Per chiunque abbia aperto Pitchfork più di 2 volte negli ultimi 7-8 anni le parole Young Turks dovrebbero suonare piuttosto familiari.

Nata nel 2006 per intercessione di Richard Russell (capoccia di XL Recordings, probabilmente l’etichetta indipendente più potente della Terra) dopo anni di organizzazione di rave parties, Young Turks è la creatura prediletta di Caius Pawson, un simpatico trentenne della Londra-bene con l’hobby del cricket e nessun particolare talento artistico, eccezion fatta per una sensibilità davvero fuori dal comune quando si tratta di riconoscere il talento altrui.

Forte di una politica quasi familiare nella gestione del roster e di una rete di collaborazioni estremamente vivace (come è consuetudine tra le labels indipendenti d’oltre manica), Young Turks sembra tirare fuori dai suoi (pochi) artisti qualità che ad un primo ascolto non solo non sembrerebbero evidenti ma nemmeno ipotizzabili, imponendosi non solo come il posto dove potersi esprimere al meglio ma dove alzare l’asticella.

Le scommesse vinte sono praticamente tante quanto quelle giocate: The xx (con tanto di bonus rappresentato dalla fortunata carriera solista di Jamie xx), SBTRKT, FKA twigs, John Talabot, Chairlift, Koreless, Sampha.

Quasi per tutti, il successo è stato una specie di guerra lampo, una lenta, meticolosa preparazione prima del botto. Non per Sampha.

Sampha Sissay è un’anima bella e un autore pop di raro talento ma non è un bombarolo.

Nelle sue canzoni, somministrate al grande pubblico col contagocce, si respira l’aria amica della cameretta. D’accordo, gli amori sono tormentati e miserabilmente univoci ma, tra un’occasione sprecata e una risposta evasiva, Sampha non perde mai la mitezza lo che contraddistingue, si siede al piano e sfila via la delusione come un cappotto bagnato. Quinto di cinque fratelli, cresce nel quartiere di Morden, un angolo anonimo di South London dove fantasticare è necessario come accendere la luce quando fa buio. Le cassette di Stevie Wonder e di Michael Jackson, i venerdì sera a ballare a Brixton, il dolce procrastinare dei pomeriggi dopo scuola, a guardare il soffitto, o ballando da soli con quel che resta della ragazza a cui non abbiamo mai avuto il coraggio di scrivere: l’universo di Sampha è fatto di attese, anche se aspettare non è quasi mai una scelta.

Il vissuto familiare di Sampha, come avviene per chi vive l’ingiustizia di perdere un genitore prima ancora di aver finito le elementari, è di quelli intensi, un risveglio brusco che nemmeno le attenzioni e le premure di una famiglia numerosa e affiatata riescono ad addolcire fino in fondo. Per questo motivo forse, crescendo con un occhio sempre rivolto alle persone care, sembra quasi riuscire a parlare a sé stesso come ad un fratello, senza concedere niente al rancore, mai.

Valentine (2011) è il suo primo singolo, un 12” promozionale a forma di cuore dedicato principalmente a chi il giorno di San Valentino è destinato a passarlo col magone, è un gioiello di minimalismo pop in cui emerge già tutto ciò che la sua voce, naturalmente vibrante ai limiti del falsetto, può fare. “Oh 
I wish you’d hold me open and just 
To see your vision clear
 […]/’Cause I know about my love” : insomma, soffrire va anche bene, ma di odiarsi non se ne parla proprio.

Struggersi però non è l’unica cosa per cui vale la pena fare questo mestiere e Sampha lo sa bene. Lo si capisce subito dal suo primo EP, Sundanza (2009), e dai suoi lavori con un altro giovane rampante dell’RnB, Lil Silva, che il ragazzo non si tira indietro quando si tratta di far andare le gambe e per questo motivo il suo contributo risulterà decisivo nella produzione di un debutto dal peso specifico non indifferente, quello (omonimo) di SBTRKT.

Hold On è un pezzo da manuale sul perfetto drama in 4/4 dove Sampha accarezza l’idea del climax senza mai raggiungerlo “Whatever done, However bad, Hold on hold on hold on

Il 2012, quello che avrebbe potuto essere l’anno della definitiva consacrazione, si rivela per Sampha l’inizio di una nuova, straziante, attesa. Rimasto solo nella casa della sua adolescenza, vive accanto alla madre malata di cancro tre anni di ricoveri, dimissioni, speranze e, ancora una volta, bruschi risvegli.

Il 2013, benedetto da una tregua breve ma preziosissima, è l’anno del salto di qualità. Insieme al secondo EP, Dual, prende forma la sua collaborazione con Drake.

All’interno del terzo disco del rapper di Toronto, Nothing Was The Same, Sampha ritaglia per se un posto nella produzione di uno dei momenti più convincenti dell’album, la bellissima Too Much, già presente in Dual.

Il regno delle ballad è quello dove Sampha esercita il proprio controllo con più naturalezza, libero di deporre le armi, di lasciar dettare le condizioni pace al piano.

Oggi, dopo aver interpretato in maniera eccellente il ruolo di comprimario di lusso al fianco di gente del calibro di Kanye West (Saint Pablo) e Solange (Don’t Touch My Hair), Sampha si trova nella posizione del debuttante con qualche asso nella manica.

Process è il titolo del suo primo LP, previsto per il 3 Febbraio.

Ad oggi, oltre ad un hype smisurato, possiamo annoverare tre singoloni. Timmy’s Prayer, Blood On Me, uscito lo scorso Settembre, e (No One Knows Me) Like The Piano uscito proprio in questi primi (affollatissimi) giorni di Gennaio.

Sampha ha spiccato il volo ma ha imparato a prendere tempo anche per sé.

You know I left, I flew the nest

And you know I won’t be alone

And in my chest you know me best

And you know I’ll be back home

Il pianoforte. La cameretta. Casa.