Opere:

  • Tacita Dean, Girl Stowaway, 16 mm, colore e b/n, optical sound, 8 minuti, 1994.
  • Tacita Dean, Disappearance at Sea (Cinemascope), 16 mm, anamorphic film, colore, optical sound, 14 minuti, 1996.
  • Tacita Dean, Disappearance at Sea Ii (Voyage de Guérison), 16 mm, anamorphic film, colore, optical sound, 4 minuti, 1997.
  • Tacita Dean, Bubble House, 16 mm, colore, 7 minuti, 1999.
  • Tacita Dean, Teignmounth Ecelctron, 16 mm, colore, 7 minuti, 2000.

Prendo al volo il testimone passatomi da Nicola (De Zorzi) e dal suo ottimo pezzo, sul capolavoro dei Neutral Milk Hotel, In The Aeroplane Over The Sea.
Senza sapere come sarebbe andata a finire, ci siamo idealmente divisi il disco in due parti, la sua avrebbe percorso le vicende del Re dei fiori di carota dal principio fino a quella sera in Olanda, nel 1945, che ci ha raccontato in maniera tanto limpida e intrigante.
Secondo i patti, io avrei gestito a modo mio, il modo di C. & C., la seconda parte dell’album.
Più o meno è quello che ho cercato di fare, mantenendo la promessa (fatta a me stesso più che a lui) di non tornare sui primi pezzi, anche se una volta sola, sulla title track, è stato inevitabile e necessario.
Quando si parla dei Neutral Milk Hotel, farsi programmai troppo serrati, sarebbe un po’ come tradirli.
Quindi andiamo.

 

E un giorno moriremo
e le nostre ceneri voleranno
dall’aeroplano sopra il mare.
(Neutral Milk Hotel, In The Aeroplane Over The Sea)

Ho sentito parlare per la prima volta dei Vuelos de la muerte dalla geniale, provocatoria, antologia immaginaria La letteratura nazista in America di Roberto Bolaño.
Più avanti ne ho letto da qualche parte, anche in merito a questo disco (forse nel capitolo dedicato ai Neutral Milk Hotel, scritto da Gabriele “Capra” Malvasi dei Gazebo Penguins, dentro al libro Non ti divertire troppo, o altrove, ma non ricordo bene dove).
Comunque, i voli della morte furono una pratica attuata in Argentina, durante la Guerra Sucia nell’ambito del Processo di Riogranizzazione Nazionale, dal 1976 al 1983, che mirava a reprimiere ed eliminare tutti i gruppi sovversivi di guerriglieri marxisti e peronisti, attivi in quegli anni. La pratica di sterminio sopra citata, avvallata anche dalle gerarchie ecclesiastiche che la ritenevano misericordiosa e “cristiana”, consisteva nel comunicare ai detenuti il loro imminente trasferimento in centri di detenzione organizzati nel sud del paese, e che di conseguenza sarebbero stati sottoposti a vaccinazione preventiva. In realtà l’iniezione serviva ad addormentare le vittime, che venivano poi spogliate, caricate su un camion e imbarcate su specifici aerei che avrebbero raggiunta la costa e da lì il mare aperto. La maggior parte delle vittime veniva gettata nell’oceano, da un’altezza considerevole, ancora incosciente. Altri invece si svegliavano, rendendosi conto perfettamente di quello che stava accadendo.
Esseri umani per sempre perduti (letteralmente), a cui si negava, oltre la vita, il ricordo di chi restava e non poteva sapere più che fine avessero fatto, covando per il resto dei giorni un dubbio sena risposta.

Dolce comunista,
Figlia comunista
In piedi sull’acqua sporca di alghe,
Il seme macchia le cime delle montagne,
Il seme macchia le cime delle montagne.
(Neutral Milk Hotel, Communist Daughter)

Che Jeff Magnum pensasse a questo (alle esecuzioni aeree), quando ha scritto uno dei dischi più importanti e onesti degli anni ’90, non possiamo esserne certi. Ma sicuramente aveva chiaro nel ricordo, per un’empatia stupefacente con la vicenda di Anne Frank (che è il perno su cui ruota l’itero lavoro), come se fosse stato presente, l’odore del fumo, la cenere nera come la gonna di una donna in lutto, mentre sale con la sua macabra danza, dai forni crematori su, lungo la verticale dei camini in mattoni, allineati come soldati obbedienti nei campi di sterminio (Anna in realtà, quando morì per tifo esantematico nel Campo di concentramento di Bergen-Belsen, fu seppellita in una fossa comune).

E lei sa che non avrà mai paura
Di guardare il foglio del mattino venire risucchiato
In un buco dal quale nessuno può fuggire.
(Neutral Milk Hotel, Ghost)

Le due spaventose “procedure” per l’eliminazione di esseri umani, entrambe maniacalmente disciplinate (il che implica che qualcuno le abbia considerate alla stregua di piani aziendali, ed è agghiacciante), hanno come denominatore comune la cancellazione della memoria, personale e collettiva, l’antitesi del ricordo, del retaggio, che uccide anche ogni possibile futuro di altri.
Il disco dei Neutral Milk Hotel, è un vademecum per non dimenticare, ma la ricetta di Jeff Magnum non è un’ingessato, gelido, monumento ai caduti. La vicenda di Anne si intreccia con la sua vita, si compenetrano l’una nell’altro come amanti che si sono conosciuti un giorno in un luogo diverso, un tempo che non esiste, dove sono riusciti a esprimersi liberi e senza compromessi, e il sapore di quella libertà sembra averli segnati per sempre, una volta tornati ciascuno al proprio “presente”.
I ricordi sono l’unica cosa che ci accompagna alla fine, quando tutto il resto, dai beni materiali, alla vitalità del nostro corpo e del nostro sentire, viene meno.

Oh, splendore, sarò insieme a te quando ti mancherà il respiro,
Mentre starai inseguendo l’unico ricordo significativo che penserai ti sia rimasto
Con qualche piacevole, luminosa e frizzante terribile scena
Che si faceva gli affari suoi sul tuo petto.
(Neutral Milk Hotel, Oh Comely)

Alla fine degli anni ’90 (il nostro capolavoro è datato 1998), si è sviluppata una forma d’arte che si muoveva fra performance e istallazione, improntata su una sensibilità diremo “archivistica”, che spesso trovava sbocco in contesti lontani dai normali canali dell’arte, come esposizioni temporanee, gallerie, musei. Si trattava spesso di indagini informali su una specifica figura o avvenimento di un certo rilievo, proveniente dal mondo della storia, della politica, della filosofia o della letteratura. I materiali di quest’arte, come in ogni archivio, erano eterogenei, il più delle volte trovati o costruiti ex novo, di carattere pubblico o privato, reali o addirittura falsi.
Una delle esponenti più interessanti di questa corrente, per quanto riguarda il nostro discorso sull’oblio (e il suo vitale opposto), è stata l’artista visuale inglese Tacita Dean, che era solita lavorare con medium diversi come la fotografia, il disegno, le registrazioni sonore, ma principalmente il cortometraggio accompagnato da testi.
L’anello di congiunzione con il cantautore della Louisiana è la fortissima attrazione della Dean per persone, luoghi, cose abbandonate, dimenticate, perdute (come lo sarebbe stata Anne se suo padre non avesse scelto di mostrare e far pubblicare l’ormai celebre diario) e l’intento commovente di ripercorrere le loro vicende per riabilitarne la memoria.
Ed è la storia stessa, riportata alla luce, mentre si intreccia con la ricerca dell’artista, creando nuove diramazioni di racconti, aneddoti e scoperte inattese, che diventa opera d’arte: la contaminazione di due diversi tempi storici, luoghi geografici e immaginari, crea significati inediti e doppiamente seducenti.

Passeggera clandestina (1994), un film in parte a colori e in parte in bianco e nero, della durata di 8 minuti, con un testo di accompagnamento di carattere narrativo, nasce dal ritrovamento da parte dell’artista, dentro a un libro, della fotografia di una giovane donna (Jean Jeinnie), che nel 1928 si imbarcò clandestinamente su una nave chiamata Herzogin Cecilie che andava dall’Australia verso l’Inghilterra. Molti anni dopo la nave fu portata verso la baia di Starehole nel Devon dove rimase arenata per un anno e il mare la distrusse definitivamente. Dalla ricerca di tracce legate a questa sconosciuta, nacquero una serie di coincidenze che diventarono l’essenza stessa di questa opera “archivistica”: prima la Dean perse la fotografia (l’unico appiglio e punto di partenza del suo peregrinare) a Heathrow (dentro una borsa spedita a un destinatario sbagliato) ma la ritrovò più avanti, casualmente, a Dublino; poi nel corso delle ricerche sulla ragazza sentì ovunque richiami più o meno espliciti al nome di lei, dalla canzone di David Bowie Jean Genie allo scrittore Jean Genet; e quando raggiunse Starehole Bay sulle tracce dei resti della nave, durante la notte che trascorse in quella zona, venne uccisa una ragazza nelle scogliere sopra al porto. Il percorso della Dean, non è lineare, è intricato, imprevedibile, passibile di accadimenti e sollecitazioni esterne che ne fanno virare improvvisamente la direzione, rendendo questo approccio un’allegoria del “fare artistico” che ne sottolinea la totale aderenza alla vita vera.

Dal progetto Girl Stowaway. Fotografia trovata da Tacita Dean in un libro.
Dal progetto Girl Stowaway. Fotografia trovata da Tacita Dean in un libro.

In un’altra opera composta da cortometraggio e testo, Tacita racconta la storia di Donald Crowhurst, uomo d’affari fallito che viene spinto a partecipare alla Golden Globe Race, tentando l’impresa (mai riuscita) di compiere l’intero giro del mondo non stop e in solitaria, con una barca a vela. Purtroppo l’uomo non era preparato alle difficoltà di un viaggio del genere e il suo trimarano (Elettrone di Teignmouth) non era adatto a percorrere quella distanza. Le cose in breve tempo andarono in modo disastroso: l’uomo, in preda a squilibrio temporale, interruppe i contatti radio, falsificò i giornali di bordo (le annotazioni riportavano un discorso delirante su Dio e l’universo) e alla fine, a poche miglia dalla costa inglese, si lanciò dalla barca col suo cronometro.
L’assurda vicenda è raccontata in tre film.
I primi due, dal titolo, Sparizione in mare I e II (1996-1997), sono stati girati presso due fari: uno vicino a Berwick e le immagini mostrano le lampade del faro che si alternano a vedute vuote dell’orizzonte mentre lentamente scende il buio; l’altro in Northumberland mostra, seguendo la rotazione del meccanismo di illuminazione, un mare sconfinato e privo di tracce umane.

Dal progetto Disappearence at sea II. Still da film dal faro di Northumberland
Dal progetto Disappearence at sea II (1997). Still da film dal faro di Northumberland.

Per realizzare il terzo cortometraggio, Elettrone di Teignmouth (2000), la Dean si reca a Cayman Brac, nei Caraibi, per filmare i resti del trimarano, che come racconta, regalandoci il succo esatto della questione che stiamo affrontando, aveva «l’aspetto di un carro armato o di una carcassa di un animale o di un esoscheletro lasciato da una famigerata creatura oggi estinta. […] In ogni modo, niente più tracce della sua funzione, dimenticato dalla sua generazione e abbandonato dal suo tempo». [1]

Aerial View of Teignmouth Electron, Cayman Brac 16th of September 1998 2000 Tacita Dean born 1965 Purchased 2000 http://www.tate.org.uk/art/work/P78389
Dal progetto Teignmouth Electron (2000).  Veduta aerea del trimarano Teignmouth Electron, Cayman Brac 16th of September 1998.

L’artista inglese lascia che questo nuovo lavoro si sviluppi ulteriormente in modo imprevedibile e vada oltre la vicenda dell’uomo d’affari: mentre si trova a Cayman Brac, scopre una struttura disabitata, chiamata dagli autoctoni Casa Bolla e decide di documentarne la presenza in un altro filmato (1999), considerandolo un ottimo accostamento con lo scheletro dell’imbarcazione. L’edificio, disegnato da un francese, poi finito per appropriazione indebita in galera, doveva essere un rifugio perfetto per proteggersi dagli uragani, con la sua forma ovale e aerodinamica, particolarmente resistente alle raffiche di vento. L’opera incompiuta e lasciata a se stessa, divenne presto un rudere inquieto e bizzarro.

Dal progetto Bubble House (1999).
Dal progetto Bubble House (1999).

È così strano guardare a queste anime perdute, a questi relitti di giorni andati, come a qualcosa che seppur distante nel tempo e nello spazio, ci riguarda?
È così lontano dalla verità, pensare che Tacita Dean e Jeff Magnum, nel loro percorso, abbiamo fatto la stessa, identica cosa, semplicemente utilizzando linguaggi diversi? Ovvero dare udienza a persone perdute senza più voce e, nelle pieghe del tempo e dello spazio, stravolgendone le leggi, per un attimo incontrarle, sentirle dentro, come una parte ormai inscindibile del loro bagaglio e quindi della loro essenza, qualcosa che assomiglia terribilmente all’ostinazione e all’amore.

Ma adesso cerchiamo noi stessi
Nello stomaco di un estraneo.
Metti qua il tuo corpo,
Lascia che la tua pelle inizi a fondersi con la mia.
(Neutral Milk Hotel, Oh, Comely)

In The Aeroplane Over The Sea, è un disco che tocca un infinito ventaglio di spunti, ma parla anche, semplicemente e in maniera unica, di amore, di passione fisica e mentale, e soprattutto di resistenza all’oblio.
C’è questo sopra ogni altra cosa, l’opposizione forte, tenace, gridata (con quella voce tagliente che fa venire i brividi in Oh, Comely) alla dimenticanza, all’abbandono, alla perdita della memoria, al suo annichilimento come strumento di repressione, di devastazione, da parte dell’animale uomo.
Il grande manuale di arte del ‘900, che mi ha accompagnato negli anni dell’università, chiude l’argomento Tacita Dean dando una definzione dei suoi lavori, che trovo assolutamente adatta anche al disco dei Neutral Milk Hotel nel suo legarsi a doppio nodo con il diario di Anna Frank e a tutti gli altri percorsi sghembi che intraprendiamo dandoci un punto di partenza, senza mai sognarci di prevedere quale possa essere il luogo dove scriveremo la parola “fine”, dal momento che potremmo fare incontri capaci di portarci per sempre altrove:

In un certo senso tutti i suoi oggetti fungono da arche di temporalità malsicure, nelle quali il qui e ora dell’opera funziona come un nodo tra un passato non finito e un futuro riaperto: il suo desiderio di volgere visioni fallite del passato in scenari di futuro alternativo – in altre parole, di trasformare i resti archivistici del non luogo in una sua possibilità utopica. [1]

Utopia per utopia, voglio immaginare una sera qualsiasi, nel 1999, un anno dopo l’uscita del disco.
Jeff Magnum, arrivato da chissà dove, approda a Cayman Brac. Dopo un giorno intero a girovagare senza meta con la sua chitarra in spalla, trova davanti al mare, come fosse l’uovo dimenticato di un dinosauro gigantesco, la Casa Bolla. Ci entra dentro. Dopo uno sguardo sommario alla struttura, raggiunge una delle finestre più grandi, un quadrilatero con gli angoli smussati che si affaccia sul mare aperto e  si siede per terra con la chitarra, mentre il tramonto caraibico macchia il cielo di sangue. Tacita Dean è lì a fotografare l’esterno del rudere e non si accorge di quella sagoma che si staglia contro il cielo della sera. Lui comincia a suonare Two Headed Boy Part Two per un pubblico che non c’è. Forse per il pubblico che ha dentro. Per l’uomo scomparso in mare dopo essersi gettato dalla sua barca, per la donna che amava nascondersi nella stiva delle navi come fosse un gioco, per l’uomo che disegnava case a forma di uovo di dinosauro e poi chiaramente, per Anna. Gli ultimi versi, quelli che mettono la parola “fine” alle undici tracce di In The Aeroplane Over The Sea, le pronuncia con la lucidità commovente e arresa di chi ha imparato, forse tardi, l’unico semplicissimo segreto che sta dietro ai rapporti umani

Ragazzo a due teste, lei è tutto ciò di cui avresti bisogno,
Ti nutrirà con pomodori e cavi della radio,
Ti coprirà con coperte sicure e pulite,
Ma non odiarla quando si alzerà per andarsene.
(Neutral Milk Hotel, Two Headed Boy Part Two)

con la voce che si spegne sull’ultimo accordo, il rumore della chitarra che viene appoggiata al muro e un sospiro quasi impercettibile, prima del silenzio.

Dal progetto Bubble House (1999).
Dal progetto Bubble House (1999).
[1] H. Foster- R. Krauss, Arte dal 1900. Modernismo, Antimodernismo, Postmodernismo, Milano, Zanichelli, 2007, p. 669.