He cracked up, that’s all,
just went to pieces.

Bill Rank su Bix

Sono innumerevoli i casi di morte prematura a causa di eccessi nel corso del novecento, specie per quanto riguarda il mondo del rock. Basti pensare al Club 27, del quale fanno parte, loro malgrado, grandi musicisti come Janis Joplin, Jim Morrison, Jimi Hendrix, Kurt Cobain, e altri che sicuramente conoscerete già, che non hanno oltrepassato il ventisettesimo anno di età e che dal loro trapasso sono considerate vere e proprie leggende, che continuano ad incantare e a influenzare le generazioni successive.

Questo è spesso successo anche nel panorama jazzistico; A volte giovani e brillanti musicisti, stelle del firmamento più splendenti delle altre, si consumano nel proprio talento e svaniscono nel nulla. Cosa c’è di buono è che la loro luce giunge nei punti più lontani dell’universo, dove continua a splendere anche quando loro si sono esaurite, influenzando e illuminando così molti altri nuovi corpi celesti, che diventeranno grandi a loro volta.

Negli anni venti del secolo scorso, uno di questi astri luminosi era Leon Bix Beiderbecke, considerato uno dei più grandi cornettisti della storia del Jazz, influenzato dai musicisti classici impressionisti come Debussy e Eastwood Lane, dotato di un innato gusto e talento per l’improvvisazione e, purtroppo, per la sua sconsiderata sete di alcool, che avrebbe minato la sua salute già precaria.

Bix avrebbe gettato le basi per quello che poi sarebbe diventato il Cool Jazz degli anni ’50.

Nato a Davenport,in Iowa, il 10 marzo 1903 da immigrati tedeschi, Bix dimostrò fin da bambino una spiccata propensione per la musica, infatti a tre anni cominciò a studiare pianoforte.
Ma il grande salto avvenne solo dopo il fatidico ascolto di Tiger Rag e Skeleton Jungle di Nick LaRocca e della Original Dixieland Jass Band (ODJB) e di ascolti sporadici sulla riva del Mississippi mentre i battelli navigavano placidi con i loro musicisti a bordo.

A quindici anni acquistò una cornetta e imparò a suonarla ad orecchio, seguendo le linee suonate da Nick LaRocca. E vabbè.

 I genitori erano assolutamente contrari all’impegno che il figlio esercitava sullo studio dello strumento, quando avrebbe dovuto impiegare i suoi mezzi per diventare uno studente migliore di quel che effettivamente fosse (soprattutto a causa delle sue numerose assenze da scuola per malattia), tant’è che nel 1921 lo iscrissero all’esclusiva Lake Forest Academy, a nord di Chicago, in Illinois.

L’esperienza accademica durò poco, però. Bix era solito recarsi a Chicago per ascoltare le Hot Bands nei club e si infiltrava nel quartiere afroamericano per catturare attimi magici di quelli che lui chiamava i ‘veri musicisti jazz’.

I’d go to Hell to hear a good band.

Come dargli torto? Il rettore lo espulse dopo che fu sorpreso per l’ennesima volta a rientrare la mattina tarda dalle scale antincendio diretto al suo dormitorio, oltre che per aver introdotto alcool nell’istituto, così si trasferì a Chicago per suonare con la Cascades Band sui battelli del Lago Michigan, per poi tornare a Davenport nel 1923, a lavorare con il padre.

Ma ecco che  si apre un nuovo capitolo nella storia di Bix. Nel tardo 1923 lascia di nuovo la casa materna per unirsi alla Wolverine Orchestra. I riferimenti al nome sono diversi: c’è chi asserisce che derivi da Wolverine Blues di Jelly Roll Morton, che loro utilizzavano come sigla di presentazione, oppure che sia a causa del ghiottone, animale simile alla donnola, wolverine appunto, come venivano chiamati gli abitanti del Michigan, confinante con l’Illinois, dove l’Orchestra suonava spesso.

I Wolverines erano dinamite pura, suonavano Hot Jazz  e agitavano le folle degli speakeasies e club alla moda, ritrovandosi in poco tempo ad essere conosciuti in gran parte del territorio americano. Durante questo periodo Bix prese molte lezioni di pianoforte ed ascoltò per la prima volta Eastwood Lane, da cui rimase folgorato. C’è da dire che Lane influenzò di molto la scarsa (ma eccelsa) produzione pianistica di Beiderbecke, come si può sentire in In a mist.

Nel 1924 i Wolverines registrarono il loro primo two sides che includeva Fidgety feet di Nick LaRocca e Jazz me Blues. Sempre nello stesso anno, conobbero Hoagy Carmichael  di cui Bix divenne molto amico, e scrisse per loro Riverboat Shuffle, uno dei brani più famosi del loro repertorio.

Sempre nello stesso anno Bix lasciò i Wolverines per unirsi alla famosa orchestra di Jean Goldkette a Detroit, ma l’impiego duro poco visto che il direttore Eddie King non apprezzava la libertà con cui Beiderbecke suonava i brani, ad indirizzo commerciale e radiofonico, ma soprattutto il fatto che non riuscisse a leggere gli spartiti a prima vista, fondamentale per entrare a far parte di un’orchestra.

Bix ripiegò quindi su alcuni impieghi temporanei prima di conoscere Frankie Trumbauer, al quale fu legato per tutta la sua vita e carriera. Trumbauer organizzò una piccola orchestra per uno show all’Arcadia Ballroom a Saint Louis in Louisiana, e Bix si unì a lui, studiando nel frattempo solfeggio e lettura a vista per eventuali impieghi futuri.

Bix più o meno ti faceva suonare quello che voleva lui.
Anche se non avevi talento, lui ti faceva suonare meglio.

P.W. Russell, clarinettista della Frankie Trumbauer Orchestra.

Nel 1926 Trumbauer lasciò St. Louis e si trasferì a Detroit con Bix per suonare(di nuovo) con l’orchestra di Goldkette.  Bix in quel periodo registrò alcuni dei suoi più importanti brani, alcuni anche in collaborazione con l’Orchestra di Trambauer, tra cui il famoso Singin’ The Blues.

Probabilmente il 1926 è stato l’anno più proficuo dell’intera carriera di Bix, che nel frattempo continuava a bere incessantemente e a mettersi nei guai, e che era davvero diventato una leggenda vivente tra i colleghi.

Successivamente lasciò la Goldkette e con Trumbauer vennero assunti prima dall’orchestra di Adrian Rollini e dopo dalla grande orchestra di Paul Whiteman a Indianapolis e dopo a New York, la più popolare e ben pagata giornalmente, che non era una effettivamente ed integralmente jazz, ma lo mescolava a dosi di musica classica.

Per Beiderbecke lo stress creato dalle estenuanti sedute di registrazione e dai concerti era di un’intensità tale che cercava di tamponarlo con l’abuso di alcool, ma questo lo portò ad avere un attacco di delirium tremens nel 1928, così nel 1929 tornò a casa per un periodo di convalescenza, e trascorse un mese in riabilitazione al Keeley Institute a Dwight in Illinois.

Whiteman intanto serbava una sedia  vuota in onore di Bix, che al suo ritorno a New York nel 1930 non raggiunse mai l’orchestra, ma suonò saltuariamente in qualche club, ricadendo nel tunnel infinito dell’alcolismo e intanto perdendo visibilità e prestigio man mano che passavano i mesi, come se anche il suo incredibile dono dell’improvvisazione fosse scomparso, cancellato, come una pagina che prima veniva riempita di parole incredibili si ritrovasse d’un tratto costantemente bianca.

Bix morì nel suo appartamento nel Queens, a Sunnyside, il 6 Agosto 1931, per cause ancora incerte. Aveva 28 anni.

La sua ultima registrazione , quella del 15 Settembre 1930, passò alla storia come leggendaria; Bix suonò sulla composizione originale dell’amico Hoagy Carmichael (durante l’occasione anche in veste di cantante), Georgia on my mind, con Eddie Lang alla chitarra, Joe Venuti al violino, Jack Teagarden al trombone, Bud Freeman e Jimmy Dorsey al clarinetto. La canzone divenne uno standard jazz e nel 2014 è stata introdotta nella Grammy Hall Of Fame.

Bix era il reale antagonista bianco di Louis Armstrong, del quale provava profonda stima, portato ad affascinare le folle con il suo lirismo scivoloso ed intenso, si auto esiliò mentre il suo talento gli scivolava tra le mani, ma era destinato a rimanere impresso nella storia del Jazz in eterno, eternamente giovane.