Opere:

  • Robert Smithson, Spiral Jetty, 1970, roccia, sale, cristalli, terra e acqua, 45.720 x 460 cm, Great Salt Lake,Utah
  • Michael Heizer, Double Negative, 1969-70, trasferimento di riolite e arenaria, 15 x 450 x 10 m, Mormon Mesa, Moapa Valley, Nevada.
  • Walter De Maria, Lightning Field, 1977, 400 pali metallici su un’area di circa 3 km quadrati, Quemado, New Mexico.
  • Nancy Holt, Sun Tunnels, 1973-1976, 4 tubi di calcestruzzo lunghi 5,5 m e ampi 2,7 m, Box Elder County, nello Utah.

Nel 1970 Robert Smithson, assembla con roccia, sale, terra e cristalli, un molo a spirale (Spiral Jetty) che dalla riva si attorciglia su se stesso per 450 metri, sopra le acque del Great Salt Lake, nello Utah. Nei giorni in cui riesce a completare l’opera, il krill che lentamente comincia a morire e a decomporsi, tinge l’acqua di rosso, dando al sedimento l’aspetto di un’inquietante protuberanza infernale.

Nel 1969 Michael Heizer, scava due enormi fenditure (33 x 13 x 9 metri) da due mesas, divise da una profonda insenatura, colma lungo la sua discesa nel vuoto, dei detriti sottratti all’altura, per ricavare la forma regolare del taglio (Double Negative). L’ombra della gola artificiale e il volume d’aria prodotto dalla sottrazione dello scavo, determinano i confini dello spazio negativo pensato da Heizer.

Michael Heizer, Double Negative, 1969-70, immagine presa da Google Earth.
Michael Heizer, Double Negative, 1969-70, immagine presa da Google Earth.

È il 1977 quando Walter De Maria, piantando nel terreno quattrocento aste metalliche appuntite, dentro un’area di quasi tre chilometri quadrati, realizza la sua “coltivazione di fulmini” (Lightning Field), sfruttando la capacità dei pali metallici di attirare scariche violente durante i temporali (sicuramente memore dell’insegnamento di Duchamp e Man Ray con la loro Coltivazione di polvere).

Tra il 1973 e il 1976, Nancy Holt, colloca quattro cilindri di calcestruzzo, lunghi circa cinque metri e mezzo, dal diametro di due metri e sessanta, disposti a croce (allienando i rispettivi assi con il sorgere e il tramontare del sole, durante i solstizi d’inverno e d’estate), nel deserto presso Box Elder Country, nello Utah (Sun Tunnels). Ogni cilindro inoltre presenta dei fori che disegnano le costellazioni del Drago, di Perseo, della Colomba e del Capricorno.

Nancy Holt, Sun Tunnels, 1973-1976, immagine presa da Google Earth
Nancy Holt, Sun Tunnels, 1973-1976, immagine presa da Google Earth.

Un modo nuovo di fare arte e intendere il processo creativo. Qualcosa che per secoli l’uomo si era completamente dimenticato: l’ambizione di farsi notare da Dio. Possibilmente di infastidirlo.
Questi pionieri, hanno scelto come tela delle proprie opere monumentali, l’intera superficie terrestre, pensando forse che i loro interlocutori arrivassero dall’alto e il gesto estetico fosse una richiesta di attenzione, un atto irriverente di sfida: «scendete a vedere di cosa siamo capaci». Questa attitudine li lega direttamente alle grandi civiltà del passato, che guardavano all’architettura e in generale alla creazione artistica, come a qualcosa che non contempla date di scadenza e sa dialogare con un concetto di tempo e spazio sproporzionato, rispetto alla fretta biodegradabile dei nostri giorni.
Alcune canzoni che Ian Curtis ha scritto con i Joy Division, sembrano nate dallo stesso spirito luciferino di rivalsa, con quella dualità insidiosa di essere al contempo aeree nel loro ampio respiro, a volo d’uccello su terre sconfinate e vuote, eppure oscure come voragini, dove una mano tesa ti accompagna nel torpore buio dell’inconscio e il rischio di perdersi è concreto.
La Land Art, in un certo senso, è questo: un monumentale intervento sull’ambiente, capace di attirarti e affascinarti mentre lo attraversi in volo, o comunque lo contempli da debita distanza, come fosse un oggetto artistico dalle dimensioni spropositate; ma anche pronto a trascinarti altrove quando si fa esperienza e ci entri dentro ignaro, abbandonando il controllo sull’opera, lasciando che sia lei a possederti, a dettare le regole di un gioco tutt’altro che innocuo.

Immagina di fuggire, in preda all’ansia, dal campo di fulmini di Walter De Maria, dopo esserti accorto appena in tempo, del sopraggiungere di un gregge di nuvole nere e gommose che si sta disponendo affamato intorno a te, mentre la voce di Ian Curtis, densa come pece, gocciola petrolio e umori velenosi ovunque, in pozzanghere nere e irregolari. Riesci a raggiungere un’altura, un luogo sicuro, da dove osservi scatenarsi il delirio di scariche elettriche e nel trambusto ti sembra di distinguere le parole:

We knocked on doors
of hell’s darker chambers
Pushed to the limits,
we dragged ourselves in
Watched from the wings as
the scenes were replaying
We saw ourselves now as
we never had seen
Portrayal of the traumas and degeneration
The sorrows we suffered

(Joy Division, Decades)

Walter De Maria, Lightning Field, 1977
Walter De Maria, Lightning Field, 1977.

Prova a visualizzare nella tua mente l’ingresso della gola scavata con rabbia da Michael Heizer, l’ombra scura delle due opprimenti pareti rocciose, che ti sovrastano. Il senso dell’infinita inezia che ti rappresenta. E mentre procedi incerto e solo, sembra che dalle stratificazioni millenarie, venga fuori un’iscrizione perentoria come un avvertimento:

The silence when doors open wide
Where people could pay to see inside
For entertainment they watch
his body twist
Behind his eyes he says I still exist
This is the way, step inside

(Joy Division, Atrocity Exhibition)

A ribadire, che non sarà uno svago fittizio attraversare questa ferita atroce che gronda silenzio, mentre il cuore si impenna al ritmo tribale di una cassa ossessiva; che fra gli strati ruvidi sono incastrate, ancora, certe paure che tenti ogni volta di non guardare.

Michael Heizer, Double Negative, 1969-70
Michael Heizer, Double Negative, 1969-70.

E ancora, sulle note funeree di un pianoforte, che suona come una pallida lapide d’acqua morta, avventurati lungo le curve inesorabili di una strada senza uscita. Dove Smithson ha lasciato la sua firma più inquieta. Qualcosa che sparisce e riappare con l’alzarsi e l’abbassarsi del livello d’acqua. Che si può vedere dai satelliti e fa pensare al fuoco nel cielo, al sole crudele che ci divora con la stessa lentezza dei tuoi passi incerti, su quell’acciottolato luccicante fra cristalli e melma secca. La stessa calma senza ritorno di una litania scandita con sguardo arreso, quasi senza coraggio:

Procession moves on, the shouting is over
Praise to the glory of loved ones
now gone
Talking aloud as they sit
round their tables
Scattering flowers washed down by the rain

Stood by the gate at the foot of the garden
Watching them pass like clouds in the sky
Try to cry out in the heat of the moment
Possessed by a fury
that burns from inside

(Joy Division, The Eternal)

Robert Smithson, Spiral Jetty, 1970
Robert Smithson, Spiral Jetty, 1970.

Alla fine di questo girovagare fra deserti fuori e deserti dentro, scrollandoti di dosso il superfluo, tenendo solo quello che davvero ha senso, fermati ed entra in uno dei tunnel di Nancy, aspetta che arrivi il momento in cui il giorno lascia il posto alla sera, quel momento inafferrabile in cui sembra quasi che l’orizzonte si sciolga e scivoli via come un tuorlo d’uovo. E poi finalmente cammina libero sulle stelle.
Senti come sale, con il calore della terra, il suono incalzante di milioni di respiri accordati sulla stessa tonalità e lo scandire, pieno come un abbraccio, struggente come la brezza del mattino, di quattro semplici parole:

Non andartene, in silenzio (Joy Division, Atmosphere)

Nancy Holt, Sun Tunnels, 1973-1976
Nancy Holt, Sun Tunnels, 1973-1976.

Questo cercavano di fare, con il loro affaccendarsi instancabile, ostinato, e la parola utopia strappata dalle mani e fatta a pezzi, in coriandoli minuscoli, consegnati per sempre al vento.
Questo facevano, «non per un Dio, ma nemmeno per gioco».
Quello che da secoli, l’animale uomo, cerca di fare per negare a se stesso, la sua condizione di essere minuscolo e finito, fra altri tristi esseri altrettanto piccoli: lasciare un segno.
Prima di andarsene.

 

Alessandro Pagni