BIG STAR

Memphis, in Tennessee, è una delle città più musicalmente prolifiche della musica americana. Sarebbe infatti errato cercare di ridurre la sua enorme storia al solo cantante il cui nome è indissolubilmente legato alla città che giace sulle sponde del Mississippi: oltre ad Elvis the Pelvis from Memphis, la città è stata infatti snodo cruciale per gran parte della black music (e non solo) del secolo scorso. Artisti del calibro di John Lee Hooker, B.B. King, Al Green e Johnny Cash hanno indissolubilmente legato le proprie influenti carriere a Memphis che, a partire dal 1957, divenne ufficialmente la patria del soul con la fondazione della mitica Stax Records. Infatti, se da una parte, a Detroit, la Motown Records sfornava le leggendarie hit di Marvin Gaye e Stevie Wonder (solo per citarne alcuni), a Memphis la Stax si era giustamente guadagnata la fama di specchio della vera anima soul che cercava di affermarsi in un’America ancora divisa dal punto di vista razziale. Durante gli anni ‘60 la spinta di Otis Redding e di Booker T. & the M.G.’s fece quindi balzare Memphis e la Stax al centro della scena musicale statunitense; contemporaneamente, però, il vero protagonista della nostra storia ha poco più di 16 anni e già contende a questi mostri sacri il primato delle classifiche come front-man di un gruppo, i Box Tops, che nella loro breve storia piazzeranno non poche hit spaccaclassifiche. Alex Chilton, infatti, non ha ancora finito il liceo ed è già la figura più riconoscibile di quella che a tutti gli effetti è una delle prime boy band della storia, dietro alla cui produzione tout court gravita un manipolo di esperti musicisti e produttori. All’epoca, quindi, Chilton non fa nemmeno lontanamente intravedere quella che è il suo enorme talento compositivo, ma rimane come una mera pedina sullo scacchiere di produttori che, al termine della parabola dei Box Tops, non si faranno nessuno scrupolo a lasciare Chilton e compagni con una esigua percentuale di tutti i soldi guadagnati.

Finita questa assurda esperienza, Chilton non demorde ben consapevole di non poter tenere troppo a lungo a freno la sua enorme creatività. Per questo inizia a muoversi intorno agli studi di registrazione della piccola Ardent Records, smanioso di conoscere i segreti di un mestiere che in realtà aveva già praticato. Da questo periodo nasce il suo primo album solista che racchiude già qualche piccola gemma power pop, la formula che renderà famosi i Big Star, ma che verrà scartato da tutti i produttori e case discografiche a cui verrà sottoposto. A questo punto molti avrebbero abbandonato i progetti musicali per tentare una carriera meno divertente ma sicuramente più redditizia, ma Chilton no: è rimasto folgorato sulla via di Damasco dal rock ‘n roll della British Invasion e ha deciso di dedicare la sua vita a questo amore. Per sua fortuna, non è l’unico che a Memphis ha subito questo colpo di fulmine e, nel 1971, il caso vuole che tre tra questi capitino proprio sulla strada di Chilton mentre è indaffarato alla Ardent. A lui si uniscono infatti Chris Bell alla chitarra, Andy Hummel al basso e Jody Stephens alla batteria: sono nati i Big Star.

È il quartetto perfetto, l’occasione che Alex Chilton cercava da anni. Sono tutti giovanissimi, affamati e con la consapevolezza di poter tentare (e riuscire) tutto ciò che vogliono. Questa enorme energia e questo incontenibile entusiasmo vengono tutti convogliati nel loro primo disco (chiamato, appunto, #1 Record), un prodotto così perfetto che sembra essere uscito da un’altra dimensione, quasi come se fosse immerso in una sorte di luce divina generata dalla penna di Chilton e Bell, novelli Lennon/McCartney americani. La sensazione che si ha di fronte a questo disco è infatti innanzitutto quella di stupore: si fa fatica a credere che qualcuno sia riuscito ad immortalare la bellezza, l’innocenza e le insicurezze di una adolescenza che i quattro avevano appena concluso, viaggiando però di pari passo a braccetto con il cinismo e l’oscurità più malsana. Dal punto di vista musicale, ogni pezzo fa storia a sé ma rimane accomunato da quella formula power pop ricca di scintillante energia e armonie vocali da far impallidire Brian Wilson. L’unica eccezione è una delle ballate più toccanti e dirette mai scritte, che da sola sarebbe bastata per consegnare Chilton e Bell al Valhalla della musica: Thirteen è pura commozione, un affresco quotidiano della scoperta dell’amore durante l’età adolescenziale, sia esso per una ragazza che per gli Stones citati dal testo con la loro Paint It Black. I presupposti per il capolavoro ci sono tutti tranne che dal punto di vista delle vendite: il disco non trova spazio nemmeno nella nativa Memphis poiché la Stax, che avrebbe dovuto distribuire il disco, ne stampa solo 10000 copie per lasciare spazio ad all’artista di punta della scuderia, Isaac Hayes, ed il suo Verbo. Le recensioni sono entusiastiche da tutta la stampa, ma si dimenticano di Bell che, in seguito all’insuccesso personale e della band cadrà in una spirale di depressione che lo porterà alla morte per incidente stradale a soli 27 anni.

Chilton, da parte sua, dopo delle iniziali titubanze, decide di continuare il progetto Big Star senza Chris Bell, facendo uscire un altro eccezionale disco come Radio City. Qui le atmosfere sono leggermente diverse, le melodie scintillanti lasciano sempre più spazio al cinismo, come se per Chilton la consapevolezza di una non troppo felice età adulta si stesse sempre più insinuando nella sua testa così come nelle sue composizioni. Le splendide armonie vocali sono sempre più asciutte, ma la formula power pop appare invariata, così come, purtroppo, rimangono invariate le vendite sempre misere. Dopo l’ennesimo insuccesso anche Hummel abbandona il progetto, facendo sì che i Big Star sopravviavano come un duo totalmente controllato da Chilton che ha ancora la forza di lavorare ad un nuovo progetto, questa volta semplicemente Third/Sister Lovers, un disco in cui ormai domina la rassegnazione di chi ha provato fino in fondo ma non ce l’ha fatta, con la consapevolezza di essere sbattuto contro la realtà di un mondo non ancora pronto al suo talento.

Per fortuna però, il mondo qualche anno dopo si accorgerà di come quel pop chitarristico fosse efficace e, a partire dagli anni ‘80, numerose band cercarono di aggiornare la formula dei Big Star come fecero i Soft Boys di Robyn Hitchcock o i REM, fino ad arrivare ai molto più recenti Wilco. Qualche anno prima, però,  Chilton non riesce a trovare la sua dimensione nemmeno in una scena che a lui deve molto come quella punk di New York in cui si è rifugiato. Otterrà finalmente la sua consacrazione nella scena underground degli anni ‘80, nonostante la sua vita fosse già caduta in una discesa iniziata proprio dalla fine dei Big Star. È negli anni 2000 che finalmente la sua fama esce dall’underground per concedergli finalmente riconoscimenti più adeguati, ma Alex Chilton morirà a 59 anni nel 2010.

Alex Chilton non è mai stato un uomo fortunato, nato nella città sbagliata con una carriera ancora più sbagliata.