Tutti sanno, cioè, che un clown dev’essere malinconico
per essere un buon clown, ma che per lui
la malinconia sia una faccenda seria da morire,
fin lì non arrivano.
(Heinrich Böll, Opinioni di un clown)

 

Opere:

• Jason deCaires Taylor, Urban Reef.
• Jason deCaires Taylor, Viccisitudes, Depth 5m, Grenada, West Indies.
• Jason deCaires Taylor, Banker, Depth 6m, MUSA Collection, Cancun/Isla Mujeres, Mexico.
• Jason deCaires Taylor, The Listener, Depth 5m, MUSA Collection, Punta Nizuc, Mexico.
• Jason deCaires Taylor, Man on Fire, Depth 8m, MUSA Collection, Cancun/Isla Mujeres, Mexico.
• Jason deCaires Taylor, Anthropocene, Depth 8m, MUSA Collection, Cancun/Isla Mujeres, Mexico.
• Jason deCaires Taylor, The Dream Collector, Depth 8m, MUSA Collection, Cancun/Isla Mujeres, Mexico.
• Jason deCaires Taylor, Reclamation, Depth 5m, MUSA Collection, Punta Nizuc, Mexico.
• Jason deCaires Taylor, The Lost Correspondent, Depth 8m, Grenada, West Indies.
• Jason deCaires Taylor, The Gardener, Depth 5m, MUSA Collection, Punta Nizuc, Mexico.

Si dice che Nick Drake abbia ideato, pensato o quantomeno, iniziato a comporre, il suo ultimo indiscutibile capolavoro Pink Moon, ad Algeciras, nella spagnola Costa del Sol, dove Chris Blackwell, fondatore della Island Records, aveva una villa sul mare che mise a disposizione del cantautore inglese, per lasciarlo libero di combattere i propri fantasmi, sperando che la luce e l’aria frizzante del luogo, riuscissero a scuoterlo.
Il risultato di quel periodo sabbatico è ancora oggi sconcertante.
Un vento tagliente di gennaio, ha lasciato segni profondi sulla pelle della torrida estate spagnola, fra corpi nudi e risate, alcool e feste. Una figura esile, incerta sulle lunghe gambe come un idolo dinoccolato di Giacometti, ripercorreva ogni giorno gli stessi passi, dalla spiaggia alla villa, dalla villa alla spiaggia.
Uno dei più bei dischi che siano mai stati scritti, era già lì, in potenza, come una grossa bolla di sapone rosa, prossima a esplodere.
Immaginiamo il fragile ragazzo del Warwickshire, come un estraneo, un alieno, per se stesso e per le persone che raramente incrociava sulla sua strada. E le infinite giornate in attesa: perché l’ispirazione, l’idea giusta, è come un incontro desiderato con impazienza, che ci fa controllare in continuazione l’orogologio e mentre aspettiamo, sembra non arrivare mai.
Concedetemi di romanzare, di inventare d’ora in poi e perdermi in una licenza poetica che cerca di dire qualcosa di più su questo disco.
Doveva essere davanti al mare, forse di notte o presto, prestissimo, al mattino, quando ha sentito per la prima volta quelle voci chiamarlo. Quei fantasmi che doveva in ogni modo combattere erano singhiozzi, risa e lamenti, trascinati a riva dalle onde. Ho sempre pensato a questo disco come la lunga improvvisazione di una notte, con la sabbia umida appiccicata ai pantaloni, i piedi nudi, coperti e scoperti senza requie, dalle andate e ritorni della risacca, l’aria carica di elettricità, odorosa e densa, le stelle paurosamente distanti e un po’ beffarde.

Werner Herzog, nel suo film-documentario (oggi diremo mokumentary) L’ignoto spazio profondo, racconta la storia di una comunità aliena, che vivrebbe ancora oggi mescolata agli esseri umani, arrivata molti anni fa sulla terra da un pianeta della stella Andromeda, per trovare un luogo più ospitale dove condurre la propria esistenza. Le immagini che dovrebbero mostrarci il pianeta di provenienza (caratterizzato da un’atmosfera composta da elio liquido con un cielo perennemente ghiacciato) di questa nuova razza, sono in realtà riprese subacquee del ghiaccio che ricopre gli oceani polari, come un soffitto variopinto, carico di contrasti e gradazioni cromatiche e nel tappeto sonoro del nostro respiro, che senza di noi non sarebbe altro che silenzio e bolle d’aria, danzano meduse pallide incontrando piccoli banchi di pesci bianchi come spettri.
Mentre scorrono immagini di una quiete che effettivamente non sembra terrestre, il racconto dell’alieno, portavoce della proproia gente (interpretato da Brad Dourif), ci accompagna ricordando, non senza malinconia, la bellezza del suo pianeta perduto:

La fauna è una delle altre cose che rende il mio pianeta così bello. Le creature ti parlano, cercano un contatto con te. Adesso sono tristi perché sono rimaste sole.

Tutto questo, Drake, Herzog, il silenzio degli iceberg , di cui un amico che ha avuto la fortuna di vederli, una volta mi ha parlato, con parole che non so riportare adesso, ma che rendevano perfettamente l’idea dell’abisso che sta sotto di noi, dentro di noi, dell’enorme mondo sotterraneo (o sommerso) che ci riguarda e che il più delle volte celiamo agli altri. Tutto questo, appunto, mi ha portato alle dolenti statue sottomarine di Jason deCaires Taylor, artista quarantenne anch’esso inglese (di madre guianese) specializzato in scultura e fotografia subacquea: i suoi lavori sono calchi presi da figure umane, e trasformati in statuaria utilizzando una miscela di cemento per uso marino, sabbia e microsilice, che danno luogo a uno speciale calcestruzzo a ph neuro, capace di durare centinaia di anni; in altri casi usa un composto inerte a base di ceramica e vetro che non è soggetto a reazioni chimiche. Le sue opere, sono concepite come supporti artificiali per l’attecchimento di coralli, spugne e alghe per stimolare il ripopolamento dei reefs e la formazione di barriere coralline.

Jason deCaires Taylor, Viccisitudes.
Jason deCaires Taylor, Viccisitudes.

Il risultato è quello di opere d’arte che lentamente vengono inglobate e rimodellate dalla natura, fondendosi con essa, trasformandosi, mutando nei lineamenti, colorandosi e decolorandosi, in una metamorfosi continua che ridona vita a quei silenziosi fantasmi, riporta a galla questioni sospese, cose non dette, spezzando il silenzio con voci su voci.
Una strana aura permea queste sculture mute, che da un lato somigliano a relitti lasciati lentamente a marcire e dall’altro diventano terreno fertile per continue rinascite.

Così immagino che abbia percepito l’arrivo dell’ispirazione Nick Drake, con le dita dei piedi affondate nella sabbia fradicia e quelle della mano a gocciolare arpeggi liquidi sulla Guild che non lo lasciava mai completamente solo.
L’ispirazione che lo raggiunge, a pelo sull’acqua, e gli gonfia gli occhi di lacrime, come un ricordo che a tradimento ci commuove, mentre stiamo guidano, o ci troviamo in un luogo che non c’entra assolutamente niente, come un supermercato, il posto di lavoro, o a una cena fra amici.

Jason deCaires Taylor, Urban Reef.
Jason deCaires Taylor, Urban Reef.

Urban Reef di Taylor, una villetta con le imposte spalancate e il camino fatto di pietre sghembe, sembra la dimora di un passato che guardiamo nella solitudine dei nostri dopocena, quando colonizziamo un punto della casa e tiriamo tardi, con della musica adatta, o parole da un buon libro che abbiamo già letto, per alimentare quella nostalgia dolciastra che segretamente amiamo.

Ed ero verde, più verde della collina
Dove crescevano i fiori
e il sole brillava ancora
Adesso sono più scuro del mare più profondo
Fatemi passare, datemi un posto in cui stare.
(Nick Drake, A Place To Be)

Jason deCaires Taylor, Man on Fire.
Jason deCaires Taylor, Man on Fire.

Man On Fire, fa pensare all’impossibilità di essere diversi da ciò che siamo intimamente: quest’uomo che accetta a occhi chiusi, come se aspettasse un pugno in faccia, le conseguenze del proprio vissuto. Resta saldo, esprime un’immobilità millenaria, pur essendo vestito da individuo qualunque, (pantaloni e canottiera), sa che è lì per sua volontà, è consapevole e per sempre perduto, come lo scorpione che sceglie di affogare pur di assecondare l’istinto, uccidendo la rana che lo sta trasportando sul dorso.

Puoi dire che il sole splende
se lo vuoi veramente
Io posso vedere la luna
e mi sembra così chiara
Puoi imboccare la strada che adesso
ti porta alle stelle
Io posso solo prendere una strada
che mi seguirà fino in fondo.
(Nick Drake, Road)

Jason deCaires Taylor, Banker.
Jason deCaires Taylor, Banker.

Banker, uno, due, tre, cinque, tutti uguali, come gli uomini che piovono dal cielo in Golconda di Magritte, tutti come struzzi, con la testa nella sabbia e le valigette chiuse con attenzione, mentre Nick Drake li pensa dalla spiaggia, si discosta da loro, si sente un outsider e sa che in fondo, questo, a modo suo, lo salverà.
Di nuovo, ancora, l’ineluttabilità della propria essenza:

E guarda, puoi vedermi
per terra
Perché sono il parassita di questa città
E guarda, puoi vedermi nello sporco
Perché sono il parassita che
pende dalla tua gonna.
(Nick Drake, Parasite)

Jason deCaires Taylor, Anthropocene.
Jason deCaires Taylor, Anthropocene.

Tutto quello che vediamo nelle profondità marine, sembra lo specchio, il residuo evanescente di un momento passato, qualcosa che ha lasciato, di noi, una traccia indelebile, tanta era l’intensità del nostro sentire. Sembra un giovane, forse una ragazza, non è chiaro chi sia la figura accovacciata sopra al parabrezza di un Maggiolino Volkswagen, rimasto bloccato in fondo al mare (Anthropocene), ma è palpabile la familiarità per chiunque, di quella posizione fetale, che abbiamo tutti, almeno una volta assunto, durante un momento di disperazione, quando l’unico desiderio era quello di addormentarsi e risvegliarsi coscienti che era stato solo un brutto sogno, qualcosa di mai realmente accaduto (sebbene il messaggio primario sia di carattere ecologico, come molte delle realizzazioni di Taylor).

Chi amerai?
Da chi sceglierai?
Dalle stelle là sopra…
A chi risponderai?
Chi chiamerai?
Chi prenderai
Per te sola e per tutti?
E dimmi adesso:
Chi amerai di più?
(Nick Drake, Which Will)

Jason deCaires Taylor, The Listener.
Jason deCaires Taylor, The Listener.

The Listener, è un’opera sorprendente, che sintetizza nella sua essenza tutti gli elementi che abbiamo messo in campo. La statua, una figura antropomorfa, coperta da calchi di orecchie, fa parte di un progetto in collaborazione col Music Reserch Institute dell’Università del North Carolina-Greensboro: dentro alla sagoma è inserito un particolare microfono subacqueo che registra senza sosta i suoni del mondo sottomarino. Impossibile e irresistibile non tendere tutte quelle orecchie surrogate all’unisono, come il fantasma di migliaia di ascoltatori incompresi, per carpire dal fondo dell’Oceano le onde sonore di un posto lontanissimo in Spagna, vicino a Gibilterra, dove una strana cantilena, dall’oscuro significato, fa pressappoco così:

L’ho visto scritto e l’ho sentito dire
La luna rosa è in arrivo
E nessuno di voi può arrivare così in alto
La luna rosa vi prenderà tutti quanti.
(Nick Drake, Pink Moon)

Jason deCaires Taylor.
Jason deCaires Taylor.

E la notte, come succede a volte, queste creature che sono scie di rimpianti imprigionati fra i denti, diventano inquietanti grida afone, che mettono a nudo i dubbi atroci sul senso di tutto questo sbattersi, tutte quelle cose nascoste dietro al sole, che facciamo finta di non sapere come un oliato marchingegno di autoconservazione.
Anche la voce di Nick si fa più cupa, più torbida, sembra sentire la fatica, lo sforzo di crederci, di andare avanti.

Per favore stai attento a quelli
che guardano fisso
Sorrideranno soltanto nel vederti
Perdere tempo
E una volta che hai visto ciò che sono stati
Non varrà la pena vincere la terra
La tua notte o il tuo giorno
Chi sentirà ciò che dico?
Guardati intorno, troverai la terra
Non è così lontana da dove ti trovi tu
Ma non essere troppo saggio
Perché laggiù non si cresce mai.
(Nick Drake, Things Behind The Sun)

Jason deCaires Taylor, The Gardener.
Jason deCaires Taylor, The Gardener.

Con The Gardener, Taylor, dispone una serie di vasi vuoti intorno a una giovane, che con pazienza stoica e tutta la fiducia che caratterizza la sua giovane età, aspetta che il suo giardino fiorisca rigoglioso, senza che labbra abbandonino mai quello splendido accenno di sorriso da Monnalisa di pietra.

Cadendo veloce e libero cerchi di trovare un amico
Cadendo veloce e libero questa potrebbe essere proprio la fine
Cadendo veloce ti pieghi a toccare e baciare i fiori che si inclinano
E ti senti pronto adesso
Per la produzione del raccolto.
(Nick Drake, Harvest Breed)

Jason deCaires Taylor, The Lost Correspondent.
Jason deCaires Taylor, The Lost Correspondent.

Lost Correspondent, o meglio una delle fotografie scattate all’opera, che mostra l’uomo seduto davanti alla scrivania, di schiena con i bracci stretti sui tasti della macchina da scrivere, è stato la copertina di Ukulele Songs di Eddie Vedder.
L’ho vista e mi ha subito rapito. C’era tutta l’alienazione, l’isolamento, l’altrove che è proprio della dimensione di chi scrive. La sento inevitabilmente mia e, sebbene sia rivolta ad altro tema e si porti dietro probabilmente un abisso di solitudine, mi riempie gli occhi di una sensazione che potrei dire, fresca, salvifica, qualcosa come una fenice che ogni volta si rigenera dalla propria distruzione, per andare un passo ancora oltre.
Questo correva sulle dita del timidio cantautore inglese, ben oltre il terribile epilogo che ne ha visto la precoce fine, qualcosa che non aveva tinte nere, ma azzurre e vibranti di vita, come il cielo visto dal fondo del mare, dove i raggi del sole non bruciano la pelle e scendono morbidi come strisce di stoffa chiara che danzano nel vuoto.
Siamo tutti qui, in fondo, a fare cose apparentemente senza senso, se pensiamo al tempo del mondo, alle ere geologiche, alle glaciazioni, alle estinzioni e alle infinite attese che comportano uno scatto evolutivo. Eppure siamo qui con queste stronzate, con questi giocattoli fatti di suoni e parole, perché banalmente, abbiamo capito che sono un modo come un altro, per sentirci bene.

Poi cadde la notte
E l’aria era bella
La notte scese tutt’intorno
Così guarda, vedi i giorni
Le vie colorate senza fine
E va a giocare il gioco che hai imparato
Dal mattino
E adesso ci solleviamo
E siamo dappertutto
Adesso ci solleviamo dalla terra
E vediamo che vola…
E lei è dovunque
Vediamo che vola tutt’intorno
Così guarda, osserva i panorami
Le notti d’estate che non finiscono mai
E va a giocare il gioco che hai imparato
Dal mattino.
(Nick Drake, From The Morning)

Jason deCaires Taylor, Reclamation.
Jason deCaires Taylor, Reclamation.