Opere

  • R. Mapplethorpe, cover del disco Horses, 1975.
  • R. Mapplethorpe, Self-portrait, 1988.

C’è un pezzo che avevo scritto di getto, qualche mese fa, dopo aver letto uno di quei libri ottimi che continuano a girarti nella testa per giorni, con le immagini che riesce a evocare: una miscela perfetta di quello che per me conta di più, la scrittura, la fotografia e ovviamente la musica. Without Musicians è una casa tanto adatta per questa piccola storia, che mi è venuta voglia di riproporla inserendola nella rubrica che curo. Quindi buona lettura.

©R. Mapplethorpe, cover del disco Horses, 1975.
©R. Mapplethorpe, cover del disco Horses, 1975.

Nel 1975 Patti Smith e Robert Mapplethorpe sono poco più che ragazzi e non sanno di essere appena saliti su un treno che li condurrà lontanissimo, consacrando entrambi nel loro ambito creativo, come le menti migliori del loro tempo. Il sodalizio sia sentimentale (prima amanti e poi amici inseparabili, ma sempre e comunque compagni di vita) che artistico, intrecciato dai due, è stato qualcosa di unico nel suo genere. Come racconta l’ottima biografia Just Kids (per l’appunto), dove la Smith ripercorre le vicende di quello strano ed esclusivo rapporto, la questione dell’arte era centrale: era ricerca, metodo e spiritualità, il motivo che li spingeva ogni giorno a salire di un gradino la scala verso una meta forse troppo grande e controversa per la loro giovane età, un fuoco sempre vivo, qualcosa di cui si sarebbe parlato negli anni a venire. Probabilmente era quella l’ultima vera e genuina generazione di bohemiens, votati all’arte ad ogni costo (alla faccia di chi oggi ne tiranneggia la parola o di chi invece si autoproclama artista, come fosse un’investitura self-service), tanto da scegliere di rinunciare a tutto il resto a patto di creare qualcosa che veicolasse la loro essenza. Si proteggevano l’un l’altro dalla rapacità del mondo, alimentando reciprocamente l’impulso creativo, con stimoli proveniente da differenti realtà artistiche o tramite la sperimentazione di droghe e stati di alterazione psico-fisica, tenendo sempre fede al patto che uno dei due restasse vigile e rivestisse il ruolo di guida per entrambi (ad esempio quando Robert assumeva LSD o quando Patti si perdeva nelle sue zone d’ombra).
Il vocabolario visivo di Mapplethorpe era affine a quello poetico della Smith, insieme crescevano e limavano quello che sarebbe diventato il loro stile inconfondibile, la loro identità. E in tutto questo, perché di fotografia stiamo parlando, era pacifico e scontato per entrambi (ancora in Italia lo è troppo poco), che il dialogo fra questa forma di espressione e le altre arti fosse un dialogo costruttivo e assolutamente paritario.
Nel libro sopra citato, Patti Smith, dando uno spaccato approfondito della cultura pop dell’epoca, ricorda così la genesi della fotografia di copertina del suo disco d’esordio Horses:

Sarebbe stato Robert a scattare la fotografia per la copertina di Horses, non avrebbe potuto essere altrimenti: la mia spada sonora protetta dall’immagine di Robert. Non avevo idee, sapevo soltanto che avrebbe dovuto essere autentica. L’unica cosa che promisi a Robert fu che avrei indossato una camicia in ordine, senza macchie.
Andai all’Esercito della Salvezza sulla Bowery e comprai una pila di camice bianche. Alcune erano troppo grandi; quella che mi piacque aveva delle iniziali sotto il taschino. Mi ricordò una fotografia scattata da Brassaï nella quale Jean Genet indossa una camicia bianca monogrammata con le maniche avvoltolate. Sulla mia c’era ricamato RV – immaginai che la camicia fosse appartenuta a Roger Vadim,che aveva curato la regia di Barbarella. Tagliai via i polsini per indossarla sotto la giacca nera, che adornai con la spilla a forma di cavallo che mi aveva regalato Allen Lanier. Robert voleva scattare la fotografia da Sam Wagstaff, perché nell’attico sulla 1-Quinta Avenue c’era una bella luce naturale. La finestra ad angolo proiettava un’ombra che creava un triangolo di luce, e Robert voleva servirsene per la fotografia [1]

Il racconto continua con i rituali mattutini della giovane cantante e la colazione, poi Mapplethorpe va a prenderla, scrutando continuamente il cielo che nel mentre si è rabbuiato e, preoccupato per il calo imprevisto della luce, non le parla di ciò che avrebbero fatto:

La luce stava scemando. Robert non aveva un assistente. Non avevamo parlato di ciò che avremmo fatto, o di cosa volessimo ottenere. Lui avrebbe fotografato. Io sarei stata fotografata. Io avevo in mente il mio aspetto. Lui aveva in mente la luce. Tutto qui.
L’appartamento di Sam era spartano, bianco e quasi sgombro, con una grossa pianta di avocado accanto alla finestra che affaccia sulla Quinta Avenue. Un enorme prisma rifrangeva la luce spaccandola in arcobaleni che ricadevano sulla parete di fronte a un termosifone bianco. Robert mi posizionò nel triangolo. Si preparò con un leggero tremolio alle mani. Scattò qualche fotografia. Abbandonò l’esposimetro. Una nuvola passò e il triangolo svanì. Mi disse: “Sai una cosa, mi piace molto il biancore della camicia. Ti toglieresti la giacca?”
Mi gettai la giacca in spalla, alla Frank Sinatra. Avevo un mucchio di riferimenti visivi. Robert possedeva luce e ombra.
“Eccola”, disse.
Scattò qualche altra fotografia. [2]

Così è nata l’icona che ancora oggi, indiscutibilmente, fa da bandiera non solo all’eterna giovane poetessa del punk, ma è diventa simbolo di un epoca, di un modo di fare musica popolare, la musica rock, non fine a se stessa o scissa dalle altre forme di espressione (e dalla situazione politico-sociale), ma pregna degli stimoli dati da quella che è stata una vera rivoluzione culturale, che abbraccia sotto la propria ala personaggi ancora oggi di enorme influenza come Andy Warhol, Jonas Mekas, Robert Rauschenberg, Bob Dylan, Gregory Corso, Allen Ginsberg, Robert Frank, William Burroughs, i Velvet Underground e molti altri.
Mapplethorpe guardava a queste personalità come a uno scrigno da cui attingere a piene mani per nutrire l’ispirazione. Il problema di alimentare il proprio estro era per lui di importanza cruciale: i suoi modelli principali erano Marcel Duchamp e Andy Warhol, il suo modo di intendere la pulsione creativa aveva qualcosa, da un lato, di sperimentale, vicino alle pratiche dei Surrealisti, altre volte prediligeva un approccio di tipo spirituale, quasi sciamanico che contemplava l’uso di sostanze psicotrope o la ricerca di condizioni estatiche portate dalla musica. Come ricorda la Smith: «Robert credeva nella legge dell’empatia, in accordo alla quale lui poteva, per suo volere, trasferire se stesso in un oggetto o in un’opera d’arte, e così influenzare il mondo esterno. Non si sentiva redento dalle opere che creava. Non cercava redenzione. Si sforzava di vedere ciò che gli altri non vedevano, le proiezioni della sua immaginazione»[3] rendendo l’argomento fotografia, una questione squisitamente personale, specchio di demoni interiori da affrontare.
Un esempio bellissimo di questa immersione totale nello stimolo artistico è rappresentato dal gioco del “disco della notte” che i due facevano per lasciarsi trascinare in direzioni emotive e creative imprevedibili, per mezzo di suggestioni musicali:

Di notte lasciavamo suonare gli album che ci piaceva mettere sul giradischi malridotto. Talvolta facevamo un gioco chiamato il Disco della Notte. La copertina dell’album scelto veniva messa bene in vista sulla mensola del caminetto. Facevamo suonare il disco più e più volte, mentre la musica imprimeva una traiettoria alla serata  [4].

C’è una fotografia che sembra l’immagine “negativa” della copertina di Horses, un suo possibile alter ego: si tratta di un autoritratto del 1988, in cui Mapplethorpe sembra uscire con la testa da una superficie fatta di un buio denso come la pece, il viso è magro, emaciato, ormai la malattia lo ha trascinato al capolinea (morirà per complicazioni conseguenti all’AIDS nel 1989) della sua avventura, gli occhi non sono più svelti e vivi, come ai tempi in cui tutto era ancora da scoprire e da provare. Il suo volto è lievemente sfocato, sembra scomparire dietro una quinta teatrale impalpabile, resta solo in primo piano, perfettamente a fuoco, la mano che tiene saldo un bastone sormontato da un teschio, come se l’unica cosa a cui potersi aggrappare in quel momento fosse la realtà dei fatti.
Fin dal principio Patti e Robert sono stati il giorno e la notte, lo Yin e lo Yang dello stesso indissolubile nucleo (“Patti, nessuno vede come noi”[5]), questi due scatti sembrano descrivere perfettamente la parabola di un’unica esistenza, declinata in due mondi diversi, quasi opposti: lei giovane, affamata di stimoli che sembra camminare nella luce; e lui alla fine dei suoi giorni, arreso mentre lentamente si dissolve nel buio.

©Robert Mapplethorpe, Self-portrait, 1988.
©Robert Mapplethorpe, Self-portrait, 1988.

Questo è ciò che riescono a fare certe fotografie, racchiudere il senso di una vita intera e tenerlo acceso, anche dove tutte le altre luci restano spente.
Voglio pensare che in un attimo di lucidità, nel disperato sussulto della sua ora finale, Robert abbia giocato un’ultima volta al Disco della Notte, si sia immaginato, sospeso nell’aria malata e pesante della stanza d’ospedale, la sua copertina per il disco di Patti, come quando tenevano l’involucro del vinile scelto sopra al camino e lasciavano risuonare quella musica per ore fino a farsela entrare dentro.
Voglio immaginarlo mentre i suoi occhi non vedono più la stanza, ma un tempo fuori dal tempo, dove sente risuonare zoccoli di cavalli intorno, in un crescendo spumoso come un’onda che si avvicina, fatta di sincopi di basso incalzanti, colpi di batteria e il fiato, l’affanno, l’energia, la corsa…la corsa, sente che stanno arrivando,la corsa, i cavalli, eccoli a portarlo via, eccoli, eccoli, eccoli i cavalli, cavalli, horses, horses, horses

 

[1]P.Smith, Just Kids, Milano, Feltrinelli, 2010, pp.264-265.
[2]Ivi, pp.265-266.
[3]Ivi, p. 70.
[4]Ivi, pp.65-66.
[5]Ivi, p. 90.

 

Alessandro Pagni