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Opere:

  • Santiago Calatrava, World Trade Center Transportation Hube, aperto il 4 marzo 2016.
  • Bruce Nauman, Self portrait as a fountain, 1966-67, stampa 1970.
  • Lázló Moholy-Nagy, Gelosia, 1927, collage fotografico.
  • Ugo Mulas, Lucio Fontana, Milano, 1964, gelatina d’argento.
  • Gipi, vignetta tratta da Una storia, acquarello, 2013.
  • William Turner, Pioggia, vapore e velocità, 1844, olio su tela.

Notte.
Un uomo da solo sta aspettando l’ultimo, presunto, treno disponibile della giornata.
La pioggia ostinata sbatte contro le enormi ali di vetro e acciaio del World Trade Center Transportation Hube, e scivola via lasciando striature sinuose in continua metamorfosi.
L’uomo le guarda con aria stanca, ha pesanti borse sotto gli occhi, un completo che veste largo (trovato in un negozio dell’usato) e lo fa sembrare ancora più trasandato di quanto già non fosse prima di tornare qua.
Il percorso imprevedibile disegnato dalle gocce, somiglia un po’ alle rughe che ha sulle guance: ogni giorno devìano leggermente il loro corso, con la differenza che l’acqua è viva e solo di passaggio, i solchi sulla pelle al contrario, sono aridi e permanenti, come fiumi in secca.
La bianca colomba di Calatrava, ripiegata su se stessa nell’atto di racimolare le forze per spiccare il volo, stanotte è una falena tossica in astinenza da luce.

Santiago Calatrava, World Trade Center Transportation Hube, aperto il 4 marzo 2016. Santiago Calatrava, World Trade Center Transportation Hube, aperto il 4 marzo 2016.

L’uomo magro estrae dalla tasca, con molta cura, un foglio di carta piegato in quattro rettangoli sovrapposti. È una lettera ingiallita, costellata da piccole macchie di inchiostro e promontori modellati dall’acqua che ha cercato, un tempo, senza successo, di mangiarsela.
La scorre con lo sguardo.
Qualcosa si contrae in fondo alla gola.

Sono le quattro del mattino, è la fine di dicembre
Ti sto scrivendo solo per sapere se stai meglio
New York è fredda, ma mi piace dove vivo
C’è musica in Clinton Street per tutta la sera
Ho sentito che stai costruendo la tua piccola casa in fondo al deserto
Tu stai vivendo per niente ora, spero che tu tenga qualche specie di annotazione
(Leonard Cohen, Famous Blue Raincoat) [1]

L’uomo sorride, ripensa alla frase di Boris Vian ne La schiuma dei giorni:

«Ma lei cosa fa nella vita?» domandò il professore.
«Imparo delle cose» disse Colin. «E amo Chloé»

e al “progetto” fallimentare di diventare uno scrittore professionista, che non è mai riuscito completamente ad abbandonare. A quei sogni stupidi e così freschi un tempo, così elettrici. Prima che accadesse tutto quanto.

Sì, Jane è entrata con una ciocca dei tuoi capelli
Ha detto che l’hai data a lei
Quella notte che hai deciso di dire la verità
Sei mai stato sincero?
(Leonard Cohen, Famous Blue Raincoat)

Lei aveva capelli lunghi e neri, che verso le punte prendevano fuoco in un rosso sangue acceso, e un paio di stivali molto rock (i suoi famosi stivali rock) che sarebbero diventati un tratto distintivo per ritrovarla ogni volta in mezzo alla folla e dentro ai suoi pensieri contorti, come la felpa arancione di Clementine, in quel film bellissimo di Gondry («…il giorno che ci siamo conosciuti tu stavi vicino alla riva, riuscivo appena a vederti in lontananza. Mi ricordo che ero già attratto da te. Pensavo: “che strano sono attratto da una schiena”. Portavi quella felpa arancione che poi avrei conosciuto così bene e anche odiato») [2].

Bruce Nauman, Self portrait as a fountain, 1966-67, stampa 1970.
Bruce Nauman, Self portrait as a fountain, 1966-67, stampa 1970.

E quando si ritrovavano, si passavano l’un l’altro vicino sfiorandosi appena, desiderandosi, nelle loro veglie segrete, quando le parole uscivano perfette e senza peso, mentre il resto del mondo dormiva, lei diceva di sentire un piccolo essere aggrappato alla schiena, quasi in fondo alla spina dorsale, che la leccava, avido come un demone, facendole vibrare la pelle. Un uomo minuscolo, grande quanto un soldatino di piombo, dalle fattezze di Bruce Nauman in quell’autoritratto del 1966-67, dove fingeva di essere una fontana, sputando uno zampillo d’acqua dalla bocca («Il vero artista è una stupefacente fontana luminosa», diceva Nauman).

Ah, l’ultima volta che ti abbiamo visto sembravi così vecchio
Il tuo famoso impermeabile blu era strappato sulla spalla
Sei andato alla stazione per aspettare un treno qualsiasi
E sei tornato a casa senza Lili Marlene
E hai offerto alla mia donna solo una scheggia della tua vita
E quando lei è tornata non era più la moglie di nessuno
(Leonard Cohen, Famous Blue Raincoat)

Nella mansarda dove abitava, con la moquette blue e le travi a vista, troppo bassa per poterci stare in piedi con la schiena dritta, ad eccezione della zona centrale, dove aveva collocato l’armadio, come fosse la meridiana di un tempo pazzo che ha perso il conto di se stesso, l’uomo magro teneva una stampa di Lázló Moholy-Nagy, il fotografo ungherese diventato nel 1924 docente al Bauhaus di Weimar. La riproduzione di questo collage, stava attaccata con delle puntine da disegno sul retro di questo guardaroba malandato, che sembrava un po’ un obelisco e un po’ un faro in balia di un oceano sporco di tappezzeria. E che fungeva anche da testiera del letto, in una disposizione delle poche cose da lui possedute, concentrica e in continua rotazione attorno al fulcro dei suoi pensieri.

A. Pagni, Blue Room, 2008.
A. Pagni, Blue Room, 2008.

L’assemblaggio fotografico di Moholy-Nagy si intitola Gelosia e mostra, stagliate davanti a due cornici, una piena, l’altra vuota, due coppie di individui: in primo piano un uomo e una donna, lei visibile, evidente nei suoi tratti fondamentali, assolutamente fotografica, mentre lui ridotto a una silhouette, l’enigma di se stesso, l’elefante nella stanza (Elephant in the room) di cui non si deve parlare; in secondo piano, un uomo senza volto con il capo concentrato su un punto imprecisato fuori campo (l’orribile leggerezza di distrarsi troppo), rivolto altrove, con al fianco la sagoma vuota del suo corpo, che nasconde in petto un’altra donna (feroce, vendicativa), armata di fucile, precisa come un cecchino, nel perforare con un colpo solo, entrambe le figure in primo piano. I piedi alla base della sagoma cieca che la contiene, appartengono alla donna che viene colpita, in un legame circolare, dove nessuno può sentirsi scagionato o privo di colpe.

Lázló Moholy-Nagy, Gelosia, 1927, collage fotografico.
Lázló Moholy-Nagy, Gelosia, 1927, collage fotografico.

Una costruzione sintetica, di forte impatto estetico, ma complessa e oscura, priva di una soluzione o di un’interpretazione unica, come sono spesso certi intrecci di membra, sentieri e respiro, fra esseri umani.
Quando alzava gli occhi, poco prima di addormentarsi, gli sembrava che quell’immagine fosse un monito, il presagio di un countdown irreversibile, ormai agli sgoccioli.

«Siamo in ritardo» disse Colin.
«Non fa niente» disse Chloe «metti indietro l’orologio».
(Boris Vian, La schiuma dei giorni)

A questo punto del discorso la pioggia, che troppi anni prima ha bagnato quel foglio sottile, è riuscita a sciogliere in lacrime la parte centrale e cruciale del messaggio, e con la stessa acqua ha tentato di lavare via un po’ di rancore.

Bene, io ti vedo lì con la rosa tra i denti
Un altro esile ladro zingaro
Bene, io vedo il risveglio di Jane
Lei ti manda i suoi saluti.
(Leonard Cohen, Famous Blue Raincoat)

Un Italiano, Ugo Mulas, fra il 1964 e il 1965, mette insieme il corpus più rilevante, di un lavoro che coprirà gran parte della sua purtroppo breve carriera (morirà prematuramente nel 1973), incentrato sulla figura dell’artista nella contemporaneità, documentando, fra Venezia (alla Biennale), Milano e New York (ma non solo) nomi incredibili che vanno da Alexander Calder a Andy Warhol, da Marcel Duchamp a Jasper Johns e poi Frank Stella, Roy Lichtenstein, John Cage e tanti altri protagonisti che hanno segnato un nuovo, cruciale, modo di intendere l’arte nei tempi moderni.
Il lavoro scaturito da questo incontro fra medium e forme creative/artistiche differenti, è uno dei più interessanti esempi fotografici di ritratto “interpretato”: il fotoreporter milanese, di ciascuno di questi emblematici personaggi, è riuscito a tradurre l’essenza del pensiero e il peculiare discorso artistico intrapreso, con una capacità di sintesi e al contempo profondità, ancora oggi insuperata.
Uno scatto in particolare, nato nelle sessioni di quel biennio, mostra Lucio Fontana, un attimo prima di aggredire la tela bianca con i suoi celebri tagli: c’è tutta la tensione del momento che precede l’azione, più in generale che precede lo scatenarsi di un evento. Quella zona liminare, quel confine, in cui tutto deve ancora accadere e si può tornare indietro, prendersi del tempo, riflettere o spingersi avanti con incoscienza o convinzione (o entrambe le cose). Colpire qualcuno, pronunciare una frase definitiva e senza ritorno, dare un bacio che non si può dare, far crollare un palazzo, recidere per sempre un rapporto, perdere di colpo tutto, per un singolo, unico, cruciale, gesto.

Ugo Mulas, Lucio Fontana, Milano, 1964, gelatina d'argento.
Ugo Mulas, Lucio Fontana, Milano, 1964, gelatina d’argento.

Non esiste un’immagine che l’uomo magro, vecchio, ormai troppo stanco, solo in attesa di fronte a un binario vuoto, con una lettera in mano, abbia guardato più a lungo di questa fotografia di Mulas.
Ma era un salto che doveva fare, la pancia glielo diceva, era qualcosa per cui valeva la pena, mandare il resto a puttane.
E ancora lo pensa, con la mano che trema appena, gli occhi gonfi dal sonno perduto, lucidi e lontani.
Lo pensa ancora.
Che squarciare e strappare quella pagina bianca, grande quanto una parete, schizzando ovunque i propri “cattivi” pensieri, i desideri sbagliati, era valsa comunque la pena.
Fosse stato per un minuto, un mese, un anno.

E cosa posso dirti fratello mio, mio assassino
Cosa potrei mai dirti?
Non so se mi manchi, non so se ti perdono
Sono lieto che tu abbia preso il mio posto
Se mai verrai qui, per Jane o per me (sappi che)
il tuo nemico sta dormendo, e la sua donna è libera
(Leonard Cohen, Famous Blue Raincoat)

Un acquarello di un altro Italiano, un fumetto che è più di un fumetto, racconta un giorno di pioggia come questo e due sguardi vicini, leggeri mentre ingoiano boccate piene dell’orizzonte che si spalanca loro davanti.
È in quel paesaggio, in quell’istante, che l’uomo vive e ogni momento si rinnova il senso di tutto.
Il suo corpo ora a riparo dalla pioggia non è altro che un involucro vuoto, uno spettro di propositi mancati, che aspetta solo un atto di amnistia.

Si, e grazie, per le ansie che hai tolto dai suoi occhi
Pensavo che fossero lì per sempre e quindi io non ci ho neanche mai provato
Sì, Jane è entrata con una ciocca dei tuoi capelli
Ha detto che l’hai data a lei
Quella notte che hai deciso di dire la verità.
Cordialmente, L. Cohen
(Leonard Cohen, Famous Blue Raincoat)

Gipi, vignetta tratta da Una storia, acquarello, 2013.
Gipi, vignetta tratta da Una storia, acquarello, 2013.

In questo momento l’uomo si sta dissolvendo, le sue intenzioni, i suoi ricordi, tutto si mescola: è come un quadro di Turner, incastrato tra ieri e oggi, fra quel convoglio che sfreccia e a momenti ci passa attraverso, e quel punto ormai invisibile, perso nella nebbia fitta come un muro crudele di oblio, di dimenticanza, da cui è partito, molto tempo prima.
Guarda il quadrante dell’orologio. Forse questo treno non passerà più.
Ci prova, a mettere indietro le lancette, ma sono diventate pesanti come macigni.
Piove sempre quando si è di ritorno da un funerale.
Non sa se è venuto per lei, o per lui, ma ha la percezione esatta, che in ogni caso ormai, sia troppo tardi.

William Turner, Pioggia, vapore e velocità, 1844, olio su tela.
William Turner, Pioggia, vapore e velocità, 1844, olio su tela.

Cordialmente A. Pagni

 

 

[1] Per la traduzione: http://www.musicaememoria.com/LeonardCohen-FamousBlueRaincoat.htm
[2] Michel Gondry, Eternal Sunshine of The Spotless Mind (2004).