Quando ero un ragazzino, non esisteva internet, è un dato di fatto.
O meglio, esisteva su canali non accessibili a uno sfigato imberbe della provincia lucchese quale ero: il World Wide Web vede la luce nel 1991, il suo progenitore era ARPANET nato, per quanto ne so, con scopi esclusivamente militari e scientifici, la vera diffusione di un uso privato di questa nuova, incredibile, forma di comunicazione si ha dal 1995, quando ancora il mio unico rapporto con il mondo telematico si risolveva nelle duecento partite alla volta di Bubble Bubble su un vecchio Amiga 500, truccato come il motorino, per arrivare a 1000.
Quindi non avevo a disposizione tutto quel mondo di blog, siti web, fanzine online, social networks, recensioni o piattaforme, dove poter ascoltare musica e farmi un’opinione.
Certo in edicola si trovavano riviste appetitose come Hard! (come è accaduto a molti, i primi passi da appassionato ascoltatore li ho mossi nel panorama del metal e dell’hard rock), Rock Sound (costosissimo ma con cd allegato sempre zeppo di nuove proposte di punk, hardcore melodico, alternative rock, nu metal e crossover) e ovviamente Il Mucchio Selvaggio (due su tre esistono ancora oggi, anche se hanno cambiato molto la loro fisionomia e la qualità dei contenuti), ma sono arrivate più tardi nella mia vita, con l’incremento della paghetta settimanale elargita generosamente dai miei genitori.
Prima di tutto questo, a tredici, quattrodici anni, quando l’alternativa era la rivista musicale per aiutarmi a prendere una decisione sull’acquisto o l’acquisto stesso, l’unica cartina tornasole possibile per scoprire musica nuova senza aver ascoltato singoli apripista, restava la copertina delle musicassette.
La quantità di teschi presenti o di scene truculente e possibilmente sinistre, giocava a favore della scelta e dava spesso più informazioni sul gruppo di quante me ne potessero fornire gli amici. Ancora oggi, al di là di tutti gli strumenti che ho per “assaggiare” un disco appena uscito, quando una cover mi colpisce, il mio animo si scopre già ben disposto all’ascolto (ho anche preso cantonate vergognose con questo metodo bizzarro).
Un esempio su tutti: gli Wilco alcune settimane fa hanno mostrato in anteprima la cover del loro nuovo lavoro, Schmilco, in uscita il 9 settembre 2016: l’immagine di copertina, suddivisa in nove riquadri, riprende una celebre creazione dell’illustratore e fumettista spagnolo Joan Cornellà Vázquez (che adoro), rielaborata con qualche piccola aggiunta e modifica, per adattarsi meglio al formato del disco. Il mio apprezzamento per la band di Chicago è indiscutibile, ma una scelta del genere, per la confezione dell’album, so già che mi porterà ad un acquisto compulsivo a scatola chiusa.
Per quanto mi riguarda un disco ben concepito non può mostrare debolezze o cedimenti proprio su quello che sarà il suo primo manifesto e biglietto da visita: un’immagine potente, un’idea che funziona, diventa presto icona e penetra nell’immaginario collettivo, restando per sempre associata alla musica che accompagna, regalandone ulteriori chiavi di lettura, inscindibili dal contesto storico e creativo in cui è stata concepita.
Non voglio bruciarmi adesso spunti futuri, per questa “nuova vena” di C. & C. potenzilmente inesauribile, ma credo che l’esempio più emblematico sia quello di una “certa” banana creata da un “certo” Andy Warhol per un “certo” ensemble musicale newyorkése.
Tanto per dire.

Seguendo questo spunto, ho cercato di rimaneggiare un vecchio pezzo che avevo pubblicato su Zest Today (giornale online che tratta di arte nell’accezione più ampia possibile del termine, a me particolarmente caro) precedentemente, ma che troverà in un portale come Without Musicians il suo senso più compiuto e potrebbe inaugurare una serie di post successivi, sparsi nel tempo, senza cadenza precisa, in merito a un tema incredibilmente affascinante, quello dell’arte applicata alle copertine dei dischi (e in più generale al materiale visivo che serve a veicolarli).
Per rendere meglio fruibile la cosa, ho deciso di procede per tematica e medium utilizzato, raggruppando cover e immagini promozionali secondo determinati filoni creativi.
Ad aprire questa sotto-rubrica, o ramificazione (o come preferite chiamarla) del mio spazio, ho scelto la fotografia, uno dei linguaggi a me più congeniali. In particolare vorrei approfondire (portando alcuni esempi legati al mio background, fra i moltissimi disponibili) un approccio improntato, non sul ritratto o sul “momento rubato”, dove l’artista viene colto in un gesto spontaneo, ma sulla staged photography, la messa in scena, il fotomontaggio e la costruzione di immagini rappresentative della musica che vanno a raccontare.

La molla che mi ha fatto scattare il desiderio di scrivere su questo argomento, tempo fa, è stata la scoperta, totalmente casuale, della paternità della fradicia e glaciale copertina del disco Grave Dancers Union dei Soul Asylum: la allora sconosciuta band di Minneapolis sale improvvisamente in testa alle classifiche con il brano Runaway Train, che diventerà un classico rock degli anni ’90 (risultato che non raggiungeranno più, sebbene il lavoro successivo Let Your Dim Shine, sia il migliore della loro nutrita discografia). Il disco, intimo e sofferto, con graffi e spasmi che non riescono mai fino in fondo a ferire, ha il volto di un tableau del 1970 dell’inquieto ed enigmatico Jan Saudek (uno dei fotografi che preferisco in assoluto).

©Jan Saudek
Soul Asylum, Grave Dancers Union, ©Jan Saudek

Da qui il gioco è diventato una ricerca appassionata fra ciò che ricordavamo e ciò che ignoravamo totalmente.
Rocky Schenck, fotografo dalle due facce (una professionale concentrata su glamour, fotografia di moda e ritrattistica vip e l’altra trasognata e ancestrale, immersa in eccessi di luce e oscure silhouette di luoghi e personaggi indefiniti), caro a molti musicisti della scena underground americana, traduce in immagini le cupe discese negli inferi dell’eroina e dell’alienazione, invocate sottoforma di litanie, dagli Alice In Chains, gruppo culto della Seattle del “grunge”. Per loro confezionerà l’artwork dei due EP Sap (1992) e Jar of Flies (1994), oltre alla celebre “sindone” del deserto, per il capolavoro Dirt (1992).

Alice In Chains, Sap, ©Rocky Schenck
Alice In Chains, Sap, ©Rocky Schenck

 

Alice In Chains, Jar of Flies, ©Rocky Schenck
Alice In Chains, Jar of Flies, ©Rocky Schenck

 

Alice In Chains, Dirt, ©Rocky Schenck
Alice In Chains, Dirt, ©Rocky Schenck

Un booklet particolarmente intrigante a livello fotografico è sicuramente quello realizzato per Adore, disco più intimista e tendenzialmente dark della produzione degli Smashing Pumpkins di Billy Corgan. L’autrice del concept è Yelena Yemchuk, artista di origine ucraina, immigrata negli USA e legata, al di là dei suoi lavori professionali per la moda e il mondo dello spettacolo, ad un immaginario da favola nera, a tratti delicato, a tratti feroce e inquieto. Su Adore costruisce un racconto per immagini, dove ogni esistenza sembra perduta nella propria siderale solitudine, senza possibilità di riscatto: gli stessi componenti della band, sembrano preda di questa malinconia perversa, in cui si cullano come se stessero galleggiando a pelo d’acqua sopra un oceano nero come la pece.

The Smashing Pumpkins, Adore, ©Yelena Yemchuck
The Smashing Pumpkins, Adore, ©Yelena Yemchuck

 

Smashing Punpkins, Adore, ©Yelena Yemchuck
Smashing Punpkins, Adore, ©Yelena Yemchuck

 

Smashing Punpkins, Adore, ©Yelena Yemchuck
Smashing Punpkins, Adore, ©Yelena Yemchuck

Degno di nota è anche l’artwork, surreale e apertamente magrittiano, del secondo disco (Frances The Mute del 2005) del gruppo di El Paso, Mars Volta, che coniuga psichedelia, sperimentazione e animismo di matrice messicana. Dietro alla confezione dell’album si celano Storm Thorgerson (della Hipgnosis), Rupert Truman e Peter Curzon, veri maestri nella costruzione di immagini lisergiche, autori delle cover più celebri di gruppi come Muse, Audioslave, Dream Theater, The Cranberries, Biffy Clyro, Bruce Dickinson, Peter Gabriel, Led Zeppelin e soprattutto Pink Floyd.

Mars Volta, Frances the Mute
Mars Volta, Frances the Mute

Alcune immagini autoriali poi, vengono spesso estrapolate dalle loro serie d’origine (nata con fini ben diversi) e ri-contestualizzate sulle copertine dei full length, assumendo nuovi significati inediti, in rapporto alla musica che vanno a pubblicizzare. Come gli scatti del francese Bernard Pierre Wolff, che nel 1978 si dedica ad un’ampia documentazione fotografica in ambito cimiteriale, che confluirà nella pubblicazione Friends and Friends of Friends: due di questi scatti verranno utilizzati dal gruppo new wave inglese Joy Division, per l’album Closer (1980) e per il singolo Love Will Tear Us Apart (1980). Siamo di fronte a un concetto di artificio fotografico differente: le immagini mostrano due sculture, due porzioni decontestualizzate della decorazione lapidea del cimitero monumentale di Staglieno a Genova; ma il fatto di darle nuova vita, accostandole alle parole apparentemente indolenti ma al contempo tragiche di Ian Curtis, dietro la sintesi glaciale di un tappetto acustico scarno e ridondante, trasforma questi frame in piccoli teatri di intima disperazione, rendendo la pietra inerme, d’un tratto capace di provare dolore.

Joy Division, Closer, Bernard Pierre Wolff
Joy Division, Closer, Bernard Pierre Wolff

Squisitamente amatoriale e senza compromesso, è al contrario la fotografia scelta dal leader degli Xiu Xiu per identificare il suo secondo progetto musicale A promise: l’istantanea mostra un giovane nudo, sprofondato con le ginocchia nelle lenzuola disfatte di un letto anonimo, con al fianco i vestiti accuratamente ripiegati e nella mano sinistra una bambola. La leggenda vuole che la promessa di cui parla il titolo dell’album sia quella fatta dal cantante Jamie Stewart a questo prostituto vietnamita, che voleva assolutamente finire sulla copertina del suo nuovo disco.

Xiu Xiu, A Promise
Xiu Xiu, A Promise

Il contributo di importanti e talentuosi fotografi al mondo della musica alternativa è molteplice, non si limita alle sole cover o booklet dei prodotti discografici: fotografie promozionali e scatti che raccontano vicende legate all’artista, sono spesso piccoli capolavori che hanno contribuito fortemente a connotarne l’aura e a veicolarne una determinata impressione, nel tempo cementata nell’occhio dell’ascoltatore in cerca di riscontri continui.
Abbiamo già nominato Rocky Schenck, ma merita ricordarlo ancora, ad esempio per il raffinato ed essenziale set attorno a cui ha costruito lo struggente scambio di battute fra Nick Cave e PJ Harvey, per il singolo Henry Lee (di cui girerà anche il videoclip) contenuto nella personale Antologia di Spoon River dell’artista australiano, Murder Ballads; o l’ironia amara di una bella fotografia promozionale degli Eels, dove un tiepido Mark Oliver Everett, che abbiamo incontrato di recente, circondato da palloncini e nastri, festeggia un fantomatico compleanno, davanti a un tavolo ricco di caramelle colorate: l’immagine mette in luce sapientemente il contrasto tra le melodie morbide e quasi giocose del gruppo e i testi grigi e angosciati del suo frontman, rimasto negli anni orfano, prima del padre, poi della sorella e della madre.

Nick Cave & PJ Harvey, ©Rocky Schenck
Nick Cave & PJ Harvey, ©Rocky Schenck

 

Eels, ©Rocky Schenck
Eels, ©Rocky Schenck

Altro fotografo che ha contribuito in modo estremamente prolifico e vistoso all’agiografia di esponenti del mondo dello spettacolo e della musica è certamente David LaChapelle con copertine e quadri fotografici dal sapore quasi fiammingo. Molti sono i servigi resi dal suo occhio al mondo della musica pop, ma per restare coerenti al filone tracciato fino ad ora, preferisco descrivere uno dei contributi più emblematici della sua capacità di riassumere in una sola immagine, lo spirito e il fascino che si cela dietro a un personaggio e alla sua musica. Heaven to Hell è un saggio imperdibile di staged photography: un dittico dove nella prima immagine, una stanza piena di luce dipinta e alberi, ospita una versione “made in Seattle” della Pietà michelangiolesca con Courtney Love (leader delle Hole), seduta su una barella ospedaliera, a fare le veci della Madonna e un simulacro del mai abbastanza rimpianto Kurt Cobain (leader dei Nirvana), come un Cristo tossico, immolatosi per il pubblico, mentre ostenta i lividi della sua estasi, lungo il braccio. Ovunque oggetti su oggetti, a raccontare il bignami di un’esistenza e in primo piano una bambina dai riccioli biondi (allusione alla figlia Frances Bean, ormai adulta e già fotografata da molti fra cui lo stesso Shenck) che con i cubi delle costruzioni compone la didascalia della fotografia. Un mondo immobile come una visione sacra, a cui LaChapelle, darà inesorabilmente fuoco nell’immagine successiva (qui precedente nel montaggio), mettendo a nudo lo squallore di ciò che resta, avvolto nella fiamme.

Heaven to Hell ©David LaChapelle
Heaven to Hell ©David LaChapelle

Per concludere, uno degli sguardi che meglio riassume l’incontro, produttivo ed emozionante, fra fotografia e musica di un certo livello e di una certa profondità: Guido Harari, di cui abbiamo parlato qualche post fa in merito a De André. I suoi scatti si collocano nella sfera del ritratto, ma vanno oltre, legando i musicisti ad un particolare gesto, una location o una situazione minima, non teatrale, che ne amplifichi le caratteristiche interiori. Fra i moltissimi nomi passati per il suo occhio, ricordiamo Lou Reed, TomWaits, Vinicio Capossela, Jeff e Tim Buckley, Frank Zappa, Paolo Conte, Manuel Agnelli degli Afterhours e molti ancora. L’esempio che più si lega a questa nostra fotografia “altra” rispetto al comune reportage, mostra Leonard Cohen che si finge addormentato, con le dita vicino alla bocca, come un bambino, sopra un tavolo di prezioso antiquariato, al cospetto di un grande dipinto e incorniciato da due colonne scanalate: che Harari lo pensasse o no, non posso evitare di legare questa immagine ad una della più importanti della carriera di questo fotografo (la potete ritrovare nel post sopracitato), che racconta di un De André addormentato per terra, rannicchiato contro una valigia, durante la leggendaria tourné del 1978 insieme alla PFM. E sappiamo quanto Faber amasse Cohen e quanto sia oggi prezioso il lavoro di traduzione e reinterpretazione dei suoi pezzi più celebri.

Lonard Cohen, ©Guido Harari
Lonard Cohen, ©Guido Harari

 

Alessandro Pagni