La città nelle profonde ore notturne. Presenze che attraversano strade illuminate dalla fredda luce gialla dei lampioni. Un vicolo infinito e buio: movimenti invisibili e sussurri s’affacciano sullo sfondo.
I luridi anfratti di una notte piovosa, con l’acqua che s’infiltra fra le grate arrugginite. Uno sguardo verso il sotterraneo e una musica che lentamente aumenta d’intensità e colore, e che avvolge l’aria di un atmosfera lugubre.
Burial significa letteralmente “sepoltura”, come sepolte nella foschia sono la musica e la forma di William Emmanuel Bevan, un mago dell’anima che ha saputo spiritualizzare la musica elettronica come nessun altro negli ultimi anni.

Dalle ceneri…
Tutto inizia nei sobborghi di South London, dalle macerie degli ormai dimenticati rave, dagli echi lontani della Jungle e dell’Acid Techno. Il giovane William, nonostante non avesse mai provato l’esperienza diretta di un rave, è un fan di quella musica, ma soprattutto è un grande fan dei brani più oscuri e delle melodie più tetre alla Massive Attack. Durante i primi anni del millennio Steve Goodman (alias Kode9), fondatore dell’etichetta Hyperdub, è il destinatario dei primi esperimenti musicali di Bevan. Goodman intuisce il potenziale di quei primi e decide di lanciare Burial con un Ep dal nome molto coerente. Nel 2005 esce “South London Boroughs”: forte è la presenza della rave music, mitigata però da cupi pad ambient e da quelli che sembrano voci rubate dalla strada. Segue l’anno dopo un altro Ep, “Distant Lights”, in cui Burial anticipa alcuni pezzi che faranno parte del primo omonimo disco “Burial”: beat techno appena accennati e tanto misticismo avvolti nei suoni delle strade di Londra. Pezzi come “Pirates” e “Gutted” rinfrescano il mondo dell’elettronica e il nome Burial comincia a diffondersi nella scena musicale londinese.

L’anima dell’elettronica
Dai primi Ep si intuisce che la musica prodotta da Burial è diversa, trasmette qualcosa di più rispetto ai primi pezzi di altri artisti pionieri della neonata Dubset; con “Untrue”, il suo secondo disco, il talento di William diventa evidente a tutti. Basta attendere i cinquanta secondi di introduzione che arriva “Archangel”, un brano che possiede un’anima dirompente, un brano di una bellezza disarmante: la sezione ritmica è nascosta, i pad descrivono paesaggi oscuri ma avvolgenti, i sample vocali toccano quelle corde che pochi musicisti riescono a toccare. L’intero “Untrue” si muove su questa direzione, compatto e coerente per tutta la sua durata, con picchi di genialità incredibili: “Ghost Hardware” e i suoi marcati ritmi 2-step e l’eterea “In McDonalds”.

Il 2007 è l’anno di Burial e il 2007 è anche l’anno in cui tutti vogliono sapere chi è Burial.
Richard D. James? Norman Cook altrimenti detto Fatboy Slim? No, Burial è William Emmanuel Bevan e il suo viaggio è appena iniziato.La popolarità cresce e cresce anche l’attesa di un nuovo disco. Ma William è un ragazzo a cui piace nascondersi. Non esce la sera e non fa dj set, anzi, prima di rivelare la sua identità tramite un post sul suo MySpace solo cinque persone erano al corrente del fatto che lui producesse musica.
Extended Play
Il successore di “Untrue” non arriverà mai. Gli anni successivi all’uscita dell’album che l’ha reso famoso saranno un periodo di riflessione musicale per Bevan. Una riflessione che dà i suoi primi risultati nel 2011 con l’uscita di “Street Halo”, un ep composto da soli tre brani, tutti oltre i sei minuti di durata, in cui la musica diventa più ragionata, i ritmi più ripetitivi e i sample vocali più occasionali: presenze che fanno capolino sul solito tappeto musicale composto da macerie techno e ambient music. “Street Halo” è un disco di passaggio; il primo passo di un evoluzione che porterà il produttore inglese a preferire il formato dell’Ep e dischi composti da pochi pezzi molto lunghi.
Nel 2011 arrivano anche le prime collaborazioni con l’amico di infanzia Four Tet, i due singoli/ep “Moth/Wolf Cub”, in cui il suono freddo e realistico di Burial si mescola con il calore acustico della musica di Kieran, e “Ego/Mirror”, che vede Thom Yorke e la sua liquida voce unirsi alla coppia di produttori.
E poi arriva la consacrazione definitiva con i due riuscitissimi remix di due brani dei Massive Attack, gli idoli di una volta che riconoscono in Burial un astro ormai affermato della musica elettronica.

Musica d’ambiente
Dopo la parentesi collaborazioni William riprende l’evoluzione musicale che aveva lasciato in sospeso con “Street Halo”. Nel 2012 esce un altro capolavoro, “Kindred”, un ep composto da tre brani rispettivamente di undici, sette e dodici minuti. La title track del disco è il manifesto della nuova forma che Burial vuole presentarci: una suite che racchiude tante sezioni accomunate da un leitmotiv; le incursioni vocali iniziano a diventare significative e portatrici di un messaggio. Un messaggio preciso e profondo, che la musica, ancora più cupa e ripetitiva, aiuta a propagare. Brani come “Loner” sembrano più organismi in costante mutazione che semplici composizioni musicali. Ma soprattutto Burial eleva d’importanza i frammenti ambientali: il rumore di una strada trafficata, un’ambulanza che passa, la pioggia che s’infrange sul marciapiede. La musica sembra provenire dall’ambiente, prende vita nei vicoli e fra le vie della città.
Pochi mesi dopo “Kindred” esce “Truant/Rough Sleeper”, un altro ep composto da due lunghe tracce che danno il titolo al disco. Il sound non si discosta molto dall’ep precedente. I passaggi da una sezione all’altra di un brano diventano più secchi, a volte si ha la sensazione di passeggiare da un club all’altro: si apre una porta, il ritmo esce, si mescola con i suoni della città, con i ricordi dell’ascoltatore; la porta si chiude e si passa avanti.
Come Down To Us
Brian Eno, uno che Burial conosce molto bene, dice che esistono due categorie di musicisti: gli agricoltori, che negli anni coltivano il proprio orto e cercano di ricavarne il meglio, e i cowboys, che sono alla costante ricerca di nuove frontiere da esplorare.
Da quel lontano 2007, quando con l’uscita di “Untrue” il ragazzo amante/osservatore della rave music ha trovato la sua maturità artistica, poco è cambiato nella sua musica, ma molto ha saputo ricavare dal suo campo dando significati sempre diversi al suo raccolto.

L’ultimo frutto dell’orto, escluso il singolo d’archivio “Temple Sleeper”, è “Rival Dealer”, l’ep più politico del produttore inglese. Un disco che prima di tutto trasmette un forte messaggio contro l’odio verso il diverso; un disagio diffuso soprattutto dalla musica, qui più suggestiva che mai, ma anche grazie alle incursioni vocali potenti ed emotive che raccontano il disco. “Come Down To Us” è forse il pezzo più viscerale della discografia di Burial così come lo è anche la title track, un brano che si rifà al passato: accenni jungle fluiscono in un beat quasi hardcore che si autodistrugge per elevarsi verso le stelle nell’etereo finale.

“That way, you can see the city lights brighter than ever
And stars and constellations
And it’s breathtaking
The star field is just so spectacular
And one day, I saw something come down to us
Come down to us”

Dal 2013 Burial è in silenzio quasi assoluto, ma è proprio di questi giorni la notizia dell’uscita di un nuovo ep che dovrebbe interrompere una pausa ormai troppo lunga.
Noi lo attenderemo come sempre abbiamo atteso i suoi dischi, riascoltando e immergendoci nelle sue opere, nei paesaggi notturni illuminati dalla fioca luce gialla di lampioni che illuminano a intermittenza le nostre segrete esistenze: musica dal sottosuolo.