Opere:

  • Jake & Dinos Chapman, Hell, 1999-2000, fibra di vetro, plastica e materiali vari, distrutta in un incendio nel 2004
  • David Lynch, Twin Peaks,1990, film formato serie tv

Immagina una stanza grande, si potrebbe quasi dire un salone.

Immaginala circondata da pesanti tende di un rosso acceso, saturo, e sul pavimento una teoria di zig zag bicromatici (distorsione allucinata delle scacchiere dei pavimenti massonici) che a fissarla a lungo, fa venire le vertigini.

Una venere in disparte, bianca e pudica, si copre il seno guardando distrattamente altrove, incorniciata da due Illuminator a tromba. Davanti a lei tre divani e un piccolo tavolino in stile American Decò.

Sembra familiare.

Questa stanza è conosciuta come Red Room o più semplicemente La sala d’attesa, ed è il luogo tanto ostinatamente cercato da un simpatico agente di polizia, sempre ben vestito e appassionato del caffè fatto come si deve.

Immagina ora dall’altra parte della sala, un piccolo palco vuoto, di quelli da cabaret: le luci improvvisamente si abbassano, resta solo il foro mirato di un occhio di bue a rischiarare un unico musicista al centro della scena. Le note di  Follow Me, che danno l’avvio alla litania notturna di The Waiting Room dei Tindersticks, sono un lamento che assomiglia all’atto di inspirare ed espirare. Poi con rispettosa pazienza entrano anche gli altri componenti dell’ensemble. Si prendono il loro tempo e il vocalist intona le prime strofe di Second Chance Man.

Due fratelli, Jake e Dinos Chapman, entrano svelti, spingendo al centro della stanza rossa, nove teche, come quelle che si usano per rettili e serpenti. Dentro sembra che racchiudono plastici di paesaggi collinari, fitti di dettagli, assemblati con perizia e cura, piacevolmente abitati da figurine che a una certa distanza non riesci ancora a distinguere.

Jacke & Dinos Chapman, Hell, 1999-2000
Jacke & Dinos Chapman, Hell, 1999-2000

Solo accostandosi al vetro del primo contenitore si comprende l’enorme errore di percezione: le teche racchiudono un campionario vastissimo di torture e sopraffazioni, inflitte a soldati e ufficiali nazisti, che nonostante decapitazioni, smembramenti, offese fisiche di ogni genere, continuano disperatamente a restare in vita, a fuggire, ad ammassarsi in orge di sangue, in cascate di corpi inarrestabili come barili che rotolano lungo un pendio.

Da un punto imprecisato del tendaggio porpora, esce un nano vestito di rosso (giacca, camicia, pantaloni), danza le note minimali, sommesse, della title-track del gruppo inglese, con movimenti ampi in slow motion. Si muove col fare di chi sta andando via, avvicinandosi con gesti di congedo, come se qualcuno avesse premuto solo per lui il tasto rewind.

Segue la voce implorante di Stuart A. Staples, mentre passa da una vetrina all’altra, osservando l’Inferno dei fratelli Chapman, con grande interesse e, alla frase «Don’t Make Me Fall/Only Being Half Done/ Just Make It Quick, Boy/ Put Your Love Aside», si blocca, come trascinato lontano da un ricordo, e quando arriva la richiesta «Don’t Let Me Suffer», pronunciata fino a sfumare, sorride ironico e velatamente maligno.

Le teche sono disposte a formare una svastica, ma si può notare solo guardandole dal soffitto.

Il nano carezza con falsa tenerezza il vetro che protegge uno dei plastici, avvicina il viso fino ad appoggiare la fronte alla superficie fresca e trasparente, con le mani improvvisa un paraluce, e osserva attentamente un furgone con una testa mozzata piantato sopra al radiatore e due braccia tagliate sul parabrezza a sostituire i tergicristalli; dietro, nell’ampio cassone, corpi inermi, dilaniati come cocomeri maturi e ai lati della strada una processione di dannati, moderni discendenti delle vittime di Goya e Bosch, procede lenta, i volti arresi all’atrocità della tortura.

Jacke & Dinos Chapman, Hell, 1999-2000
Jacke & Dinos Chapman, Hell, 1999-2000
Jacke & Dinos Chapman, Hell, 1999-2000
Jacke & Dinos Chapman, Hell, 1999-2000

Poi raggiunge una delle poltrone, si accomoda senza far trasparire alcun sentimento o emozione e dopo una lunga pausa, cita a memoria, fra i singhiozzi della sua voce simile a un disco che gira al contrario, un estratto da Le benevole di Jonathan Littell, che si riferisce alla guerra e al nazismo, ma più in generale alla condizione umana.

Anch’io avrei potuto chiedere di andarmene, molto probabilmente avrei anche ottenuto una raccomandazione di Blobel o del dottor Rasch. Perché allora non lo facevo? Di sicuro non avevo ancora capito quello che volevo capire. Ci sarei mai riuscito? Non ne ero affatto certo. Mi passava per la testa una frase di Chesterton: Non ho mai detto che sia sempre sbagliato entrare nel regno delle fate. Ho solo detto che è sempre pericoloso. Era dunque quella, la guerra, un regno delle fiabe pervertito, il campo giochi di un bambino demente che rompe i giocattoli ridendo a squarciagola, che butta allegramente i piatti dalla finestra?

E appena finita di pronunciare questa frase, tutte le teche, all’unisono, prendono fuoco (Fuoco cammina con me), fino a sciogliersi in una pozza di olio da macchina. Le tende svaniscono, insieme alla risata compiaciuta dell’uomo seduto in poltrona. Ti ritrovi in una radura circondata da un bosco fitto e scuro, è notte e dodici sicomori abbracciano la pozza nera ai tuoi piedi, in cui si riflette una luna piena e distante.

Se esistesse un dio, forse assomiglierebbe a quel piccolo uomo elegante ce ci guarda divertito mentre noi, patetici, orribili e tanto minuscoli, dentro i nostri begli espositori, perseveriamo a infliggere e ricevere dolore, fino alla fine della nostra stupidità.

«Hey Lucinda» chiama Staples, in quel gocciolare di note, prima di congedarsi e ritornare per l’applauso finale «I May Be Waiting For You. Our Time…Is Running Out».

Alessandro Pagni