Prendete un fenomeno pop e trattatelo come un punto geometrico.

Dato un asse temporale x che va dal 2010 a oggi, attribuite a ciascun punto-pop un valore compreso tra 1 e 10 lungo altri due assi, y e z, che rispondano rispettivamente alle domande “quanto è legato al passato?” e “quanto è british?”.

Il risultato tridimensionale di questo frivolo esperimento analitico somiglierebbe molto probabilmente ad un’onda e sulla cresta di questo gigantesco cavallone musicale di proporzioni australi ci sarebbe un disco.

Molto probabilmente sarebbe More Life di Drake.

La fascinazione subita dall’industria musicale internazionale nei confronti del catalogo discografico della perfida Albione è una faccenda antica che non ha bisogno di presentazioni. Tuttavia, se gli effetti sull’ecosistema pop di quasi sessant’anni di rockstar in odore di immortalità (Keith! Mick! Ozzy!) e boyband/girlband più o meno malvestite (Geri Halliwell con l’orrido tubino versione Union Jack: I see you) sono tutto sommato ben documentati e di facile interpretazione, la storia d’amore tra Billboard e l’underground britannico apre interrogativi non banali.

Nel quadro della retromania generale a cui stiamo assistendo negli ultimi 7-8 anni, certificata da fenomeni tutt’altro che transitori come l’aumento della vendita dei vinili, la riscoperta del lato più leftfield delle sottoculture giovanili da parte di artisti abituati ad occupare le prime righe dei cartelloni non costituirebbe di per sé un elemento inatteso.

La rave nostalgia d’altronde è uno strumento estremamente versatile e funziona bene per Lorenzo Senni quanto per Calvin Harris o VETEMENTS.

In questo senso, Aubrey Graham, in arte Drake, si è reso protagonista di una serie di scelte progressiste di notevole impatto sin dai tempi non sospetti di Take Care. Dopo aver affidato la produzione del duetto con Rihanna a Jamie xx, Drake ha continuato a nutrire la sua infatuazione per il sottobosco indipendente del Regno Unito con altre felici collaborazioni.

In More Life, accanto a nomi attesi come Sampha o Skepta, trova spazio per il suo debutto nel mondo dei big numbers un nome tutt’altro che noto ai non addetti ai lavori, quello di Jorja Smith.

Il fermento creativo dell’alternative R&B al femminile in termini di popolarità non rappresenta di per sé una novità. Dal 2011 in poi, un continuum di artisti ha costituito un filone di derivazione del genere contraddistinto da sonorità intime e minimaliste: da BANKS a Shura, da Kelela fino alla primissima FKA twigs (quella di Water Me, per capirci). In molti dei casi citati, eccezion fatta per twigs che ha preso una deriva più accelerazionista sotto la guida del vate Arca e Kelela, che gravita in orbita Night Slugs, la cifra stilistica è quella del post-dubstep da cameretta, più assimilabile ad un James Blake che a un’Aaliyah. Un indugiare (auto)contemplativo nei dubbi tipici di chi ha troppo tempo.

Jorja Smith, a dispetto della giovanissima età, ha la schiettezza e la pragmaticità tipica delle West Midlands da dove viene. A Walsall, Jorja nasce 19 anni fa e comincia a cantare nel coro della chiesa a 8 anni. Ascolta Amy Winehouse, e Nas (che definisce un “grande osservatore”) e da grande vuole fare la poliziotta. Pur essendo riluttante a definirsi “a grimehead”, ascolta Dizzee Rascal e Stormzy, tenendoci a sottolineare che ha cominciato a farlo solo dopo che l’entusiasmo per la prima ondata di grime era andata scemando, “per capire meglio”.

Vivere in un posto profondamente uncool come Walsall, paradossalmente, la aiuta a sviluppare un forte senso di appartenenza nei confronti delle radici black della Londra raccontata dalle crew e dai soundsystem. Sottolineare come abbia iniziato ad amare davvero qualcosa solo dopo che gli altri si sono stufati di farlo dice molto di Jorja Smith.

In Blue Lights, singolo con cui ha fatto girare la testa a tutto il Regno, lo spettro di Sade, nume tutelare imprescindibile dell’R&B inglese, si fa tangibile nel modo in cui la semplicità dell’immaginario (I wanna turn those blue lights into strobe lights/Not blue flashing lights, maybe fairy lights) si scontra con la tensione di un non-detto da chanteuse consumata. Tuttavia, il carattere apertamente critico della canzone richiama altri due importanti riferimenti artistici di Jorja, la Lauryn Hill schietta e fiera di New Amerykah, e il romanzo grime di formazione di Dizzee Rascal (campionato ad arte).

Don’t you run when you hear the sirens coming


When you hear the sirens coming

You better not run cause the sirens’ not coming for you

What have you done?

You went to school that day

Was a bit late but it was a Monday

Kept after class for answering back


You apologized any harm in that

Arricchendo le sue interviste con osservazioni e riferimenti a fenomeni precisi, come il Form 696, un documento che obbligava gli organizzatori di un evento a fornire preventivamente una stima della composizione razziale del pubblico ormai non più necessario, Jorja contribuisce ad un dibattito più ampio, alimentato dal lavoro di intellettuali come Zadie Smith e Cècile Emeke, riguardante il concetto di identità black nei paesi europei, dove il pregiudizio assume forme più sottili che in America ma altrettanto profonde.

Affermare l’appartenenza al tessuto underground richiamato da Dizzee, è allo stesso tempo un segno di continuità con la tradizione (non dimentichiamoci che Craig David nasce come MC nelle serate di Uk Garage, ruolo che peraltro non ha mai smesso di occupare), ma è anche l’effetto di un momento di rinnovata consapevolezza vissuto dall’intero settore musicale indipendente. Minacciato da fenomeni come Brexit, gentrificazione, e derive xenofobe della politica internazionale (basti pensare alle difficoltà ad ottenere i visti per gli Stati Uniti riscontrate da numerosi artisti, anche italiani, all’ultimo SXSW), il mondo musicale britannico sta facendo quadrato intorno ad una idea di britishness nuova: inclusive, diverse, authentic.

Inutile dirlo: Drake è letteralmente impazzito.

Project 11 è l’EP di 5 tracce che ha convinto Drake a volare direttamente a Walsall per aggiungere Jorja alla sua “collezione di ispirazioni”. E’ una raccolta estremamente matura e pulita, il piano geometrico dove Jorja prende le misure del suo potenziale esplorando temi come l’isolamento (“It’s good for you to be alone, no/But you can’t learn it all on your own, no” scuote la testa in So Lonely) e le relazioni sbagliate (“When I left, did you even wash your tears?/’Cause mine have been dryin’ for days” , Something in The Way). Il risultato è un disco solido e intenso., qualcosa che potrebbe ricordare gli esordi di Adele ma con la sensazione che, più che l’urgenza di esprimere un sentimento, Jorja viva il bisogno di condividere un’esperienza.

Il contributo di Jorja Smith a More Life rappresenta indubbiamente uno dei momenti più convincenti del disco. Dal refrain di Jorja’s Interlude e lungo tutta la passeggiata afro house di Get It Together (cucita su misura per Drizzy dalla bellissima Superman di Black Coffee, vera e propria sensation della scena house sudafricana), la voce della 19enne di Walsall aggiunge nuova allure al pop di stampo globale (inteso nel senso più lusinghiero del termine) a cui si ispira questa playlist by October Firm.

Nella collezione di farfalle messa insieme dal rapper di Toronto, Jorja Smith è uno dei pezzi più preziosi. La sensazione è che con lei la nuova scena R&B britannica sia destinata a lasciare un’impronta durevole sul pop di scala globale, la speranza è che andando avanti nella partita non snaturi mai il suo gioco, fresco e autentico.