Opere:

  • David Hockney, Model With Unfinished Self-Portrait,1977, olio su tela, 60×60 in.
  • David Hockney, Peter Getting Out of Nick’s Pool,1966, acrilico su tela, 84×84 in.
  • David Hockney, Portrait of Nick Wilder,1966, acrilico su tela, 72×72 in.
  • David Hockney, The Room, Manchester Street,1967, acrilico, 96×96 in.
  • David Hockney, Shirley Goldfarb & Gregory Masurovsky,1974. acrilico su tela, 45×84 in.
  • David Hockney, My Parents, 1977, olio su tela, 72×72 in.
  • David Hockney, Beverly Hills Housewife,1966, acrilico su 2 tele, 72×144 in.
  • David Hockney, Rubber Ring Floating In a Swimming Pool,1971, 36×48 in.
  • David Hockney, Mr. and Mrs. Clark and Percy, 1970-71, acrilico su tela, 84×120 in.
  • David Hockney, A Bigger Splash,1967, acrilico su tela, 96×96.

Facciamo finta per un momento che io abbia un binocolo.
Una gamba rotta, piena di nomi di gruppi rock siglati a pennarello sul gesso e la finestra di una mansarda, a darmi un’ampia visuale sul vicinato.
Fingiamo pure che non abiti in Italia, ma in un quartiere residenziale di quelli impeccabili, pieni di scheletri nascosti, che fungono da contesto, per il tessuto narrativo di molte serie tv.
Negli Stati Uniti, magari in Canada.

«Jeff, ma non ti rendi conto di quanto sei ridicolo? Stare qui a guardare dalla finestra per passare il tempo è un conto. Ma farlo come lo fai tu, con il binocolo, formulando delle opinioni assurde su tutto quello che vedi è addirittura morboso»
«Ma tu credi che io lo consideri un divertimento?»
«Io non lo so come lo consideri, ma so che se non la smetti me e vado da qui»
«Ma…ma…che c’è?»
«Ma insomma che diavolo stai guardando?»”
(La finestra sul cortile, Alfred Hitchcock)

E questo, più o meno, è ciò che direbbe la mia compagna, vedendomi per ore incollato al vetro in pieno delirio voyeuristico.
Hitchcock ha avuto sicuramente il merito, col suo capolavoro del 1954, di averci mostrato che sipari intriganti, inquietanti e incredibili, possano diventare le finestre delle abitazioni circostanti, con i tendaggi a definirne il frame, e le lampade da scrivania, come sagomatori, ad illuminare impietose, piccole galassie private: le vite degli altri.
Sopratutto quando gli altri sono i nostri vicini di casa, le persone che ci salutano distrattamente quando andiamo a lavorare la mattina o stanche e stressate, durante i nostri rientri serali.
Il primo lavoro degli Arcade Fire, Funeral (2004), è un concept originale e sorprendente sull’alterità: il disco indaga un ventaglio di pensieri scomodi, giudizi inespressi, segreti che teniamo nascosti, come una cassaforte, nell’angolo più buio dell’armadio, dietro a una pila di maglioni invernali. Tutte quelle cose bizzarre che accadono dietro alle tende ricamate con motivi leziosi e ai portoni chiusi a doppia mandata.
David Hockney è uno dei più importanti esponenti della Pop Art anglosassone, trapiantata nell’assolata California.
Spazia dalla pittura al disegno, dalla fotografia a lavori di scenografia.
Le sue realizzazioni più interessanti, mediante l’uso di colori acrilici su tela, mostrano una vena spiccatamente grafica e marcatamente sintetica: il tratto essenziale, spoglio e ingenuo, costruisce atmosfere di una fissità irreale, che rimandano al congelamento dello scatto fotografico, ma all’interno di una rappresentazione per niente naturalistica.
La sua ricerca sembra guardare alle opere di Matisse, che progressivamente si sono spogliate del superfluo, asciugandosi fino a spremere l’essenza dalla situazione rappresentata: un distillato dalle tinte accese, dove la pietrificazione dell’attimo, rende la visione inquietante come un sogno indecifrabile.
Prendere queste scene, togliendole dal reale contesto e accostarvi le tracce della geniale band di Montréal, come fossero una didascalia esplicativa, rende i quadri di Hockney vivi e intensi, ricchi di un fortissimo potenziale narrativo.
Quindi, senza attendere oltre apro la finestra, mi sporgo sul davanzale, mettendomi di lato per tenere la gamba comoda, appoggio gli occhi alle lenti del binocolo.
E comincio a raccontare.

Neighborhood #1 (Tunnels)

David Hockney, Model With Unfinished Self-Portrait,1977, olio su tela, 60x60 in.
David Hockney, Model With Unfinished Self-Portrait,1977, olio su tela, 60×60 in.

Un uomo seduto al tavolo, assorto nei suoi pensieri, una donna addormentata, calma, rannicchiata in posizione fetale. L’uno sembra la proiezione mentale dell’altra: da un lato un ricordo, dall’altro forse, un sogno.
Distanti, ma per un attimo dentro allo stesso respiro, sotto lo stesso lampione, come falene dallo sguardo smarrito.
Entrambi a cercare quel luogo nel tempo in cui tutto sarebbe potuto tranquillamente andare al diavolo e l’unica reale urgenza era dettata dall’istinto: andare via, andare via insieme, ignorando i sedici anni che portavano addosso, poco più o poco meno, l’incoscienza di avere ancora tutto da scoprire, le famiglie, le case, le strade, la scuola, tutto poteva finire sotto strati di neve e sparire per sempre.

E se la neve seppellisse il mio,
Il mio vicinato.
Se i miei genitori stessero piangendo
Scaverei un tunnel dalla mia finestra alla tua.
Sì, un tunnel dalla mia finestra alla tua.
Tu ti arrampicheresti su per il camino
E ci incontreremmo a metà,
In mezzo alla città.
E siccome non ci sarebbe nessuno in giro
Ci lasceremmo crescere i capelli e ci dimenticheremmo tutto quello che, una volta, sapevamo.
Vivendo là fuori, nella neve, la nostra pelle si farebbe più dura.

Neighborhood #2 (Laika)

David Hockney, Peter Getting Out of Nick's Pool,1966, acrilico su tela, 84x84 in.
David Hockney, Peter Getting Out of Nick’s Pool,1966, acrilico su tela, 84×84 in.

Alexander ha girato tanto in lungo e largo, senza meta.
L’unica cosa importante era poter recidere vecchi legami, riempire di parole certi silenzi durante la cena, inchiodare alla parete ogni sguardo obliquo che andava ad intrecciarsi con un altro, da sua sorella a suo padre, da suo fratello piccolo a sua madre, disegnando percorsi astratti sulla landa triste della tavola apparecchiata.
Farne un quadro da guardare, di quando in quando, come un monito.
Adesso ha un lavoro, una casa, in cui può indossare la sua vera pelle, senza che qualcuno gli faccia venire il dubbio atroce di doversi giustificare per questo.
Le cose vanno bene, vanno avanti.
Fatica solo, certe notti, a ignorare le parole di ghiaccio che sono riuscite, suo malgrado, a raggiungerlo:

Alexander, il nostro fratello maggiore,
È partito per una grande avventura.
Ci ha tagliato via dalle sue foto,
Ha coperto i nostri nomi in tutte le sue lettere.
Nostra madre avrebbe solo dovuto chiamarti Laika.

Niente più grida e porte sbattute, mani alzate contro ghigni rabbiosi.
Niente più luci della polizia, in attesa davanti al giardino dei suoi genitori.
Niente più vicini in strada, a godersi lo spettacolo.
C’è solo lui.
Adesso

Une année sans lumière

David Hockney, Portrait of Nick Wilder,1966, acrilico su tela, 72x72 in.
David Hockney, Portrait of Nick Wilder,1966, acrilico su tela, 72×72 in.

Durante la giornata, mentre lavora o guida, mentre pranza o è a fare la spesa, non ha altro per la testa.
Il pensiero ossessivo di rientrare a casa, per abbandonarsi al suo rito, lo tormenta come un minuscolo picchio infaticabile, appoggiato a una tempia.
Quando finalmente gira la chiave nella toppa e fa scattare il meccanismo della serratura, è come se la salivazione aumentasse e cambiasse improvvisamente di consistenza.
La casa resta al buio, cammina a memoria fino alla cucina, apre un rosso di qualità, si porta dietro, spogliandosi lungo il corridoio, bicchiere e bottiglia, e poi entra in piscina.
Da quel momento aspetta, senza mai distogliere lo sguardo dalla finestra, che la stanza della figlia del vicino, prenda vita.

Hey! I miei occhi lanciano scintille
E di notte, i miei occhi ti illuminano.
Non dire a tuo padre
Che ha il paraocchi.

Neighborhood #3 (Power Out)

David Hockney, The Room, Manchester Street,1967, acrilico, 96x96 in.
David Hockney, The Room, Manchester Street,1967, acrilico, 96×96 in.

Mi sono svegliato con la luce saltata,
Non che sia una cosa da urlare ai quatto venti.
Il ghiaccio ha ricoperto le mani dei miei genitori,
Non ho sogni, non ho progetti.

Gli capitava spesso, da quando era tornato a vivere con i suoi, di svegliarsi nel mezzo della notte, sudato e in preda a tremori. Senza riuscire più a prendere sonno, restava a contemplare, nel buio cieco della stanza le poche coordinate che gli davano la possibilità di orientarsi: la lama di luce sotto la porta che proveniva dal corridoio, il minuscolo puntino rosso di standby dell’impianto stereo, un alone leggermente più chiaro che filtrava dalle imposte, condensando i bagliori distanti della città.
Alternava momenti di eccezionale consapevolezza a raptus di rabbia stupida e inutile.
Gli capitava a volte di prendersela a morte con un oggetto, un soprammobile, un elettrodomestico, che improvvisamente trovava irritante. Altre volte prendeva di mira un amico di suo padre, passato a trovare la famiglia e il malcapitato tornava sui suoi passi per evitare che esplodesse in una crisi violenta.
Non succedeva sempre. Erano momenti, come cortocircuiti, che poi sparivano e tornava il sereno.

Mi sono svegliato nella notte più buia,
Tutti i vicini stavano urlando perché avevano trovato la luce.
(Abbiamo trovato la luce!)
Le ombre saltavano sui muri,
Alcune erano grandi, alcune piccole.
Sono uscito nella notte,
Sono uscito per fare rissa, non importava con chi.
Ho acceso una candela per i bambini,
Gesù Cristo, non teniamola nascosta!
Il ghiaccio ha ricoperto le mani dei miei genitori,
Non ho sogni, non ho progetti.
Sto crescendo in una sorta di strana tempesta,
Nessuno ha freddo, nessuno ha caldo.

Ogni giorno che passava, aveva la sensazione di compiere lo stesso identico giro, come un leone impazzito dentro a una gabbia.

…c’è qualcosa di sbagliato nel cuore degli uomini..

Neighborhood #4 (7 Kettles)

David Hockney, Shirley Goldfarb & Gregory Masurovsky,1974. acrilico su tela, 45x84 in.
David Hockney, Shirley Goldfarb & Gregory Masurovsky,1974. acrilico su tela, 45×84 in.

Il tempo continua a strisciare per il vicinato,
Uccide i vecchi e sveglia i bambini
Proprio come sapevamo avrebbe fatto.
Tutti i vicini stanno accendendo un fuoco
Per bruciare i vecchi, le streghe e i bugiardi.
I miei bambini mai nati mi coprono gli occhi con le loro mani
Ma il mio cuore continua a guardare attraverso la pelle delle mie palpebre.

Faceva una vita diversa prima di sposarsi e trasferirsi nel quartiere.
Amava uno squattrinato idealista, pieno di grandi progetti irrealizzabili, e nel buco dove abitavano c’era sempre musica e amici a tirare tardi la notte.
Adesso la maggior parte della giornata la passa seduta, a guardare i due alberi di ulivo in fondo al giardino, a seguire le contorsioni sinuose dei rami, con orecchini di olive verdi succose che pendono come palline di Natale.
“Non c’è bisogno che lavori, guadagno bene”.
Suonava quasi galante.
“Mi piace saperti a casa”.
Ogni tanto il gatto le saliva sulle ginocchia per farsi adulare. Ma alla prima distrazione, per una mosca, il clacson di un’auto, un frullare di vento, se ne andava per i fatti suoi. Il cagnetto invece restava lì, di fronte a lei, morbosamente scodinzolante e con l’espressione un po’ da scemo, a farla sentire necessaria.

Dicono che se guardi l’acqua bollire lei non bollirà mai.
Bé, io ho chiuso gli occhi e non è cambiato nulla,
Era solo un po’ d’acqua che veniva scaldata dalle fiamme.

Quando scelse di andarsene, per costruire qualcosa di solido e concreto, in un altro luogo, con un’altra persona differente, che la faceva sentire in pace, tranquilla (come fra le lapidi di un cimitero all’ora di pranzo) quasi un soprammobile, lui non oppose resistenza.
Le lasciò un bacio sulla fronte e un foglio a quadretti strappato via da un quaderno, con sopra un pezzo del suo libro preferito:

La vedevo venire a casa nel buio. Nel chiarore lunare il prato rasato di fresco aveva un riflesso quasi bluastro. Vicino al garage, dei rami appena tagliati che il giardiniere aveva accuratamente ammucchiato. Fra la ginestra e il cespuglio di biancospino rosso il secchio della spazzatura, pronto per essere prelevato. Venerdì sera. Sapeva già che odore le sarebbe venuto incontro dalla cucina: pesce. Sapeva anche che biglietti avrebbe trovato. Uno di Züpfner sul televisore: “Devo andare ancora d’urgenza da F. Baci. Heribert”; l’altro della cameriera sul frigorifero: “Vado al cinema, torno alle dieci. Grete (o Luise o Birgit)”.
Aprire la porta del garage, accendere la luce: sulla parete imbiancata l’ombra di una motoretta e una vecchia macchina da cucire fuori uso. Nel box di Züpfner la grossa Mercedes stava a dimostrare che aveva preferito andare a piedi. “Una boccata d’aria, aria, aria, prendere una boccata d’aria.” Fango sulle ruote e sui parafanghi che diceva chiaramente di un viaggio nell’Eifel, discorsi, conferenze pomeridiane all’Associazione dei Giovani (“tenersi uniti, lottare uniti, soffrire uniti”).
Uno sguardo verso l’alto: anche nella camera dei bambini tutto buio. Le case dei vicini ben separate dalle doppie carreggiate di accesso e da larghe aiuole. Uno smorto riflesso di televisori. Là il ritorno del marito e padre in quel momento è sentito come un fastidio, persino il ritorno del figliol prodigo sarebbe stato sentito come un fastidio; nessuno avrebbe sgozzato un vitello per lui, non avrebbero messo neppure un pollo sulla griglia, soltanto un gesto frettoloso per indicare che nel frigorifero ci sono degli avanzi di salsiccia di fegato.
Al sabato pomeriggio si diventava tutti fratelli, quando i palloni dei bambini volavano oltre le siepi dei giardini; micini e cuccioli scappavano, palloni venivano rimandati indietro, il gattino, “oh, che carino!”, oppure i cuccioli, “oh, che tesori!”, riportati al cancello o rimessi nelle mani del proprietario attraverso le aperture nelle siepi. Contenere l’irritazione nelle voci, mai diventare personali; qualche volta soltanto lei spezzava la perfetta parabola nel cielo del vicinato e vi incideva spigoli puntuti, sempre per cose da nulla, mai per i veri motivi: un piattino che andava rumorosamente in frantumi, un pallone che rotolando spezzava dei fiori, mani infantili che gettavano ghiaia contro la vernice scintillante dell’automobile, biancheria lavata e stirata di fresco, bagnata con la pompa che serve ad annaffiare il giardino. Allora le voci si fanno aspre, acute, quelle voci che non possono farsi aspre, acute per l’inganno, l’adulterio, l’aborto. «Ah, tu hai semplicemente delle orecchie troppo delicate, prendi qualche cosa per porvi rimedio.»
Non prendere niente, Maria.
(Heinrich Böll, Opinioni di un clown)

Crown of Love

David Hockney, My Parents, 1977, olio su tela, 72x72 in.
David Hockney, My Parents, 1977, olio su tela, 72×72 in.

La domenica insiste a volerlo portare ancora in chiesa.
Lui lo avrebbe evitato volentieri già prima.
Adesso non nutre alcun sentimento al riguardo, non lo nutre per nessuna questione.
Lei lo veste di tutto punto, gli aggancia i calzoni e chiudendo i bottoni della camicia bianca fino al colletto inamidato, fa scivolare, con un movimento morbido, che rivela una lontana intimità, la gamba della cravatta dentro al suo anello. Poi stringe il nodo e abbozza una smorfia che ricorda un sorriso.
Gli porge la borsetta e lo prende per mano, non per un improvvisa impennata di romanticismo, ma per evitare che finisca sotto una macchina. Si avviano insieme, mentre le campane svegliano il sacro riposo dei lavoratori.
Lui la segue a capo basso e nella caverna profonda della sua testa ovattata, sente un’eco che la bocca non riesce a tradurre in parole.

La scintilla non è dentro di me.
L’ho spenta prima che mia mamma entrasse in camera mia.
L’unica cosa che continui a cambiare
È il tuo nome, il mio amore continua sempre
A crescere, proprio come un cancro,
E nonostante questo continui a non volermi dare una risposta sincera.

Wake Up

David Hockney, Beverly Hills Housewife,1966, acrilico su 2 tele, 72x144 in.
David Hockney, Beverly Hills Housewife,1966, acrilico su 2 tele, 72×144 in.

Tutte le mattine si sveglia all’alba e si dedica ai suoi esercizi di yoga.
Saluta il sole e prepara una sana colazione.
Centrifugati alla frutta. Parola d’ordine “depurare l’organismo”. Dieta macrobiotica.
Di buon’ora si mette a spostare tutti i mobili della casa, servendosi del giardiniere come manovalanza. È certa che il Feng Shui le curerà l’insonnia.
Circoli ricreativi per signore bene, beneficenza, iniziative culturali: la mostra fotografica di quell’eccentrico, spaventoso, Antoine D’Agata, per conoscere gli abissi di una vita di eccessi.
Si accorge che quei lati oscuri le fanno venire una calda vampa, che dal collo scende giù in mezzo ai seni, dove si tramuta in sudore. Le altre amiche del circolo sghignazzano e sgomitano, davanti agli scatti, come bambine sedute in cerchio, chine sopra la scoperta proibita di un giornaletto porno.
Torna a casa e si abbandona scomposta sullo scomodo, prezioso, divano Liberty che ha insistito tanto per avere.
Adesso sembra così inutile, così patetico se paragonato a quei denti sporgenti, nella gelatina d’argento, quei capelli sporchi, neri, persi nel buio e gli occhi stretti mentre godono senza ritegno.
Guarda l’orologio appeso al muro.
C’è da riempire vuoti orribili fino all’ora di cena.

Qualcosa ha riempito
Il mio cuore di nulla,
Qualcuno mi ha detto di non piangere.
Ma ora che sono più vecchio
Il mio cuore è più freddo
E capisco che è una bugia.
Sveglia, bambini!
Tenete alti i vostri errori
Prima che trasformino l’estate in polvere.

Haiti

David Hockney, Rubber Ring Floating In a Swimming Pool,1971, 36x48 in.
David Hockney, Rubber Ring Floating In a Swimming Pool,1971, 36×48 in.

Suo nonno era un bokor.
Rubava le petit bon ange a uno dei tizi che considerava suo nemico, magari per una questione ridicola, per uno sgarbo di poco conto, e quello una volta andato a letto non si risvegliava più. Sembrava morto.
Lo seppellivano e dopo alcuni giorni, suo nonno andava a tirarlo fuori, trasformandolo in uno zombie docile e mansueto, pronto a obbedirgli come un cane.
Queste cose gliele raccontava la nonna, quando era piccolo.
Lui non le ha mai viste, troppo pericoloso.
Il Voodoo è sempre stata l’attività di famiglia.
Lui, come accade a molti, ha scelto altre strade, con grande delusioni di tutto il parentado.
Oggi pulisce le piscine della borghesia californiana.
Ma a volte, di notte, gli capita di riconoscersi nella luna riflessa dentro al blu tremolante, di quell’acqua che sa di cloro.

I miei cugini mai nati
Infestano le notti di Duvalier.
Nulla può fermare i nostri spiriti,
Le armi non posso uccidere ciò che i soldati non vedono.

Rebellion (Lies)

David Hockney, Mr. and Mrs. Clark and Percy, 1970-71, acrilico su tela, 84x120 in.
David Hockney, Mr. and Mrs. Clark and Percy, 1970-71, acrilico su tela, 84×120 in.

Dormire significa arrendersi,
Indipendentemente da che ora è.
Dormire significa arrendersi,
Alza le palpebre che senti pesanti.

Pensavamo che sarebbe bastato un posto dove stare, un gatto sulle ginocchia, l’essenziale e noi due.
Senza dover mai fare i conti con quegli intoppi terribili della quotidianità che sembrava, certe volte, augurarmi mio padre, con quel suo intimidatorio imperativo: «Fa che ti duri, questo periodo!».
Non è durato.
Si è intromessa la vita nella sua veste più volgare, più vera e da troppo tempo abbiamo parti di noi, piccole porzioni infette, da curare.

La gente prova a nascondere la notte
Sotto le coperte.
La gente prova a nascondere la luce
Sotto le coperte.

Ma quando gli altri ci guardano, sembriamo sempre splendidi e invincibili.
E tutti ci invidiano.
Vero?

In the Backseat

David Hockney, A Bigger Splash,1967, acrilico su tela, 96x96.
David Hockney, A Bigger Splash,1967, acrilico su tela, 96×96.

C’è un momento preciso in cui tutto di colpo si blocca, un fermo immagine che il nostro cervello manderà in loop per il resto dei nostri giorni.
È l’attimo in cui la vita si spezza, si frantuma come un vetro, o peggio come uno specchio.
Mentre tenti inutilmente di raccogliere i pezzi, nelle lame taglienti su cui si riflettono porzioni isolate del tuo corpo, non riesci più a vederti per intero.
A riconoscerti.
E passi tutti i giorni che ti restano a cercare di guarire da quella sensazione.

Alice è morta
Di notte.
È tutta la vita
Che sto imparando a guidare.
È tutta la vita
Che sto imparando.

Alessandro Pagni