Un malinconico, nostalgico, spietato sguardo fuori da una finestra di periferia italiana – una qualunque va benissimo – su uno spaccato sociale variopinto: hanno questo sapore due novità dell’Indie pop italiano, Canova e Giorgio Poi (Poti). Entrambi usciti con il proprio album d’esordio da qualche mese a questa parte – i primi nell’ottobre dello scorso anno, il secondo più “fresco” uscito appena due mesi fa – hanno ottenuto grandi traguardi sulla piattaforma della visibilità, Youtube, raccogliendo in due oltre il milione di visualizzazioni. Descritti finora come una coppia-evento di emergenti, adesso scoppiamoli definitivamente.

Calando il gancio meccanico sulla montagna di peluche morbidi e irresistibili andiamo a pescare il primo, malconcio e per niente attraente. Sarà quello che invece ci sorprenderà. Canova sono una band che ha scelto il giusto equilibrio tra l’elemento elettronico sintetizzato e quello più musicale d’autore. Trasudano esperienza i milanesi capitanati dal cantante e chitarrista Matteo Mobrici – che è anche l’autore di tutti i testi – ma sono al primo lavoro discografico, sono giovani, e lo si nota anche dallo stile dei ringraziamenti che ci regala momenti di tenerezza e una certa “comprensione”:

Ci teniamo a ringraziare le nostre famiglie, Gno e Donato, che ci hanno aiutato e portato alla realizzazione di questo album. E poi loro, Lucio e Giulio, Rino, l’altro Lucio, qualche Francesco, John Lennon e tutte le ragazze, le birre e le sigarette, che non siano mai le ultime.

Quando leggi certa roba all’interno del libretto non puoi che innamorarti (oppure odiarli a morte). La formazione comprende anche Federico Laidlaw al basso, Fabio Brando alla chitarra elettrica e al piano, e infine il batterista Gabriele Prina.

Si intitola Avete ragione tutti il loro disco d’esordio, e non è altro che un album perfettamente inserito nel nostro tempo: prodotto come merita e come un buon ascoltatore vorrebbe fosse “dipinto” sul supporto digitale; stracolmo di motivi estremamente orecchiabili – la missione tutt’altro che scontata – e davvero molto sincero nei contenuti; parla di donne, insoddisfazione, battibecchi e visioni alternative del quotidiano; è vagamente riconducibile allo schietto e fantasioso Battiato. Non servono ripetuti ascolti analitici per trovare l’orientamento e la fisica che muove i brani, uno dopo l’altro. Inutile perdersi in ulteriori confronti con altri artisti, periodi e preferenze stilistiche di un dato momento storico: il disco è contemporaneo nei ritmi, nel sound e soprattutto nei testi, vittime di improvvise accelerazioni e rallentamenti come non se ne sentivano da molto tempo in Italia. I singoli lanciati sono quelli giusti, Portovenere e Vita sociale risultano di grande appeal insieme ad altri momenti di qualità come Brexit, FelicitàManzarek, e l’amaro finale tragicomico – come molte “stanze” dell’album – di La festa (live).

Raccogliamo l’album Fa niente di Giorgio Poi: è proprio impolverato il peluche dell’ex dei  Vadoinmessico. Dal cantato internazionale di quell’avventura londinese – dal più che discreto successo e certamente d’ispirazione per fenomeni locali più recenti – Giorgio torna comprensibile e torna in Italia per fare tesoro di tutta una schiera di cantautori storici e suoni ovattati, e anche questi ultimi fanno scattare la scintilla nell’ascoltatore o vengono subito accantonati come roba ammuffita. Si tratta di un viaggio di riscoperta compiuto attraverso testi non sempre accessibili istantaneamente, ma a tratti lucidi e tragicamente realistici. Si percepisce pressoché subito il ritorno, l’attenzione a un suono particolare – peraltro dichiarato dallo stesso autore – che si serve di quella batteria e quelle chitarre che in fondo fanno rivivere un Balla balla ballerino.

Qui il mix di generi è più evidente, ed è meno rotondo il lavoro di Giorgio Poi (rispetto ai Canova), spaziante tra quelle danze ritmate uscite fuori direttamente dagli anni Settanta e Ottanta, e sezioni psichedeliche, ossessive e ripetitive al limite dell’ipnotico. Non ci si può annoiare, tra formule poetiche del contemporaneo vivere e appelli disperati – che sembrano urlati al trasporto di un ventoso riverbero – in questo bel disco che vola via con le due pause strumentali rappresentate da Patatrac e Fa niente. Emergono Doppio nodo, Paracadute e Niente di strano come degne rappresentanti della varietà musicale rappresentata da Giorgio. È una “ricchezza nella malinconia” che funziona, e la sua voce non fa che rendere più grave il mood nostalgico che copre l’intero disco.

Forse troppo facile massacrare questa nostalgia dilagante con un “tutta qui la fantasia italiana?” ed è troppo scontato anche adagiarsi sui ricordi ignorando totalmente l’operato tutto tranne che lontano dal presente. In medio stat virtus, ma a volte anche spingendosi indietro nel tempo.