Opera: Richard Serra, Snake (1994-1997) e The Matter of Time (1994-2005), Guggenheim, Bilbao

Molti anni fa a Bilbao, in una giornata terribile, con la pioggia che sferzava di taglio, ci siamo rifugiato dentro al Guggenheim, per provare l’utopia collodiana di camminare dentro allo stomaco di un pesce gigante, per metà fatto di luce e acqua, l’acqua verde del Nervión.
Lo stomaco della grossa creatura pinnata di Frank O. Gehry, lungo 170 metri, sbrodolava al suo interno le indigeste istallazioni di Richard Serra, dal titolo Snake (1994-1997) e The Matter of Time (1994-2005), a ricordarci che non saremo mai a lunga conservazione.

Non ho intenzione di parlare di Arte Processuale o di costruzioni minimaliste: queste ciclopiche bobine, in quel giorno bagnato di noia, non erano altro che rotoli e “srotoli” di acciaio, fortunatamente. Solo il tempo ti ingozza di un surplus di informazioni che a volte fa perdere un po’ il senso del semplice esserci, e quelle immense tagliatelle di pasta metallica sono diventate nel mio pensiero, non più vergine, degli inamovibili mostri cervellotici, impossibili da gestire. Beata ignoranza di allora.

Ho abbandonato la pedante “audioguida” e ho acceso il lettore mp3, lasciando che capitasse la canzone giusta. Ricordo distintamente che era una ballata piena di power chords, un pezzo dei Finch, un gruppo New Metal californiano che oggi non ascolto più. La canzone credo fosse Ender. Niente di programmato, niente di intellettuale, neppure sapevo chi fosse Serra allora e tanto meno quali speculazioni artistiche potessero nascondere quei “cosi immensi e minacciosi”.

Sono entrato nel gomitolo di ruggine più introverso, rischiarato dalle parole di Alexander Pope, trasposte in uno splendido film da Michel Gondry (Eternal sunshine of the spotless mind!) e ho lasciato che quel girotondo solitario scacciasse le mie perplessità sul perché fossi finito lì.
Col tempo ti abbuffi di cose che trovi sui libri e sulle riviste specializzate, sui siti web o proferite dalle labbra di persone autorevoli, per giustificare (agli altri più che a te stesso) l’attrazione che provi per un mondo che non ti sai spiegare (succede sempre anche con le canzoni), per rendere conto, a chi di dovere, dei tuoi strani gusti e delle tue inclinazioni deprecabili (come il tuo amore per i lavori di Cattelan).

Qualcosa che si può citare a memoria, che sia altisonante, estremamente tecnico, nel gergo, e non dia modo al tuo interlocutore insolente di avanzare dubbi sull’oggetto del tuo piacere. E io, ormai trentaseienne e pieno di insicurezze nei confronti dei miei interlocutori fottuti, cito a memoria da dove ho letto: «…ancora oggi però, è più conosciuto (Serra) per le sue costruzioni minimaliste costituite da grandi rotoli, una sorta di bobine e fogli di metallo. Di solito le parti delle sculture si sostengono da sole e ciò enfatizza il peso e la natura dei materiali. Le bobine sono disegnate per incurvarsi nel tempo. Le sue sculture passano prima per un processo di ossidazione, ma dopo 8-10 anni la patina dell’acciaio diventa di un colore che rimarrà relativamente stabile».

Io anni fa, ignorando tutto questo, sono semplicemente entrato e, passo dopo passo, lì dentro ci ho visto un’intera esistenza, con le sue curve morbide e le sue ombre improvvise che tagliano a metà il percorso, ricordandoci certo quale sia la materia del tempo, ma anche la sostanza della vita.
Gli anni passano per tutti, si ossidano parti invisibili del nostro mondo interiore, si smussano angoli, non siamo più quelli di una volta, pur restando noi. Oggi fra le pieghe del tempo, dentro alle lamiere di Serra, porterei musica differente, porterei con me un disco unico e struggente, fatto da un uomo fragile, sensibile ai tagli delle lancette e a notti infinite passate col braccio sopra un tavolo, a contemplare il carillon di un ricordo che gira ostinato, con sopra una minuscola reginetta arresa, adulata dai versi di Shakespeare. Per

Mark Linkous (alias Sparklehorse) la questione del tempo è sempre stata cruciale, come se avesse già anni prima avuto un sogno premonitore sulla sua triste uscita di scena. E il primo disco che partorisce, Vivadixiesubmarinetransmissionplot (il supercalifragilistichespiralidoso della malinconia più buia) è il lavoro più triste e dolce di quegli anni, dove lo scorrere delle ore è una mannaia che squarcia la pelle senza arrecare dolore: a volte i miei giorni passano veloci, a volte questo sembra essere l’ultimo. É un mondo triste e bellissimo.

Torno con la mente dentro alle circonvoluzioni e ai cunicoli di Serra, penso a quanto è triste che la reginetta del ballo, la piccola reginetta del carillon, abbia usato anche l’ultima scatola di scintille e che adesso sia tutto un po’ buio e un po’ inutile.
Il disco che comincia con una ninna nanna sussurrata, termina in un cerchio chiuso, con un’altra nenia soffiata fra i denti, che vorrei incidere di nascosto, come il più romantico e ottuso dei vandali, sulle lamiere del Guggenheim:

Si, i tuoi capelli profumano di sole oggi, i cavalli a gasolio ci porteranno via da qui.

Adesso che il nostro tempo è passato e la nostra pelle si è arrugginita.
Adesso che non siamo più quelli di una volta.
Eppure ancora noi.

 

Alessandro Pagni