Opera: Marc Rothko, Cappella Rothko, terminata nel 1971, Houston.

– Io so qualcosa che tu vorresti sapere.
Lui disse: -Cosa?
-Ho avuto informazioni confidenziali su un Rothko in mano a un privato.
-Presto sarà sul mercato.
-L’hai visto.
-Tre o quattro anni fa. Sì. Ed è luminoso.
Lui disse: -Che mi dici della cappella?
-Che cosa vuoi sapere?
-Ho pensato alla cappella.
-Non puoi comprare quella cazzo di cappella.
-Come lo sai? Contatta i proprietari.
-Pensavo che il dipinto ti entusiasmasse. Un dipinto. Non hai un Rothko importante. L’hai sempre voluto. Ne abbiamo parlato.
-Quanti dipinti ci sono nella cappella?
-Non saprei. Quattordici, quindici.
-Se mi vendono la cappella la manterrò intatta. Diglielo.
-La manterrai intatta dove?
-Nel mio appartamento. È grande abbastanza. Posso fare altro spazio.
-Ma la gente deve vederla.
-Che se la comprino, allora. Che ci provino, a offrire di più.
-Scusa se sono pedante. Ma la cappella Rothko appartiene al mondo.
-É mia se la compero.
Lei allungò un braccio e allontanò con uno schiaffo la mano che le teneva sul culo.
Lui disse: -Quanto vogliono?
-Non vogliono vendere la cappella. E io non voglio darti lezioni di abnegazione e responsabilità sociale.
(Don DeLillo, Cosmopolis)

Marc Rothko, Cappella Rothko, terminata nel 1971, Houston.
Marc Rothko, Cappella Rothko, terminata nel 1971, Houston.

Il dialogo, consumato durante il torpore del post orgasmo, è quello fra Eric Packer, giovane spregiudicato asso della finanza, in piena ascesa e la sua esperta d’arte e amante Didi Fancher, nel geniale romanzo di Don DeLillo, Cosmopolis, trasposto sul grande schermo, in maniera altrettanto intrigante, da David Cronenberg.
Mentre lei cerca inutilmente di dissuaderlo, il giovane Packer, come un bambino capriccioso, le chiede di acquistare in sua vece, la sola cosa che i suoi soldi non possono comprare, l’unico inestimabile ninnolo che manca a una vita di successi: la quiete meditativa, trascendentale, ultraterrena, di un luogo nato per essere aperto a chiunque volesse ritrovare il proprio respiro, il proprio centro, la propria dimensione, senza confini dottrinali o ideologici.
La Cappella Rothko, appunto.

Marc Rothko, Cappella Rothko, terminata nel 1971, Houston.
Marc Rothko, Cappella Rothko, terminata nel 1971, Houston.

Questo strano edificio, unico nel suo genere, è stato commissionato all’artista russo (fra i maggiori esponenti dell’espressionismo astratto americano, emigrato negli Stati Uniti nel 1913), dai coniugi De Menil, come luogo per la meditazione, aperto a qualsiasi persona e confessione religiosa, a qualsiasi forma di spiritualità o semplice ricerca interiore.
L’edificio, che si trova a Houston in Texas, da fuori appare spartano, anonimo e alquanto limitato nelle dimensioni, con la sua pianta ottagonale intersecata con una croce greca e il suo rivestimento in mattoni senza alcun orpello o decorazione; all’interno, al contrario, la sensazione è quella di un ambiente di grande respiro, altrettanto spoglio e minimale dalle pareti grige, dove quattro sedute contemplano quattordici dipinti neri (divisi fra quadri singoli e trittici) con sfumature di altre tonalità scure (blu, viola, verde a seconda delle variazioni di luce che arrivano dal soffitto) appena accennate. Nient’altro.
I due punti cardine che ruotano attorno a questo luogo sono la sua aconfessionalità e il suo essere “del mondo”, di chiunque ne abbia bisogno.
Per questo la pretesa di Eric Packer di acquistarla e addirittura trasferirne il contenuto altrove, nel suo inaccessibile appartamento, non è solo una richiesta materialmente impossibile, ma la dimostrazione di aver travisato completamente le peculiarità di questo strano tempio e gli intenti di chi ne ha commissionato la realizzazione.

Marc Rothko, Cappella Rothko, terminata nel 1971, Houston.
Marc Rothko, Cappella Rothko, terminata nel 1971, Houston.

Coffe & Cigarettes, la piccola rubrica settimanale su cui scrivo, è nata da un’idea embrionale di Elia, il nostro direttore: lo spunto semplice, ma incredibilmente stimolante per il sottoscritto, di trovare una colonna sonora (una canzone, un intero disco o una playlist) a supporto della fruizione e contemplazione di un quadro o più in generale di un’opera d’arte. La cosa poi, come spesso accade, ha preso direzioni inaspettate, rompendo gli argini di quella prima traccia.
Quello che vorrei fare oggi, entrando virtualmente nella Cappella Rothko (non ho ancora avuto la fortuna di visitare Houston), è tornare a quell’idea iniziale, di una playlist contemplativa, che sia adatta all’aura mistica e al contempo straniante del posto.
Immagino di varcare la soglia dell’edificio avvolto dal silenzio, gesti lenti, metodici, mentre percorro l’intero perimetro della stanza, e poi mi siedo su una delle panchine che ruotano intorno all’apertura circolare sul soffitto.
Appoggio ai miei piedi la borsa con le poche cose che mi sono portato dietro. Prendo il lettore mp3, svolgo piano le cuffie, con la calma con cui uno yogi stenderebbe il suo tappetino di juta o il fedele musulmano disporrebbe nella direzione opportuna il musallah.
Mi guardo intorno e, scelta la mia direzione, faccio partire la musica.
Le tele mi circondano, quasi si sporgono verso di me con gli enormi abissi di pittura nera che le caratterizzano, con la pace del nulla, il profumo del nulla, il sapore del nulla.
Un lento pulsare lascia spazio a suoni rarefatti e sottili, che impercettibilmente crescono fino a quando, mentre gli occhi cercano di sfondare la percezione che quella che ho di fronte sia un campitura unica, uniforme, dello stesso colore indefinito, la voce di Thom Yorke improvvisamente mi invade.
Si entra per molti motivi in questo sito.
In cerca di quiete, quasi sempre.
Ma ciò che portiamo con noi da fuori, nell’ottagono della stanza, assume forme e significati differenti e può capitare di scoprirsi sopraffatti, smarriti e fuggire via spaventati.

E a un certo punto nella tua vita
Arriva un’oscurità
Un’astronave che blocca il cielo
E nessun posto dove nascondersi
Corri a ripararti e ti copri le orecchie
Ma è il suono più forte che tu abbia mai sentito
Nella tua ora più buia
Quando ti sei stancata di me
(Radiohead, Decks Dark)

Thomas Ligotti nel primo racconto (Purezza) della sua raccolta di storie disturbanti Teatro grottesco, analizza una questione curiosa: quanto spesso non siano certi luoghi e abitazioni ad essere infestati da presenze e sensazioni mistiche, soprannaturali, inquietanti o addirittura malvagie, ma siamo noi in realtà ad infestarli, con il nostro umore, il nostro passato, le paure che ci portiamo appresso ogni giorno, come l’ombra che sotto il sole non si stacca mai dai piedi.

Per come vanno certe cose, secondo la mia esperienza, non c’era nulla di particolarmente degno di nota in questa presenza. Sembrava concentrarsi fra le travi di legno che sovrastavano il solaio in tutta la sua lunghezza e alle quali, immaginavo, un ex abitante della casa si era appeso per suicidarsi. Questa speculazione, tuttavia, non suscitava alcun interesse in mio padre, che anzi contestava con forza la possibilità di fantasmi o spiriti di qualsiasi genere e persino l’utilizzo di queste definizioni. «In solaio non c’è niente» mi spiegò. «È solo la tua testa che interagisce con lo spazio del solaio. Ci sono campi di forza che sono dappertutto. E queste forze, per ragioni che ancora ignoro, sono più potenti in certi posti piuttosto che in altri. Capisci? Non è il solaio a infestare la tua testa, ma la tua testa a infestare il solaio. Certe teste sono più infestate di altre, dai fantasmi, dagli dèi o dalle creature dello spazio. Che non sono cose vere, ma “indizi” di forze vere, forze animatrici e persino creatrici, che la tua testa scambia per fantasmi o chissà cosa.
(Thomas Ligotti, Teatro grottesco)

Marc Rothko, Cappella Rothko, terminata nel 1971, Houston.
Marc Rothko, Cappella Rothko, terminata nel 1971, Houston.

Un luogo come la cappella di Houston, ad un primo impatto può sembrare una cassa di risonanza, un amplificatore, delle nostre sensazioni interiori, del grande iceberg che celiamo sotto la superficie.
Forse è questo che la rendeva terribilmente irresistibile per il giovane miliardario Eric Packer.

-Quanti anni hai? Ventotto?
-Ventotto, – disse lui.
-Secondo me tu quel Rothko lo vuoi. Costoso. Ma sì. Ne hai assolutamente bisogno.
-Perché?
-Ti ricorderà che sei vivo- Una parte di te è ricettiva ai misteri.
Lui le appoggiò delicatamente il dito medio nel solco tra le natiche.
Disse: – I misteri.
-Non vedi te stesso in ogni quadro che ami? Ti senti inondato di splendore. È una cosa che non si può analizzare o esprimere con chiarezza. Cosa stai facendo in quell’istante? Stai guardando un quadro alla parete. Tutto qui. Ma ti fa sentire vivo, nel mondo. Ti dice sì, tu ci sei. E sì, la tua sfera di esistenza è più ampia e piacevole di quanto immagini.
Lui chiuse la mano a pugno e gliela infilò tra le cosce, ruotandola e muovendola lentamente avanti e indietro.
-Voglio che tu vada alla cappella e faccia un’offerta. Non importa la cifra. Voglio quello che c’è dentro. Pareti e tutto il resto.
(Don DeLillo, Cosmopolis)

Marc Rothko, Cappella Rothko, terminata nel 1971, Houston.
Marc Rothko, Cappella Rothko, terminata nel 1971, Houston.

Ma forse è qualcosa che va oltre l’El Dorado della quiete, della calma e della pace interiore.
Tutte condizioni che l’inquieto Eric, con la sua vita convulsa, la sua ipocondria, l’insonnia, la bulimia di attimi, di oggetti, di controllo sulle cose e sulle persone, sembra da un lato cercare spasmodicamente, ma dall’altro guardare come si guarda alla causa della propria distruzione.
Mi piace pensare che la Cappella Rothko sia qualcosa di più e di diverso, rispetto alla sua universale immagine di tempio, di ogni religione e non-religione.
Liberiamo la mente, lasciamo che quell’impasto di pennellate «si esprima» (come direbbe l’affascinante personaggio, uscito dalla penna di DeLillo), che mostri lo strato abnorme di ghiaccio che nasconde oltre la prima impressione a pelo sulla canapa.

Ogni cosa al suo posto
(Al suo posto)
Ieri mi sono svegliato mentre succhiavo un limone
Ogni cosa al suo posto
(Al suo posto, al suo posto)
Ci sono due colori nella mia testa
Cos’è quello che hai cercato di dire?
Cos’era quello che hai cercato di dire?
(Radiohead, Everything in its right place)

Per Giulio Carlo Argan e Achille Bonito Oliva, due pilastri della Storia dell’Arte Italiana, i quadri di Marc Rothko, sono come pareti colorate, intese nel senso psicologico di delimitazione, fra il luogo in cui ci troviamo e un altrove al di là di quel confine, fra ciò che siamo e “l’altro”.
I quattordici dipinti presenti nella cappella di Houston, rappresentano il punto più alto di questa meditazione spaziale (oltre cui non è possibile andare, a causa del suicidio nel 1970 dell’artista russo): il quadro è come una parete e la parete dipinta non rappresenta più solo una delimitazione, diventa uno spazio che dall’aldilà trabocca verso di noi e viceversa. La parete si trasforma nel suo contrario, perde il carattere di sbarramento (il Muro di Berlino, la Barriera di separazione Israeliana, il Muro di Tijuana, sono solo alcuni esempi), diventando un ambiente di possibilità.
Questo concetto nella cappella ottagonale viene sublimato: il grigio della pareti si fonde grazie alla persistenza dello sguardo, con le gradazioni di nero dei dipinti, che traboccano oltre la loro cornice. E ci piace pensare che questo sconfinamento possa creare una sorta di passaggio verso altri luoghi.

Mi sono gettato nel fiume
Angeli dagli occhi neri nuotavano con me
Una luna piena di stelle e di macchine astrali
E tutte le apparizioni che ero solito vedere
Tutti coloro che avevo amato erano lì con me
Il mio intero passato e i miei possibili futuri
E tutti insieme siamo andati in paradiso
Su una piccola barca a remi
Non c’era niente di cui aver paura e niente di cui dubitare
(Radiohead, Pyramid Song)

Non è forse ciò che chiediamo sempre, disperatamente, in questa vita?
Di essere altrove.
Di riuscire un giorno a tornare in un determinato luogo che abbiamo lasciato anni prima, o più universalmente, di trovare la strada, quella giusta, per andare via.
Che si tratti del paradiso promesso da qualche confessione religiosa, di un luogo ancora inesplorato del globo, del salto dentro a un Wormhole che ci risputi in un altro punto del futuro o del passato, l’inseguimento di Rant Casey per fermare i cattivi propositi dei suoi “io” venuti da un tempo differente (nel romanzo Rabbia, di Chuck Palahniuk), uno Stargate, la fisica quantistica applicata alle teorie dei viaggi spazio-temporali, le esplorazioni nello spazio, o la tenerezza di una DeLorean lanciata oltre le ottantotto miglia orarie. Sempre e comunque ci sentiamo inadeguati nel luogo o nel momento in cui siamo.
Dimenticando che la vita vera, il vero senso, è l’intersezione delle due coordinate: “ora” e “qui”.

La tua voce è come un sonaglio sul mio davanzale
I titoli di ieri soffiati via dal vento
La gente di ieri che finisce dimenticata
Ogni stupido può facilmente scegliersi un buco,
Io vorrei solo poterci cadere dentro
(Radiohead, Scatterbrain)

Nella sua opera prima (Casa di foglie), Mark Z. Danielewski, racconta la storia di un fotoreporter (ispirato in parte a Kevin Carter, fotografo sudafricano morto suicida a 33 anni, divenuto celebre per lo scatto controverso al bambino denutrito seguito da un avvoltoio), Will Navidson, pluripremiato e in piena crisi di coscienza che, trasferitosi con la famiglia in Virginia, scopre una peculiarità bizzarra e inquietante della nuova abitazione: la capacità di trasformarsi ed espandersi in modo esponenziale all’interno, lasciando invariate le dimensioni esterne. Un paradosso che dà il via all’esplorazione di un ambiente surreale che si fa progressivamente spropositato e monumentale, fatto di pavimenti, muri e soffitti color grigio cenere, totalmente vuoto e immerso nel silenzio. Fatta eccezione per un ringhio sommesso che segnala le continue modifiche della casa.
L’estenuante percorso, tracciato all’interno di un libro dalla struttura complessa e mutevole come un’illustrazione di Escher, che richiama nella forma editoriale, il paradosso dell’abitazione in Virginia (descritta nelle pagine del racconto), non è altro che un viaggio interiore, nato all’interno di un luogo dalle indubbie qualità suggestive e astrattive.
Pensiamo alla casa di Navidson, alla cappella di Houston e al criptico videoclip del singolo Daydreaming dall’ultimo lavoro dei Radiohead: i dipinti di Rothko, da fissare intensamente fino a che la materia pittorica si disgrega, diventa fluida e accogliente, un invito ad attraversarla, rappresentano ciascuno una porta, un passaggio, che automaticamente ci apre davanti agli occhi uno scenario, una situazione, un paesaggio differente, un luogo che ci mette direttamente in contatto con un altro luogo ancora, andando avanti così fino a che le gambe ci permettono di camminare e gli occhi di vedere.

I sognatori
Non imparano mai
Non imparano mai
Vanno oltre il punto
Di non ritorno
Di non ritorno
E poi è troppo tardi
(Radiohead, Daydreaming)

E di porta in porta ci si può spingere sempre più avanti. Restando seduti lì, su una delle quattro panchine, mentre la luce del sole compie la sua giravolta attraverso le ore.
David Lynch (che amo ricordare sempre) parla, riguardo alla meditazione trascendentale, di una discesa in acque profonde.
Non è poi tanto diverso da questa suggestione il mio contemplare, veicolato da un sopporto sonoro, nel luogo dove ogni atto di spiritualità è il benvenuto.
È un po’ come la scrittura automatica di Andrè Breton e dei Surrealisti, come il flusso di coscienza di Joyce, come affidare la penna al puro istinto.
Somiglia a quando sei sulla spiaggia, a un passo dal bagnasciuga e cominci a camminare per un tempo indefinito, lasciandoti la terraferma alle spalle, diritto verso il mare.

Marc Rothko, Cappella Rothko, terminata nel 1971, Houston.
Marc Rothko, Cappella Rothko, terminata nel 1971, Houston.

 

Alessandro Pagni