di quello che facciamo: come studiare la storia dell’imperialismo non ci rende colonizzatori, così ascoltare musica Gangsta non ci rende tali o almeno non necessariamente.
Di sicuro non è il caso che i più influenzabili siano soggetti a determinati argomenti, ma è altrettanto certo che la colpa non sia dell’artista: se tu non capisci il messaggio delle canzoni di artisti come 2Pac, Nas o, più recentemente Kendrick Lamar e J. Cole nonostante tutti gli strumenti a tua disposizione (e.g. Internet), la colpa è tua.
In un periodo in cui ogni testo viene scandagliato e analizzato minuziosamente non possiamo permetterci di fraintendere il messaggio incolpando chi quel testo l’ha scritto.

Oltre agli artisti come quelli sopracitati che usano le proprie storie personali per veicolare un messaggio ben specifico, ce ne sono altri che sfruttano la musica per intrattenere e fare satira sugli stereotipi attraverso il black humor: è il caso, fra tanti, di Lil’ Dicky, rapper di origine ebraica che ironizza proprio su questa sua “etnia” o del molto meno noto ma più controverso Pink Guy, alter-ego dello youtuber George Miller alias Filthy Frank. Questo ragazzo nippo-australiano utilizza il suo personaggio per incarnare tutto ciò che c’è di sbagliato nella società, rendendolo ridicolo e facendo riflettere attraverso le risate.

In conclusione posso solo dire che siamo liberi di scegliere quali messaggi ascoltare e quali no, fintanto che siamo disposti anche ad assumerci la nostra responsabilità in ciò e così facendo, magari un giorno potremmo riuscire a liberarci di questa tanto discussa censura musicale.