Opera: Maurizio Cattelan, Bidibidobidiboo, 1996, scoiattolo imbalsamato, ceramica, formica, legno, pittura, metallo.

La notte più triste non è mai la prima. Ma la prima notte triste è la più lunga delle notti tristi ancora da vivere, quella in cui l’estensione della ferita appare infinita. La notte in cui si comprende quel che deve ancora venire: tra le altre cose, la notte più triste. [1]

Se Ricardo Menéndez Salmón il suo Bambini nel tempo lo avesse scritto prima del 1998 (con quella coraggiosa citazione nel titolo e nell’argomento, all’omonimo romanzo di Ian McEwan del 1987), forse Mark Oliver Everett (il volto simpatico e barbuto che sta dietro al progetto Eels) lo avrebbe trovato in qualche modo di conforto nelle notti difficili che lo stavano aspettando al varco.
Nel 1982 il padre Hugh Everett III, genio della meccanica quantistica conosciuto in tutto il mondo, muore per un attacco di cuore e sarà Mark, appena diciannovenne a trovare per primo il cadavere. Resterà sempre, come un’ombra incombente, la lacuna di non aver mai instaurato col genitore un dialogo che andasse oltre la scarna superficie.
Dopo alcuni tentativi andati a vuoto e anni di depressione e disturbi mentali, sua sorella Elizabeth, alla fine di degli anni ’90, riesce a uccidersi.
Durante il tour di Electro-Shock Blues, anche la madre, malata terminale di cancro, lo lascia.
È il 1998 e Mark Oliver Everett è rimasto completamente solo e il disco che esce nell’ottobre di quell’anno, non può non essere specchio di questa tragica situazione, sebbene sia privo di lacrime strazianti, grida e dolore buttato in faccia a palate: Electro-Shock Blues è un lavoro a tratti morbido, dolce e malinconico, a tratti ironico e pungente, in un’altalena continua di sensazioni contrastanti. Uno scrigno di filastrocche e ninne nanne che parlano di morte, abbandono, malattia e suicidio.

Maurizio Cattelan, Bidibidobidiboo, 1996
Maurizio Cattelan, Bidibidobidiboo, 1996.

Salagadoola mechicka boola bibbidi-bobbidi-boo! Cantava la pedante Fata Smemorina a una Cenerentola aggressivo passiva e un po’ naïve, vestita di stracci dopo l’ennesima delusione familiare, nel caramelloso celebre titolo della Dinsey.
La formula magica per risolvere qualsiasi problema.
La formula magica che non esiste fuori dalle favole.
Maurizio Cattelan questo concetto lo ha sintetizzato con la stessa ironia disillusa e, per certi versi (per quanto sia possibile esserlo a un provocatore come lui), tenerezza e fragilità, che hanno permeato il capolavoro indiscusso degli Eels.
L’artista padovano, nel 1996 (quindi negli stessi anni in cui la vita di Everett sta per mutare dolorosamente), assembla una stanza tanto minuscola, quanto siamo infinitamente piccoli e insignificanti noi esseri umani. La vuole spoglia, triste, vagamente anni ’50, con dentro appena l’essenziale, senza personalità, senza aspirazioni o desideri (un po’ ricorda l’appartamento di Henry Spencer in Eraserhead di David Lynch nel 1977): una ricostruzione in miniatura dell’abitazione dove Cattelan ha passato l’infanzia.

Feeling scared today / Write down “I am OK”

(Eels, Electro-Shock Blues)

Seduto davanti a un bicchiere vuoto, uno scoiattolo impagliato, simula il suo suicidio, con il capo appoggiato sulla superficie liscia del tavolo. Le braccia abbandonate lungo i fianchi in gesto di resa e la pistola finita per terra ai piedi dell’animaletto, un attimo dopo aver esploso il colpo. Di fianco una sedia vuota, rivolta verso il morto, segno di una discussione improvvisamente interrotta, con qualcuno che ormai ha lasciato la stanza. Il lavello è colmo di piatti e stoviglie. L’aria intorno è gelida.

A hundred times the doctors say
I am OK
I am OK
I’m not OK

(Eels, Electro-Shock Blues)

Le parole magiche, che danno il titolo all’istallazione, evidentemente non hanno funzionato. Niente si può aggiustare. Un vaso rotto resta, nel migliore dei casi, pieno di fenditure e crepe.

Il mio nome è Elizabeth, la mia vita è merda e piscio

(Eels, Elizabeth On The Bathroom Floor)

Questo l’epitaffio con cui Mr. E chiude lo sconcertante brano che da il via a Electro-Shock Blues , dove racconta il primo tentativo di suicidio della sorella (mi ricordo che ai tempi dell’università, quando ascoltai il disco per la prima volta, non riuscivo a superare questa traccia, continuavo ossessivamente a farla ripartire, a rivedere quel pavimento freddo, Kitty la gattina che lecca il viso di Elizabeth, Walter che la chiama insistentemente al telefono e lei che sembra  cercare giustificazioni con se stessa: io proverei ma svegliarsi è difficile quando vuoi morire).
Le stesse parole con cui comincia il diario, che Mark troverà dopo la sua morte.

E chiudiamo come abbiamo cominciato, descrivendo un piccolo cerchio, con Menéndez Salmón, che prende in prestito parole di altri per raccontare una delle verità più tristi, ma al contempo utili, che ci riguardano:

Un giorno futuro, tra le nebbie sassoni, molto lontano da questa terra ardente e drammatica, un monaco benedettino, noto come Beda il Venerabile, offre al mondo una delle metafore più commoventi sul significato della vita. La vita, scriverà Beda con parole che sembrano di marmo ma sono più leggere della pioggia, è un passero che esce in volo dall’oscurità, batte le ali attraversando un salone illuminato e torna al buio da cui è scaturito. Maria, Giuseppe, noi tutti siamo quel passero che vibra tra due tenebre solo per un istante… [2]

Per dire che siamo davvero poca cosa.
E quella poca cosa non ha senso riempirla di impedimenti e zavorre, fino a non avere più tempo per noi.
Mark Oliver Everett ha dimostrato negli anni successi di aver ben presente questa semplice enorme verità e l’ultimo pezzo del disco degli Eels, ci lascia con una porta aperta e, un po’ di speranza fra mestizia e malinconia, sembra riuscire a entrare:

I was at a funeral the day I realized
I wanted to spend my life with you
Sitting doen on the steps at the old post office
The flag was flying at half-mast
And I was thinkin’ ’bout how everyone is dying
And maybe it’s time to live
(Eels, P.S. You Rock My World)

… stavo pensando a come ognuno stesse morendo.
E invece, forse adesso, è il momento di vivere.

 

 

[1] Ricardo Menéndez Salmón, Bambini nel tempo, Milano, Marcos Y Marcos, 2015, p.78.
[2] Ricardo Menéndez Salmón, Ivi, pp. 161-162.