Opera: Tracey Emin, My Bed, 1998, Tate Britain, Londra

Questo è il posto dove poggiava la testa/quando andava a dormire la notte/e questo è il posto dove sono stati concepiti i nostri figli/di notte le candele illuminavano la stanza racconta dimesso, in una confessione a denti stretti Lou Reed, quasi a chiusura del suo disco più bello e controverso. Poi rincara la dose e quasi con noncuranza aggiunge: E questo è il posto dove si è tagliata le vene/quella notte bizzarra e fatale.
È il 1998 quando Tracey Emin, talentuosa esponente di spicco del gruppo Young British Artists, dopo essere stata lasciata dal suo compagno, passa letteralmente quattro giorni a letto fra sbornie, scopate occasionali e pianti ininterrotti. Poi finalmente si desta da quella segregazione auto-inflitta, contempla il risultato di quella disperazione, lo fotografa, si appunta tutto e, nello stile del ready-made duchampiano, quel letto, lo “mette su un piedistallo”, trasformandolo in uno dei lavori più intriganti della sua carriera, esposto l’anno seguente alla Tate Britain per concorrere al Turner Prize. E il motivo è semplice da capire, quel letto riguarda un po’ tutti.

L’ho sempre considerata la più struggente opera d’arte in materia di amore: il luogo dove ci siamo conosciuti la prima volta con addosso una sensazione simile alla fame e, nonostante l’arroganza dei nostri gesti svelti e smaniosi, veleggiavamo incerti sopra un mare nuovo, mai provato. Poi la seconda, la terza volta, aggiustare la mira, comprendere le necessità dell’altro, qualcosa da bere e da fumare subito dopo, droghe, oggetti parcheggiati intorno, vestiti sparsi per terra, le confessioni a cuore leggero del post orgasmo, aneddoti, storie di quando eravamo bambini. Anche gli scontri prima o dopo, che portavano a scuse, altro sesso ancora o l’abbandono di quell’osai per l’uno o per l’altra. E intrusi, intrusi inattesi dal niente, di cuore o semplicemente di saliva, sperma, sudore, a volte con rabbia, a volte con impazienza. Il sonno poi, quel posto in cui diventiamo fragilissimi e ci offendiamo nel buio se l’altro non ci viene a cercare e lo vive come uno spazio solo suo e invalicabile, o quando è un freddo assurdo e i corpi si avvicinano e respirano insieme, si squagliano col caldo e si calcificano col gelo dell’inverno.

C’è un disco che più di tutti nella mia mente, descrive le parabole ascendenti e discendenti dei rapporti, i nostri segreti sconci o sconsiderati, le fantasie che non possiamo dire, parole non volute, i gesti cattivi, per paura di sembrare deboli a volersi semplicemente bene. Manuel Agnelli per scriverlo, registrarlo, produrlo ha cercato oltreoceano uno spirito affine, qualcuno che lo aiutasse a rendere tangibili queste splendide dolorose fratture nel sentimento: Greg Dulli, l’uomo dietro agli Afghan Whigs, ai Twiligth Singers, il gemello cattivo di Mark Lanegan, la penna dietro a Be Sweet. Ne esce fuori un disco cupo, doloroso, pieno di notte e di confessioni scomode, cinico e al contempo dolce, fatto di lacrime e risate inquietanti, Ballate per piccole iene, un dialogo a due sul rettangolo di un letto, con continue oscillazioni, dove l’amore è una patologia, una pianta infestante da estirpare, dove viene fuori la parte peggiore di noi, quella più vera e se possibile più affilata.

Così Tracey Emin, in quei quattro giorni di delirio, fra la voglia di vendetta e la disperazione per la nuova pungente distanza, si abbandonava a se stessa, si scordava di se stessa, come una piccola iena disperata incapace di ferire: la testa è così piena, che non pensi più/ ti si aprono le gambe oppure le hai aperte tu?
E come a chiudere un cerchio, torniamo a Lou Reed, perché nella versione inglese del disco degli Afterhours, Ballads for Little Hyenas, troviamo nel mezzo delle parole scritte da Agnelli, una versione di The Bed più calda, forse più leggera, nel suo diventare canzone e perdere il carattere intimista della litania, con l’addizione di percussioni, cori e un crescendo di chitarre che finisce per dissipare quell’inquietante senso di accettazione della tragedia che sembrava caratterizzare la versione originale.
Quel letto, come un’enorme targa commemorativa è ciò che rimane alla fine di un rapporto, mentre noi, Tracey, Manuel, chi non sceglie di spegnere la luce prematuramente, andiamo avanti e ripetiamo, come la puntina di un disco che inciampa senza soluzione sullo stesso solco, le parole che chiudono l’ultima traccia delle Ballate:

Sopravviverai.
Sopravviverai.
Sopravviverai.

 

Alessandro Pagni