Opera: Marc Chagall, Sulla città, 1918, Olio su tela di 56 x 45 cm. Galleria Tretyakov, Mosca.

Lui la tiene stretta, circondandola con il braccio sinistro. Ha le gambe leggermente divaricate a fungere da appoggio, da perno, per non farla cadere e con lo sguardo rivolto indietro, scruta il cielo in cerca di eventuali pericoli. Quello che fa è semplice e immenso, la protegge.
Mi viene in mente il punto più struggente della graphic novel di Gipi, Unastoria, quando uno dei protagonisti, Mauro Landi, soldato semplice nascosto insieme ad altri compagni di sventura, nel fosso lurido della trincea, durante la Grande Guerra, alla domanda del cappellano militare, se avesse paura, raggiungendo col pensiero l’unica persona che ancora aspetta il suo ritorno a casa, risponde:

Io non ho paura.
Perché dovrei?
Io ho te.

Lei si fida, lei si abbandona completamente alle correnti ascensionali, la posa è comoda come se ci fosse un sofà ad abbracciarla e non il suo amante in volo. Ha quella pace bambina che abbiamo noi, quando al mare, a pelo d’acqua, ci lasciamo portare dalle onde, arrendendoci alla dimensione del riposo, della vacanza e allunghiamo braccia e gambe, per essere il più possibile in balia delle cose.

Marc Chagall, Sulla città, 1918
Marc Chagall, Sulla città, 1918

Il cielo è un morbido zucchero filato di azzurro e nubi cariche di luce.
Sotto, la città di Vitebsk, si apre come un ventaglio di colori che ispirano quiete, senza tempo, senza popolo. Solo una bestia, che sia un asino o una vacca poco importa, resta china, indaffarata nelle sue faccende, mentre le case dormono (anche se immaginiamo che sia giorno), gli abitanti si trovano in un altro tempo, che non tocca i due amanti, stretti nel loro planare, dentro a un silenzio di neve che avvolge tutto.

Lei è Bella Rosenfeld, lui Marc Chagall, ed è il 1918, anche se nei sogni, le indicazioni temporali sono un discorso complesso o il più delle volte superfluo e stupido.
La predilezione per certi surrealismi, che la Rivoluzione non vedeva di buon occhio, permette loro di librarsi sopra i tetti delle case, diventare allegoria, di noncuranza per il mondo che continua a girare, di manifesto, caparbio, disinteresse per le incombenze quotidiane: perché lassù in quel preciso momento contano solo loro due e non è un’epifania da Autogrill in stile Moccia, queste sono sensazioni viscerali che conosciamo dalla notte dei tempi, che hanno riempito libri e canzoni, qualcosa che è scritto nel nostro codice genetico.
E fa tenerezza vederli così, fragili e puliti. Sarebbe bello non svegliarli mai.

Non dire loro quanto è poco il tempo che certi giorni abbiamo a disposizione, per dedicarsi all’altro (e a noi stessi), per stare effettivamente insieme.

Ci sono dei giorni in cui le ore sono briciole
raccolgo i minuti sopra il tavolo
la vita è solo una manciata di domeniche.
(Colapesce, L’altra guancia)

 

E quanto è scarsa la qualità di quel tempo, quanto è difficile ripescare nel ricordo quando tutto si è appesantito terribilmente, fra figli, perdite, rinunce, responsabilità e lavoro, dannato lavoro, fino a spaccarsi la schiena e a sbattere giù con malagrazia le saracinesche stanche delle nostre palpebre, fino a non capire se è quello il senso del vivere, o l’altra cosa, il volo, quel momento solo per noi che il pittore poeta, ci ha mostrato con tanta semplicità.

I figli arrivano sempre quando non te l’aspetti / ed hanno bocche grandi e mangiano i difetti / che pensavi pregi poco tempo prima / e la barca rema con la testa china / ed i palazzi intorno crescon come funghi / il lavoro impazza, i giorni son più lunghi / crescono i canali alla televisione / e pensi sempre meno alla rivoluzione / non ti sei accorto infatti, ti è passata accanto / senza neanche un morto, nemmeno un pianto / il mare guarda te, non sei più tu a guardarlo / il tempo passa su di te, non sei più tu a passarlo
(Appino, 1983)

Chi lo dice agli amanti di Chagall, che certe sere sembriamo procedere con il pilota automatico, facciamo cose insignificanti, torturando un telecomando o il touch screen del telefono, in cerca principalmente di niente, nella stessa stanza ma distanti, solo perché è così che fanno le persone adulte quando marciscono insieme. E guardarti negli occhi è diventato un optional, come se quegli occhi non fossero miei o tuoi, ma appartenessero a chi si prende cura, ogni giorno, di non lasciarci tempo:

I tuoi occhi come vuoti a rendere per chi ti ha dato lavoro
i tuoi occhi assunti da tre anni
i tuoi occhi per loro,

ormai buoni per setacciare spiagge con la scusa del corallo
o per buttarsi in un cinema con una pietra al collo
e troppo stanchi per non vergognarsi
di confessarlo nei miei
proprio identici ai tuoi

Sono riusciti a cambiarci
ci son riusciti, lo sai.
(Fabrizio De Andrè, Verranno a chiederti del nostro amore)

Chi lo dice agli amanti di Chagall, che certi giorni l’amore o quello che si dice amore, è una sequenza imparata a memoria di azioni che facciamo in vista di un miraggio futuro, mai sognato per oggi, sempre per un domani idealizzato, come un traguardo che ogni giorno viene spostato un metro più avanti, per ingannarci e farci continuare a correre con lo sguardo idiota di un pesce che insegue un baco, mentre infilzato si contorce.

Sveglia
devi lavorare
spezzare la schiena dei giorni feriali
mangia
ti prego
mangia qualcosa, sei pelle e ossa
Dormi
la notte sei così bella
un giorno finalmente
si torna a casa
il cielo di stelle forse
è l’ultima cosa bella
che ci rimane.
(Il Teatro Degli Orrori, Vivere e morire a Treviso)

C’è stato un tempo in cui i giorni erano possibilità, le notti fuori avevano un loro sapore, le nostre mani non si perdevano mai di vista. Poi ci si è messa la vita di mezzo a complicare tutto in modo esponenziale: ne tu ne io lo avevamo considerato, ci hanno fatto crescere senza chiederci il permesso. Chi lo dice a quei due cazzo di amanti illusi e pieni di speranze, che un sassolino diventa una valanga e dopo non sai più ritrovare il sentiero che avevi imboccato, in quel caos di detriti e alberi stremati sotto il fango.

Wei… adamo, te lo ricordi come quasi non dormivamo/e la mattina ci svegliavamo, senza nemmeno le caccole negli occhi/ed i tuoi occhi erano aperti e belli/tu mi toccavi i capelli e mi dicevi “amore mio”/ mannaggia! Dio ci ha puniti proprio tanto,/ ti vedo sempre stanco,/ e la mattina negli occhi c’hai delle caccole enormi/ io lo capisco e lo posso anche sopportare/ quello che mi dispiace e che mi sembra che ti piace/ ma tu… non ti dimenticare del paradiso… che ci faceva sognare senza sognare…che tu sei tutto quello che del paradiso mi rimane.
(Giovanni Truppi, Eva)

Una cosa la posso dire agli amanti di Chagall, che anche se tutto si riducesse a bere, mangiare, dormire, lavorare, succhiare il meglio avidamente dai giorni liberi, sono cose che non potrei mai e poi mai fare senza sapere che ci sei e che, in definitiva, hanno ragione loro. E ha ragione anche Gipi, e il soldato Landi che potrebbe crepare da un momento all’altro e nonostante questo, non perde le coordinate dell’unico motivo che lo tiene saldo alla vita.

giù, restando giù
grattando il fondo delle tue domande
oltre i tuoi perché
io voglio te
le parole sono sassi
e me li sono messi in tasca
come vuoi che riesca a dirti
quanto pesano i silenzi
voglio te
(Virginiana Miller, La risposta)