Mi chiedo perché
Ascoltiamo i poeti
Quando a nessuno gliene frega un cazzo.
Quant’è caldo, quant’è triste.
Questa macchina avrebbe bisogno di un po’ di fortuna.
Tutte le mie bugie sono sempre desideri.
So che, se potessi ritornare come una persona nuova,
Sceglierei di morire. [1] (Wilco, Ashes Of American Flags)

Forse perché ai poeti deleghiamo quella parte di noi ancora fragile, esposta e piena di piccole bolle inesplose di speranza.
Mentre i nostri anni subiscono la centrifuga di un anello chiuso, stagioni su stagioni si ripetono assomigliandosi tanto da illuderci che il tempo non ci stia seppellendo e l’implacabile Teoria M di Edward Witten per cui, il tempo sarebbe simile a un cerchio piatto e ogni nostra azione è destinata, inesorabilmente a ripetersi all’infinito, finisce per riguardare un po’ tutti.

Con questa canzone, Ashes of American Flags, (un inno al rovescio farcito di disillusione e tenero nichilismo), la chiave di volta del capolavoro degli Wilco, Yankee Hotel Foxtrot (2002), e le parole ciniche eppure dolci, a tratti morbide di Jeff Tweedy, con la sua voce in bilico fra ironia e resa, partiamo per un viaggio nella provincia americana: il disco della band di Chicago come colonna sonora e negli occhi una manciata di fotografie (di un altro tiepido, a tratti disilluso, osservatore), che vorrei raccontarvi.

Joel Sternfeld, McLean, Virginia, December 1978.
©Joel Sternfeld, McLean, Virginia, December 1978 da da American Prospects

Un campo incolto con zucche spaccate ed erba secca, un chiosco in secondo piano che vende ortaggi e sidro. Sullo sfondo una casa che sta bruciando circondata da alberi spogli.
La banalità della provincia americana in quella che sembra, all’apparenza, una scena lievemente inusuale e moderatamente caotica.
Eppure i nostri occhi sono bloccati da questa immagine: la composizione, insistendo con lo sguardo, si rivela sofisticata e ambigua. Non è il fuoco che ci trattiene, non è il feticismo per il dramma incendiario che si sta consumando. Piuttosto sono quelle zucche in primo piano, quello stillicidio di palle di cannone arancioni a stregarci, richiamando alla mente un’altra fotografia, celebre per la storia del medium stesso: La valle dell’ombra della morte (1855) di Roger Fenton, direttamente dalla Guerra di Crimea.

Resta a guardare le miglia sfrecciarti di fronte.
Non sei la mia macchina da scrivere
Ma potresti essere il mio demone,
Tu che avanzi tra le porte in fiamme.
(Wilco, War On War)

Forse ci fa anche sorridere il paradosso di un vigile del fuoco (che potrebbe essere figlio deviato di un racconto di Ray Bradbury), davanti al Farm Market, intento a scegliere i frutti più convincenti, mentre le fiamme stanno divorando il tetto della casa.
O cominciamo a intravedere direttrici dello sguardo sapientemente camuffate, come ci suggerisce la fila di paletti neri sulla destra che segue la danza in espansione della nube grigia di fumo o la forca di rami nudi alzati come braccia arrese, a contemplare il rogo inarrestabile.
Tutto questo e il suo esatto contrario: ovvero la casualità, l’istinto, la sveltezza dell’intuizione, sono gli ingredienti che rendono terribilmente affascinante lo sguardo di Joel Sternfeld [2], classe 1944, nato a New York e divenuto dagli anni ’70 uno degli occhi “a colori” (insieme a Willliam Eggleston, l’autore della copertina di Radio City dei Big Star) più attenti nel documentare l’America di tutti i giorni, quella della maggioranza silenziosa, immersa nelle proprie questioni lontane da luci e clamori.

©Joel Sternfeld, Exhausted Renegade Elephant, Woodland, Washington, June 1979 da American Prospects.
©Joel Sternfeld, Exhausted Renegade Elephant, Woodland, Washington, June 1979 da American Prospects.

Il suo peregrinare per la provincia americana, raccontandone l’ironica e malinconica bellezza dell’ordinario, ha qualcosa a volte di velatamente triste e in altri casi confortante, perché ci suggerisce come tutto, la vita nel suo ciclo, per i più, sia semplice e si risolva in pochi piccoli gesti, brevi sentieri e confini rassicuranti.
American Prospects (1987), il suo libro più famoso, racchiude tante piccole perle, che fungeranno da bussola per le sue indagini successive (troveremo la stessa attenta delicatezza in lavori radicalmente diversi come il cupo volume On This Site: Landscape in Memoriam del 1997 dove il fotografo racconterà l’America mostrando le locations della tragedie che hanno segnato la storia del paese). In questi scatti, il senso del “non luogo” è, semplicemente, il senso di un luogo del quotidiano, che ci sfila accanto ogni giorno come un déjà-vu, che muove sempre lo stesso magma di domande nello stomaco quando si avvicina sera e che salutiamo perplessi ogni notte prima di coricarci.

Mi hanno rotto il mento,
Il mio cuore è avvolto dal ghiaccio.
Mi hanno strappato le fauci
E stasera ho davvero voglia di vederti.
Il fatto che oltreoceano abbiano tutti urlato
Non cambia assolutamente nulla per me.
Non uscirò
Stasera, che fa caldo nei posti poveri.
(Wilco, Poor Places)

©Joel Sternfeld, Kansas City, Kansas, 1983.
©Joel Sternfeld, Kansas City, Kansas, 1983.

Troviamo strade sbarrate, sentieri che sembrano inutili slanci interrotti o distese immense di niente, come paradossali prigioni senza muri di delimitazione. Passando da una fotografia di Sternfeld all’altra, la sensazione che traspare, è l’impossibilità di lasciare questi fazzoletti di vita, la certezza di non poter andare realmente via, perché sono parte di un bagaglio genetico che non ci abbandona mai. Anche quando ce ne andiamo fisicamente, quello che siamo resta laggiù e sembra riuscire a pulsare e significare solo a contatto con la terra che ci ha visto crescere, lasciandoci, una volta altrove, una disperata malinconia, quella che pervade qualsiasi migrante.
E in questa altalena di contraddizioni, la felicità sembra non arrivare mai.

Tirati su,
Tesoro, spero tu ci riesca.
C’è qualcosa che non va in me,
La mia mente è piena di roba d’argento,
Baci di miele, nuvole di banalità.
Colgo mele per i re e le regine delle cose che non ho mai visto.
Oh, la distanza non può in alcun modo rendere l’amore comprensibile.
(Wilco, Radio Cure)

©Joel Sternfeld Boys Walking Home After School, Harrisonburg, Virginia, May 1999 da Stranger Passing.
©Joel Sternfeld, Boys Walking Home After School, Harrisonburg, Virginia, May 1999 da Stranger Passing.

Le fotografie di American Prospetcs (ma anche di lavori più recenti come Strager Passing del 2001), in certi casi, “profumano di spirito giovane”, somigliano a quelle avventure di adolescenti che, incrociando spesso il torbido della vita adulta, ne restituiscono una lettura diversa, romanzesca, dove lo sconfinato universo di possibilità della loro età, li rende eroici. Pensiamo al migliore Stephen King del romanzo IT e del racconto Il corpo (all’interno della raccolta Stagioni diverse) o il fascino impudente di un Nick Shay nel fiore degli anni, costantemente in pericolo ma ancora salvo dalla trappole che riserva il futuro, nel capolavoro di Don DeLillo, Underworld.

Mi manca l’innocenza che ho provato
Facendo cover dei KISS, splendido e fumato.
(Wilco, Heavy Metal Drummer)

©Joel Sternfeld da American Prospects
©Joel Sternfeld da American Prospects

Sfilano davanti a noi, a popolare frammenti di paesaggi anonimi, volti che ci osservano senza curiosità né giudizio. Sono spesso ragazzi, qualche volta adulti, ma il più delle volte ragazzi, che hanno negli occhi il segno della loro condanna: essere gli adulti di domani incatenati qui, dove lo sguardo non invecchia mai, dove le strade non portano mai altrove.
E la voce di Tweedy, in questo immaginario pellegrinaggio a fianco di Sterfeld, somiglia a un pagliaccio triste che ci prende per mano, o all’autista stanco che regge il volante di un’auto persa lungo strade vuote, visto che il viaggio, ma soprattutto la “distanza” (da colmare fra noi e gli alti o quella sognata come fuga e riscatto), sembra il comune denominatore che ci accompagna da quando siamo partiti.
Se abbassiamo il volume delle cose intorno e ci concentriamo, sembra di sentire i pensieri di queste vite impantanate.

© Joel Sternfeld, Queen of the Prom, the Range Nightclub, Slab City, California, March 2005 da Sweet Earth: Experimental Utopias in America.
© Joel Sternfeld, Queen of the Prom, the Range Nightclub, Slab City, California, March 2005 da Sweet Earth: Experimental Utopias in America.

Prendiamo Queen of the Prom uno scatto scelto dalla serie più recente di Sternfeld, Sweet Earth: Experimetal Utopias in America (2006). Siamo fuori dal Range Nightcub (ce lo dice la didascalia) e la ragazza, qualsiasi sia la sua storia, è seduta su una fila logora di vecchi sedili in legno, appartenuti a un cinema, a un teatro o un auditorium cittadino; è vestita da serata di gala, l’abito è pulito ma sgualcito, le spalline sono scese quasi fino ai gomiti, i capelli sono in disordine sotto a una piccola corona scintillante. Fra le mani tiene una rosa ancora confezionata e sorride appena, come una Monna Lisa delusa, che non crede più in niente.

Dimentichiamoci del fulmine ammutolito.
Togliamoci i vestiti come se fossimo estranei strabici.
Non sto scherzando, per favore, smettila di sorridere.
A che cosa stavo pensando quando ho detto che non faceva male?
(Wilco, I Am Tryng to Break Your Heart)

© Joel Sternfeld da American Prospects.
© Joel Sternfeld da American Prospects.

O ancora altri due scatti da American Prospects.
Nel primo, la prospettiva di una strada deserta, nella periferie più remota, si spalanca dietro alle spalle di un uomo presumibilmente giovane ma segnato in volto dalla fatica o dalla malnutrizione, dalla birra che stringe nelle mani o semplicemente dalla sua condizione di senzatetto (potrebbe anche non esserlo ma non c’è un elemento che ci smentisca categoricamente), come ci fa intuire il sacco a pelo appoggiato con cura nel carrello della spesa che gli funge da sostegno. Anche qui l’età anagrafica viene sbranata dall’età della propria condizione sociale o delle proprie scelte, solo gli occhi restano quelli del ragazzo che era un tempo, in una cella senza sbarre, mentre sulla t-shirt stride il simbolo di un’identità che, suo malgrado, sembra comunque irrinunciabile.

So che, se potessi ritornare come una persona nuova,
Sceglierei di morire.
Vorrei salutare
Le ceneri di bandiere americane
E le foglie cadute
Che riempiono le borse della spesa.

(Wilco, Ashes of American Flags)

E resta persistente nello sguardo, nella strada dietro potenzialmente senza fine, la convinzione comune a tutti gli esseri umani, ultima, salvifica o inutile come le preghiere (Tremano gli edifici più alti,/Fuggono voci, intonano canzoni tristi/Su accordi plettrati lungo le tue guance./Melodie amare che invertono la tua orbita canta Jeff Tweedy nel ritornello di Jesus, etc.), di aver un’uscita di sicurezza a disposizione, la certezza un giorno, di poter andare via.

Locomotive pigre,
Ovunque possiate viaggiare:
Penso non abbiate alcun motivo per farlo,
So che non avete una casa.
È diventato così ovvio.
Non riesci proprio a capirlo.
Sono annodato
Ma non riusciranno a prendermi

(Wilco, Pot Kettle Black)

© Joel Sternfeld da American Prospects
© Joel Sternfeld da American Prospects

Nella seconda immagine, ancora una strada alle spalle, questa volta un padre di famiglia in calzoni corti, camicia e un sigaro fra le dita, stretto al figlio, entrambi biondi, uno guarda verso di noi, l’altro insegue un pensiero. Stanno seduti sul muretto di un quartiere residenziale ben curato, mentre sopra di loro incombe una parete di montagne che riempie gran parte dell’immagine.
Siamo esattamente dal lato opposto della vita, rispetto alla fotografia precedente, eppure anche qui Tweedy (oppure io attraverso le sue parole), che continua a girare nelle nostre teste, suggerisce una latente insoddisfazione.

Come posso convincerti che sono io che non mi piaccio,
E non essere così indifferente al tuo sguardo,
Dato che sono sempre stato distante
E ho sempre raccontato bugie per amore?

(Wilco, Reservations)

© Joel Sternfeld, Lake Oswega, Oregon, 1979.
© Joel Sternfeld, Lake Oswega, Oregon, 1979.

Yankee Hotel Foxtrot, dietro a melodie che lentamente abbandonano le atmosfere roots-rock e folk, per spingersi in territori più personali, a tratti dissonanti e pacatamente noise, cela un tappeto di suoni sotterranei, rumori digitali che costruiscono veri e propri contesti (paesaggi sonori) in cui si muovono le parole, costruendo spesso momenti bipolari di grande impatto, come capita in Kamera, in questo contesto particolarmente significativa, non tanto per il titolo, ma per il contrasto fra un tiro scanzonato, leggero, quanto lo è il viaggio nel momento in cui si vive (senza pensare a cosa si è lasciato o a cosa dovremo affrontare), e un’inquietudine scura che trasuda dal testo, specchio di un itinerario, quello di Sterfeld, fra il condizionamento intimo e silenzioso che divora i suoi soggetti e lo spazio fuori, sconfinato, che sembra promettere in ogni istante libertà.

Mi serve una fotocamera puntata sui miei occhi,
Sui miei occhi, per farmi ricordare
Le bugie che nascondo,
Quali echi sono quelli giusti.
Mi sono messo a contare
I giorni per vedere quanta distanza
Ho percorso guidando al buio,
Echi nel mio cuore.
Chiamo la mia famiglia, gli dico che mi sono perso sul marciapiede.
No, non va tutto bene.
(Wilco, Kamera)

 

Alessandro Pagni

[1] Per le traduzioni ho utilizzato questo sito: https://traducocanzoni.wordpress.com
[2] Una versione ridotta di questo post è stata pubblicata sul mio blog in passato: https://unfototipo.com/2014/09/19/joel-sternfeld-lungo-le-strade-che-non-portano-altrove/